Bisogna capirla, Giorgia Meloni. Ha molto timore che il Monte dei Paschi di Siena “finisca smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità”. Bisogna capirla perché, si sa, dei suoi si fida, ma i “suoi veri” sono pochissimi. Ma avrebbe fatto meglio, molto meglio, a non esternare i suoi timori. Un po’ di prudenza in più non avrebbe guastato, o di eleganza. E a ripensare finché è in tempo all’idea tafazziana di far uscire del tutto lo Stato dalle banche: ormai il Montepaschi è andato o sta andando, a dispetto della non piccola interferenza della politica; ma c’è ancora la Banca del Sud. E invece la premier ha ripetuto, ahilei e ahinoi: “Non siamo parte attiva nelle attuali dinamiche di mercato che interessano il settore bancario”.

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Perché Meloni farebbe meglio a tornare sui suoi passi? A licenziare qualcuno dei suoi e tornare parte attiva sulle banche? Vediamo… E i lettori perdonino la prolissità, ma la materia è complessa, però merita di essere capita perché è cruciale.

Partiamo da una notoria realtà: degli alleati pro-forma che ha in coalizione – leghisti e forzisti – la Meloni si fida poco e niente, ma purtroppo per lei la materia bancaria appartiene appunto a Lega e Forza Italia molto più che ai Fratellini: a Forza Italia, perché la famiglia Berlusconi, proprietaria del partito, è anche comproprietaria di Banca Mediolanum, magnificamente gestita dall’altro socio Doris e del tutto estranea al risiko, ma pur sempre azienda bancaria di rilevanza internazionale e quindi, ad esempio, verosimilmente non lieta degli extra-prelievi fiscali sui superprofitti bancari attuati o attuabili (e questa materia è oggetto di scontro proprio tra i proponenti leghisti e i resistenti forzisti); e poi la materia bancaria appartiene alla Lega perché dai tempi infausti di Credieuronord il partito fondato da Bossi ha avuto il debole per le banche, riteneva di essere forte in Bpm e intanto i francesi di Crédit Agricole se la pappavano, e nella Popolare di Sondrio che si è pappata Unipol, per interposta Bper. E quindi anche i leghisti di banche ci capiscono di più, ma poco ci pigliano.

Pochissimissimo ci ha poi preso Giancarlo Giorgetti sull’ultimo “round” del risiko bancario, dove appunto il suo sogno sarebbe stato aggregare un terzo polo attorno a Bpm ottenendo il doppio effetto di diluire il socio forte francese e aggiungere all’istituto ottimamente guidato da Giuseppe Castagna il Monte dei Paschi di Siena. Ma non c’è stata storia: i francesi sono già al 29% di Bpm e hanno detto no.

Ma c’è di ben peggio, e lo sanno assai bene alla Procura di Milano.

Il governo Meloni aveva sicuramente “benedetto” – ma i Pm milanesi lo sospettano di aver anche “manipolato il mercato” e non soltanto “benedetto” – un’operazione finanziaria proprio sul Monte dei Paschi di Siena, che si è rivelata un tragicomico fallimento. È in corso un’inchiesta per manipolazione del mercato e ostacolo alle autorità di vigilanza. E coinvolge un alto dirigente del Ministero dell’Economia e delle Finanze, di cui era rappresentante nel consiglio di Mps, Stefano Di Stefano: anche per questo la Meloni avrebbe fatto meglio a glissare.

E non basta: è in atto un’Opas proprio sul Montepaschi, quella lanciata da Intesa Sanpaolo, che gli analisti considerano ben titolata al successo; e se un premier si fosse pronunciato con auspici da casalinga di Voghera su una partita finanziaria aperta sul mercato borsistico… nella vituperata Prima Repubblica avrebbe fatto gridare allo scandalo…

Ma veniamo a quel che interessa di più, o dovrebbe, agli apprendisti statisti che ci governano: la sovranità bancaria italiana, che fatti di cronaca gravissimi e recenti (per esempio l’attacco all’euro del 2011, per interposti Btp italiani, con la gentile collaborazione della Deutsche Bank) dovrebbero ricordare a tutti essere sostanza e non accidente.

Ebbene, per capirci qualcosa torniamo a poco meno di due anni fa: il governo Meloni constata con compiacimento le mire sull’asse Mediobanca-Generali messe in atto da due gruppi privati notoriamente simpatizzanti della destra, il melonianissimo Francesco Gaetano Caltagirone e il fu Leonardo Del Vecchio, che era stato anche lui forte simpatizzante della destra (al punto da finanziarne giornali di battaglia).

A quel punto qualcuno – si suppone chi, ma non è ufficiale – ha un’idea geniale che sussurra in qualche orecchio governativo. La premessa dell’idea era che l’ultraottantenne Caltagirone e il defunto Del Vecchio non avrebbero mai avuto il permesso di conquistare da soli il controllo di Mediobanca e delle Generali, perché gruppi industriali: e si sa che non è bene far controllare le banche dai loro clienti. Ma a quell’epoca il governo aveva ancora la proprietà del pacchetto di controllo del Montepaschi. L’idea geniale è stata dunque quella di fare entrare (o accrescere) nel capitale Montepaschi i “due predatori dell’Arca Mps” e altri attori minori considerati affidabili e comunque italiani; a quel punto l’Ops su Mediobanca e, quindi, la presa sul pacchetto di controllo delle Generali avrebbe potuto essere autorizzata, perché a promuoverla, come schermo operativo e societario dei due imprenditori, sarebbe stata un’altra banca, appunto il Montepaschi, nel frattempo passato in mano a Caltagirone & C.!

Sarebbe nato insomma il famoso “terzo polo”, secondo Meloni e Giorgetti, dopo Intesa e Unipol-Bper.

Ma l’asino è cascato su due ostacoli: uno procedural-legale, ed infatti oggetto dell’inchiesta giudiziaria, e l’altro “di mercato”.

Quello procedurale è che la vendita del 15% del Montepaschi (per 1,1 miliardi) dal Tesoro a Del Vecchio e Caltagirone (il 3,5% ciascuno) oltre che a Banco Bpm (5%) e Anima (3%) venne fatta con la formula dell’accelerated book building il 13 novembre 2024, e venne gestita da Banca Akros, controllata da Banco Bpm. Quindi non una vera gara “a chi offre di più”, ma un’operazione privata e quindi pilotata, peraltro da uno degli acquirenti. Su questa mossa poco chic indaga la Procura.

Quello di mercato è il seguente. A due mesi dall’accelerated book building, ossia il 24 gennaio del 2025, il consiglio del Montepaschi lancia un’Ops su Mediobanca. Che va a buon fine, nel settembre del 2025. A quel punto il piano del governo e di Calta-Del Vecchio sembra aver avuto successo: perché una banca italiana in cerca di padrone, ossia il Montepaschi, ne aveva finalmente trovato uno nuovo in luogo dello Stato, ossia l’asse Caltagirone-Del Vecchio-Anima e Bpm; e aveva portato a casa il controllo di Mediobanca con dentro quello delle Generali.

È qui però che interferisce l’inghippo “di mercato”: perché il nuovo colosso rivela di avere i piedi d’argilla. Il piede Caltagirone, perché il vecchio ingegnere è inviso al mercato e non appare credibile come socio di lungo periodo; il piede Del Vecchio, perché gli eredi del fu Leonardo stavano (e stanno) litigando su tutto e vogliono incamerare soldi dismettendo partecipazioni inutili; e il piede Bpm, perché l’Agricole fa i propri interessi e non necessariamente quelli di una banca in cui ha acquistato solo il 5% per interposta Bpm. Cosa capita, dunque? Che quando i nuovi soci del Montepaschi propongono all’assemblea di insediare nella banca un nuovo consiglio d’amministrazione di emanazione caltagironiana… il mercato dice no! Preferendo una lista proposta invece (sostanzialmente) da Lovaglio, tornato in azione da fuori, cattivissimo come il Conte di Montecristo…

Morale: al 15 aprile del 2026, nel Montepaschi, i “guardiani della Galassia nazionale” si sono squagliati e non possono garantire un bel niente; il governo non conta nulla e deve sperare di non finire sputtanato per vie legali sulle furbate dell’accelerated book building; e il controllo reale del Montepaschi, con sotto il ben di Dio di Mediobanca e delle Generali, è nelle mani di nessuno, o meglio di una banca contesa tra soci discordi e fluttuanti…

È qui che scende in campo Intesa con la sua Opas sul Montepaschi, lanciata in tandem con l’Unipol. Intesa – per dirla con sintesi estrema – si prende Mediobanca e la quota in Generali, mentre Unipol, tramite Bper, si prende il Montepaschi “filiali al dettaglio”. I due poli esistenti si rafforzano, e la sovranità bancaria italiana pure. Un blocco di risparmi italiani come quello rappresentato dal sistema Montepaschi-Mediobanca-Generali nelle mani, si fa per dire, di azionisti improbabili precari e eterogenei senza la mossa di Intesa sarebbe tornato immediatamente nella lista delle possibili prede dei colossi stranieri

Controindicazione oggettiva: l’operatore principale, Intesa, diventa ancora più grosso, il che nuoce alla concorrenza. Controindicazione soggettiva, cioè politica, per Meloni & C.: da tutto questo casino, orchestrato da musicanti ubriachi, escono più forti due istituzioni finanziarie che non sono mai state di destra. Intesa non lo fu neanche “regnante Berlusconi”, perché sempre legata all’Ulivo e alla sinistra post-democristiana; e Unipol… che lo diciamo a fare.

Ebbene. Anziché tacere, Meloni si dice preoccupata dello smembramento del Montepaschi? Ma licenzi un po’ di capre che ha attorno a sé e riparta dalla Banca del Mezzogiorno, che è ancora statale come lo era il Monte, per aggregare un po’ di altre banche (per esempio Fineco, che non è di nessuno ed è pure meglio del Monte!) e dare finalmente vita a un terzo polo, lasciando un piedone dello Stato nel capitale. E agisca subito, prima del voto: che magari qualcuno le serberà riconoscenza. E farà dimenticare tutte le sciocchezze fatte dagli architetti filogovernativi del tramontato bancone caltagironiano.


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 Sergio Luciano

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