Zero. Nessuno disponibile. Nessun medico ha accettato come destinazione gli ospedali della provincia di Frosinone. E non perché siano la periferia dell’impero, l’ultimo avamposto del mondo civilizzato. Semplicemente perché negli anni scorsi sono stati sbagliati i conti.

Chi aveva la responsabilità di aprire e chiudere i rubinetti delle facoltà di medicina e delle Scuole di Socializzazione Sanitaria ha pensato di stringere e far passare meno aspiranti. Ottima scelta da un lato: meglio ritrovarsi in ambulatorio ed in corsia solo i migliori. Scelta miope dall’altro canto: oggi lo scenario minimo nel quale esibirsi è il mondo e gli eccellenti medici ed infermieri italiani vengono attirati all’estero da stipendi e condizioni di vita principesche rispetto a quelle offerte dall’Italia. Il risultato finale? Chiedetelo al Direttore Generale della Asl di Frosinone, Arturo Cavaliere. Non è un manager di primo pelo: ha uno spessore nazionale ed il governatore del Lazio Francesco Rocca glielo ha chiesto per favore di occuparsi della Sanità ciociara.

Arturo Cavaliere ci ha provato. Ha bandito un concorso per medici di Pronto Soccorso per la Asl di Frosinone. Risposta? Zero. Non trova candidati nemmeno per un concorso pubblico. È accaduto lo scorso gennaio, con zero domande su 20 posti banditi.

Arrangiatevi

Arturo Cavaliere (Foto: Sara Minelli © Imagoeconomica)

La soluzione? Arrangiatevi come intimava un celebre film fi Bolognini con Totò e Peppino. In questo caso, per Arturo Cavaliere, arrangiarsi in maniera lecita significa solo due cose ed entrambe costose: il medico gettonista pagato a tariffa piena (altrimenti se ne va in un’altra Asl), il reclutamento all’estero. Oppure la rinuncia a coprire interi turni.

La ASL di Frosinone, attraverso il ponte costruito con la collaborazione del vicepresidente della Fondazione Tor Vergata Gabriele Picano, ha scelto di percorrerne una quarta: meno immediata ma potenzialmente più duratura. Consiste nel portare l’università dentro l’ospedale.

La provincia di Frosinone non ha una facoltà di Medicina. È stato il grande cruccio del rettore Paolo Vigo: ci arrivò ad un passo, poi i giochi della politica portarono quella facoltà a Campobasso. Fu più forte sul piano delle relazioni e del peso elettorale. Altri tempi. Allora come può Cavaliere con Picano, portare l’università negli ospedali della provincia?

Due convenzioni, un solo obiettivo

Il primo accordo, sottoscritto da Arturo Cavaliere e dal rettore di Tor Vergata Nathan Levialdi Ghiron, attiva tirocini specialistici per medici in formazione in nove ambiti clinici: Ortopedia, Pediatria, Cardiologia, Medicina d’Urgenza, Ginecologia, Neurologia, Diagnostica per Immagini, Urologia, Chirurgia Vascolare. Un’operazione nella quale Gabriele Picano ha fatto da sensale, mettendo in relazione la necessità di Frosinone di avere medici in corsia e quella di Tor Vergara di mettere i suoi specializzandi direttamente sul campo ed a contatto con professionisti pronti a condividere la loro scienza.

La scelta di Tor Vergata non è casuale: la provincia di Frosinone è l’area territoriale più prossima all’ateneo romano, un dato geografico che rende la collaborazione naturale prima ancora che strategica. Va detto peraltro che questo accordo non nasce isolato ma si inserisce in un sistema più ampio di collaborazioni: un tassello, quindi, non l’unico pilastro della strategia formativa dell’ASL.

Il meccanismo è semplice nella sua logica: gli specializzandi vengono a fare pratica clinica reale nei presidi ospedalieri della provincia, sotto la guida di tutor locali. Per loro, un’occasione di formazione sul campo. Per l’ASL, la possibilità concreta (mai garantita, ma reale) che qualcuno di questi giovani medici scelga un domani di restare o di tornare a lavorare proprio dove ha fatto pratica.

La seconda convenzione

(Foto © DepositPhotos.com)

Un’intesa simile è stata avviata con la facoltà di Medicina dell’università di Tirana in Albania. I migliori specializzandi possono venire in Italia e confrontarsi con medici ormai avvezzi ad ogni emergenza che operano tra Tor Vergata e la provincia di Frosinone.

L’accordo è con l’Università di Tirana “Nostra Signora del Buon Consiglio“: una convenzione per il tirocinio formativo degli studenti del corso di laurea magistrale in Medicina e Chirurgia, che allarga il bacino di reclutamento anche oltre i confini nazionali. A completare il quadro delle intese sulla formazione infermieristica, la provincia ospita inoltre la sede formativa del corso di laurea in Infermieristica a Ceccano: un ulteriore canale, questa volta specifico per il personale infermieristico, che si affianca a quelli medici.

L’oncologia urologica: il caso più maturo

Se le convenzioni sui tirocini restano, per ora, una scommessa sul futuro, l’accordo quadro con la Fondazione Policlinico Tor Vergata sull’oncologia genito-urinaria (prostata, rene, vescica, testicolo) è già un percorso clinico operativo, con durata annuale rinnovabile, e porta con sé numeri che possono essere letti senza sconti. I tumori di questo tipo rappresentano circa il 20% di tutte le neoplasie diagnosticate in Italia, oltre 87mila nuovi casi l’anno a livello nazionale. Nel Lazio, secondo il Registro Tumori regionale, si contano circa 31mila nuovi casi oncologici l’anno, di cui circa 3mila di carcinoma alla prostata.

Detto con chiarezza: chi ha oltre 50 anni e non va almeno una volta all’anno a farsi controllare la prostata rischia di andarsene da fesso. Perché? L’ipertrofia prostatica colpisce prima o poi buona parte della popolazione maschile: questione di orologio. Ma controllandosi e scoprendo subito l’ipertrofia è sufficiente tornare a visita con una certa frequenza e tenere solo la situazione sotto controllo. Se la malattia supera una certa soglia c’è ormai un farmaco collaudato che la tiene sotto controllo. Andando oltre, se non la si prende in tempo, c’è l’intervento chirurgico. Se va bene.

Foto © Carlo Lannutti / Imagoeconomica

Il modello concordato tra Cavaliere e il direttore generale della Fondazione Ferdinando Romano prevede una divisione dei compiti precisa: la valutazione multidisciplinare del paziente resta in provincia di Frosinone, la chirurgia ad alta complessità viene eseguita presso l’Unità di Urologia Robotica del Policlinico, diretta dal professor Pierluigi Bove, mentre il follow-up oncologico torna sul territorio, sotto il coordinamento dell’Unità di Oncologia della ASL di Frosinone diretta da un vero totem della materia, la dottoressa Cecilia Nisticò.

Centro e periferia insieme

Il trattamento si avvale di un ventaglio tecnologico di alto profilo: chirurgia robot-assistita, piattaforme laparoscopiche di ultima generazione, tecnologie laser ad alta potenza, torri endoscopiche 3D/4K e sistemi di imaging intraoperatorio, comprese le tecniche di fluorescence-guided surgery per una visione più precisa delle strutture anatomiche durante l’intervento.

È il modello cosiddetto hub-and-spoke applicato alla chirurgia oncologica: il centro di eccellenza fa quello che il territorio non può fare, il territorio si riprende il paziente per tutto il resto.

Dovrebbe ridurre, secondo le previsioni di Bove, la migrazione sanitaria verso altre regioni o province, senza oneri aggiuntivi per il Servizio Sanitario Regionale: una previsione che sarà interessante verificare nei prossimi mesi alla prova dei bilanci.

Un modello da valutare

Resta da capire, con l’onestà che i numeri impongono, se questo tipo di accordi riesca davvero a incidere sul problema strutturale che li ha generati. Le convenzioni di tirocinio non producono automaticamente nuovi assunti: portano specializzandi in formazione, che restano legati alla propria scuola di specializzazione e non hanno alcun obbligo di rimanere in provincia una volta concluso il percorso. Ma senza di loro, Frosinone può cominciare a pensare di chiudere molti reparti strategici.

È una scommessa sull’attrattività del territorio, non una soluzione immediata al buco d’organico che ha reso necessario, solo pochi mesi fa, il ricorso a un gettonista pagato 35mila euro in un mese. Ma è anche, va riconosciuto, un tentativo di affrontare il problema con uno strumento diverso da quello emergenziale: costruire una rete stabile di canali accademici (non uno solo) nella speranza che parte di quei giovani medici e infermieri scelga, un domani, di restare.


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