Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Lc 1, 51-53
Sono tra le parole più alte ed evocative del Vangelo, che Luca pone sulle labbra di Maria nel momento del suo abbraccio con la cugina Elisabetta. Entrambe sono in attesa di un figlio e, come ogni madre durante quel lungo e misterioso tempo della gestazione, si interrogano in silenzio sul destino del grembo che portano. Si nasce radicalmente indifesi: se non ci fosse qualcuno a prendersi cura di noi nei primi istanti, saremmo votati al nulla.
Non abbiamo alcuna possibilità di sopravvivere senza che genitori, familiari, medici, levatrici – e più tardi maestri, amici e compagni – ci accompagnino verso la maturità. I versetti del Magnificat parlano esattamente delle meraviglie che Dio compie ogni giorno nella nostra esistenza e che troppo spesso non sappiamo scorgere, assuefatti, come siamo, a darle per scontate. Ce ne accorgiamo, purtroppo, soltanto quando esse vengono improvvisamente a mancare per via di un lutto, di una malattia o di un incidente.
L’esempio positivo degli Europei di nuoto e atletica
In questi giorni assistiamo allo spettacolo dello sport internazionale. I campionati di nuoto e di atletica ci mostrano una gioventù che si confronta nelle diverse discipline mantenendo intatto un clima di reciproco rispetto e di ammirazione. Ragazzi e ragazze di ogni provenienza che non vedono nell’altro un nemico da abbattere, ma un autentico concorrente. (Leggi qui: Formia in festa per il titolo europeo nel salto triplo di Dariya Derkach).
Il termine stesso deriva dal latino con-currere, ossia “correre insieme” verso un traguardo. Vi è in questo un’eco profonda della filosofia di Emmanuel Lévinas: l’altro, con il suo volto e con la sua presenza, non rappresenta una minaccia o un ostacolo, ma un appello alla responsabilità comune e alla fraternità.
Un modello d’inclusione
Nei volti di questi atleti è possibile scorgere le grandi cose che il Signore compie quando il patto educativo tra famiglie, società e istituzioni funziona davvero. Quando i giovani vengono accolti, sostenuti e guidati, bambini vulnerabili riescono a trasformarsi in uomini e donne capaci di sacrifici straordinari, forti non soltanto nei muscoli ma soprattutto nella costanza della volontà.
L’atletica e il nuoto offrono così un modello di inclusione che supera ogni barriera di origine o di colore della pelle. Mentre scrivo, una medaglia d’oro nel nuoto è stata conquistata per l’Italia da una ragazza ventenne, Sara Curtis, figlia di una donna nigeriana e di un italiano con origini di Cervaro; un’altra Dariya Derkach nel salto triploda un’atleta giunta nel nostro Paese dall’Ucraina nel 2003. Sono prodigi concreti di integrazione che avvengono proprio mentre da più parti si levano invocazioni alla chiusura dei confini, alla “remigrazione” o a presunte purezze di sangue.
L’asylum dei romani
Sto leggendo in questi giorni un saggio sulla storia romana, SPQR di Mary Beard. La storica evidenzia come alle radici stesse della civiltà di Roma vi sia il cosiddetto asylum: la disponibilità originaria della comunità ad accogliere chiunque volesse diventare romano. Nella narrazione mitica, tale istituzione è attribuita allo stesso Romolo, che intuì la forza straordinaria di un organismo sociale capace di arricchirsi costantemente attraverso l’apporto di storie e culture differenti.
Il bene e l’azione dello Spirito operano nella nostra storia anche quando non ce ne rendiamo conto o quando cerchiamo di ostacolarli. Ma, mentre dagli schermi scorrono le immagini luminose dei campi di gara di Parigi o Birmingham, le pagine di cronaca ci riportano alla cupa oscurità delle nostre città. Assistiamo ai gesti inconsulti di bande di adolescenti che si affrontano nelle notti della movida, quasi recitassero la parte dei “duri” in un film fiction che però si rivela drammaticamente reale, disseminato di feriti e persino di morti.
È accaduto a Ferentino, ad Alatri, a Ceccano, a Colleferro, a Formia, a Cassino, a Frosinone, fino alla tragica vicenda di Andria, dove un diciassettenne ha accoltellato a morte un coetaneo. Questi ragazzi non si scontrano per dividersi la refurtiva di una rapina, ma per uno sguardo interpretato male o per una parola di troppo. Come evidenziava Albert Camus nelle sue riflessioni sul vuoto dell’esistenza, quando la giovinezza viene privata di un orizzonte di senso e di bellezza, la luce cede il passo a una violenza cieca e sterile.
Le scelte decisive
È il frutto amaro della resistenza all’opera di Dio, la quale si manifesta invece originariamente attraverso la cura e l’amore che altri hanno avuto per noi durante l’infanzia. Nel percorso della crescita siamo chiamati a compiere delle scelte decisive: stabilire se vogliamo inseguire la potenza, la superbia e la ricchezza, oppure se crediamo che mantenendoci umili, affamati di giustizia e costruttori di pace, Dio farà grandi cose nella nostra vita, nell’edificazione delle famiglie e nel tessuto sociale, proprio grazie alla mitezza, alla giustizia, alla pace.
Solo a partire da questa consapevolezza possiamo disinnescare i linguaggi dell’odio e resistere alla pervasività del male. Un male che – come ricorda il libro della Genesi a proposito di Caino – sta «accovacciato alla porta». Riprendendo il celebre concetto di Hannah Arendt sulla “banalità del male”, esso non nasce quasi mai da complessi ed elaborati disegni diabolici, ma dalla superficialità spirituale, dall’incuria delle parole e dall’incapacità di custodire il cuore.
Sta a ciascuno di noi decidere se spalancare quella porta o mantenerla saldamente chiusa, impedendo ai vizi capitali di diventare i veri padroni della nostra vita e lasciando invece spazio allo Spirito per compiere le Sue grandi opere.
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