Ogni mattina milioni di persone fanno il backup del telefono. Foto. Messaggi. Password. Documenti. È diventato un gesto automatico. Molto meno automatico è chiedersi se, insieme al telefono, stiamo facendo il backup anche di noi stessi.

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C’è una domanda che faccio finta di non farmi da circa trent’anni, e che adesso, con tutta questa retorica sulla longevità digitale che ci scorre intorno come acqua di scolo intelligente, ho deciso di farmi ad alta voce. Non è “quanto vivrò”. Non è nemmeno “quanto potrò vivere, se va bene, con un po’ di IA e un po’ di fortuna genetica”. È una domanda più piccola e più scomoda: che cosa, di me, vale davvero la pena che resti?

Per secoli abbiamo pensato che la longevità fosse un fatto del corpo. Si viveva di più o di meno, e quello era il punteggio finale, l’unico che contasse. Poi, lentamente, abbiamo iniziato a imbrogliare la regola. Abbiamo costruito cattedrali che ci sopravvivessero. Libri. Canzoni. Figli, che sono comunque la forma più antica e meno brevettabile di backup. Era un’immortalità indiretta, e funzionava secondo un patto chiarissimo: le opere restano, noi no. La cattedrale dura, il muratore muore, e nessuno se ne stupisce: è l’ordine naturale delle cose, lo stesso che fa sopravvivere il seme all’albero che l’ha prodotto. Per secoli abbiamo lasciato in eredità opere. Oggi stiamo lasciando in eredità comportamenti.

Ogni epoca apre una porta che quella precedente non poteva nemmeno vedere. Steven Johnson chiamerebbe quella porta l’adiacente possibile: non il futuro immaginabile, ma il futuro che diventa costruibile perché qualcosa, prima, ha preparato il terreno. Prima abbiamo digitalizzato il mondo. Poi abbiamo imparato a leggerlo con l’intelligenza artificiale. La longevità è solo una delle stanze che quella porta ci permette oggi di aprire.

Con il digitale è successo qualcosa che non rientra in quel patto. Per la prima volta nella storia non stiamo più conservando solo quello che abbiamo fatto. Stiamo conservando il modo in cui pensiamo. Le mail, le fotografie, le ricerche notturne su Google che non confesseremmo a nessuno, le conversazioni, le preferenze, i “mi piace” distratti lasciati come briciole di pane lungo un sentiero che non sapevamo di star tracciando.

Ogni click è una firma. Ogni ricerca è una confessione. Ogni algoritmo è un notaio.

Ogni giorno produciamo, senza nessuna cerimonia, una specie di calco cognitivo di noi stessi. Non è ancora “noi”. Ma non è più semplice memoria: è comportamento, fossilizzato in tempo reale. È qui, in questa zona grigia tra l’archivio e il fantasma, che si è insediato il Digital After Life — non come fantascienza da convegno, ma come la cosa più prosaica del mondo: il fatto che oggi, per la prima volta, qualcosa che assomiglia al nostro modo di essere può continuare a funzionare anche quando noi abbiamo smesso di farlo. Abbiamo sempre pensato che il problema fosse conservare la memoria. Il digitale ci costringe a una domanda diversa: quale memoria merita di essere conservata.

E qui arriva il grande equivoco, quello in cui ci infiliamo tutti, io compreso, ogni volta che la conversazione scivola sull’intelligenza artificiale. Il grande equivoco è chiedersi se l’IA ci renderà immortali. È una domanda elegante, cinematografica, perfetta per un panel. Ma è la domanda sbagliata, perché sposta il problema su una tecnologia che non ha ancora deciso cosa essere, e lo allontana da dove invece andrebbe piantato: dentro casa nostra. La domanda giusta, quella che nessuno fa perché è troppo poco affascinante per un titolo, è: chi erediterà la mia memoria? Forse il primo vero diritto digitale del XXI secolo non sarà il diritto all’oblio. Sarà il diritto di scegliere quale parte di noi potrà sopravviverci. I miei figli? Una piattaforma che cambierà nome tre volte prima che io sia freddo? Un algoritmo che deciderà, sulla base di parametri che non conoscerò mai, cosa di me merita di essere ancora mostrato? Un motore di ricerca che mi terrà in vita sotto forma di suggerimenti automatici? O nessuno, e tutto quel calco cognitivo si scioglierà semplicemente in un server in disuso, come neve sporca?

Stiamo accumulando patrimoni cognitivi colossali senza avere ancora — e dico ancora con un certo ottimismo che forse non merito — una cultura dell’eredità digitale. È lo stesso scarto temporale che nell’Ottocento separava l’invenzione della ciminiera dall’invenzione dell’idea di inquinamento: prima si costruisce lo strumento, poi, con calma, decenni dopo, arriva la consapevolezza del danno o del valore che produce. Noi siamo ancora nella fase ciminiera. Produciamo dati come l’Ottocento produceva fumo, solo che il fumo lo vedevano tutti, i dati quasi nessuno. Fumiamo dati senza sapere bene cosa staremo, un giorno, respirando.

Ed è qui che il paradosso si rovescia, e diventa quasi simpatico. Perché forse la vera longevità non consiste nel campare centoquarant’anni con tre trapianti e un pancreas stampato in 3D. Consiste nel continuare a essere utili quando non ci siamo più. Una maestra vive nei suoi allievi molto più a lungo di quanto sia vissuta lei. Un padre vive nei figli, spesso nei loro tic più che nei loro principi. Un autore vive nei lettori, anche in quelli che lo citano male. Un medico vive nei pazienti che ha rimesso in piedi. Un programmatore vive nel codice, che è probabilmente la forma di sopravvivenza più imbarazzante che esista, perché continua a far danni anche quando l’autore ha smesso di rispondere alle email. Un musicista vive nelle emozioni che ha insegnato a riconoscere a chi lo ascoltava a vent’anni.

Il digitale non inventa questo meccanismo. Lo sa fare da sempre, l’essere umano, anche senza un cloud. Il digitale, al massimo, lo rende più visibile, lo mette sotto una luce migliore, gli dà una timeline.

A questo punto devo essere onesto e ammettere il mio bias: io sono un rigattiere. Non nel senso romantico, ma in quello più letterale e meno nobile: uno che gira tra le cose scartate e ogni tanto ne salva qualcuna. E un rigattiere sa una cosa che chi accumula compulsivamente fatica ad ammettere: conservare tutto non basta. Bisogna scegliere. Google indicizza tutto. Un rigattiere no: un rigattiere sceglie. È una differenza apparentemente piccola. In realtà è la differenza tra un archivio e una memoria.

Oggi accumuliamo foto, messaggi, chat, documenti, audio, video, con la stessa ansia con cui i nostri nonni accumulavano sacchetti di plastica “perché non si sa mai”. Ma un archivio infinito non produce memoria. Produce rumore. E il rumore, esattamente come il silenzio, non racconta niente a nessuno: si limita a occupare spazio, con la pretesa di significare qualcosa solo perché esiste. La vera longevità non consiste nel lasciare tutto. Consiste nel lasciare ciò che vale la pena ritrovare — il che presuppone, scomodamente, che qualcuno abbia il coraggio di buttare via il resto.

Forse è per questo che mi convince sempre meno l’idea che la longevità sia un problema biologico.

A questo punto mi torna sempre in mente una battuta di Luciano De Crescenzo. Diceva che il problema non è allungare la vita, ma allargarla. Come tutte le grandi battute, sembra una semplificazione. In realtà è una definizione. Continuiamo a misurare il tempo in anni. Forse dovremmo imparare a misurarlo in esperienze, relazioni, conoscenza condivisa.

In fondo è la stessa domanda che, con la leggerezza dei grandi autori, si ponevano i Beatles in When I’m Sixty-Four. Non chiedevano come vivere più a lungo. Chiedevano qualcosa di molto più umano: “Will you still need me, will you still feed me?” La longevità, prima ancora che biologica, è forse il desiderio di continuare ad avere un posto nella vita di qualcuno.

Comincio a pensare che sia, più semplicemente, un problema di trasmissione. Gli alberi sono longevi perché trasmettono semi, non perché le singole piante vivano in eterno. Le culture sono longeve perché trasmettono storie, non perché i singoli individui che le hanno vissute restino in vita. Le organizzazioni sono longeve perché trasmettono conoscenza, spesso suo malgrado, attraverso il dipendente sbagliato che racconta la cosa giusta alla persona giusta nel momento sbagliato. Le persone sono longeve perché trasmettono significato — un significato che quasi sempre non sanno di stare trasmettendo, e che spesso scoprono solo guardando, da vecchi, quello che è rimasto nei figli o negli allievi senza che loro l’avessero programmato.

Il digitale, in fondo, è soltanto l’ultimo strumento che ci siamo inventati per spedire qualcosa oltre il nostro tempo, dopo le cattedrali, i libri e le canzoni. La domanda non è se ci renderà immortali. La domanda, molto più scomoda, è: che cosa, di noi, vale davvero la pena trasmettere — e siamo sicuri di volerlo decidere noi, o preferiamo lasciarlo decidere a un algoritmo che non ci ha mai chiesto il permesso?

C’è un filo che mi accorgo solo ora di aver tirato per trent’anni senza saperlo. Nel 1994 pubblicavo il mio primo libro sulle reti neurali, convinto che il problema fosse costruire macchine capaci di imparare. Trent’anni dopo mi accorgo che il problema era un altro: capire che cosa meritasse davvero di essere imparato. In realtà, a guardarlo bene, non ho mai cambiato argomento. Ho sempre cercato di capire come la conoscenza riesce a sopravvivere a chi la produce. Prima dentro una rete artificiale. Poi dentro un’organizzazione. Poi dentro una comunità. Poi dentro una cultura. Adesso dentro il digitale. È sempre lo stesso viaggio, solo con il paesaggio che cambia nome ogni tanto per farci sentire che stiamo facendo qualcosa di nuovo.

E il finale che mi emoziona di più, in questo viaggio, non parla di morte. Parla di passaggio di testimone. Perché il digitale rischia di farci credere che fare memoria significhi conservare tutto, indistintamente, per sempre, con la stessa logica con cui un magazzino accumula scatoloni senza etichetta. Ma nessuna civiltà è mai nata facendo così.

Internet sogna di ricordare tutto. Le civiltà sono sopravvissute ricordando pochissimo.

Le biblioteche sono una selezione, non un magazzino. I musei sono una selezione. I testi sacri che hanno tenuto in piedi intere civiltà sono, prima di ogni altra cosa, una selezione spietata fatta da qualcuno che ha deciso cosa tramandare e cosa no. Perfino la memoria umana, quella biologica, quella che abbiamo prima di qualunque cloud, è una selezione: dimentichiamo continuamente, ed è proprio per questo che riusciamo a ricordare qualcosa. L’oblio non è un guasto della memoria. È uno dei suoi strumenti di lavoro, forse il più importante.

Ed eccoci, allora, al punto che vale tutto il resto dell’articolo, e che vorrei lasciare lì, da solo, senza commento, perché certe frasi vanno consegnate e non spiegate: la longevità non dipende dalla quantità di memoria che riusciamo a conservare, ma dalla qualità dell’oblio che sappiamo scegliere.

È una provocazione, lo so. Ma è il tipo di provocazione che ha il pregio di costringere chi legge a fermarsi un secondo di più di quanto avrebbe voluto. Viviamo nell’unica epoca della storia umana in cui archiviare tutto è tecnicamente possibile, quasi gratuito, e socialmente premiato come fosse una virtù. E proprio per questo il vero gesto umano, oggi, non è più conservare. Conservare lo sa fare un server, meglio di noi, senza fatica e senza nostalgia. Scegliere è ancora, per fortuna, un mestiere umano: l’unico che richiede di mettere in gioco un giudizio, un dolore, una scala di valori personale.

È un po’ come gli ingorghi fantasma delle autostrade. Nessun incidente. Nessun ostacolo. Solo migliaia di persone che rallentano quasi impercettibilmente nello stesso momento, fino a bloccare tutto. Anche la memoria rischia lo stesso destino. Quando conserviamo tutto, smettiamo di distinguere ciò che conta. E l’eccesso di memoria finisce per produrre lo stesso effetto dell’eccesso di traffico: immobilità.

Da anni discutiamo se l’intelligenza artificiale diventerà cosciente. È una domanda affascinante, da convegno, da titolo di rivista patinata. Ma forse ce n’è una più urgente, e molto meno fotogenica: cosa merita davvero di sopravvivere di noi? Non i nostri dati, che sono solo tracce. Non le nostre fotografie, che sono solo pose. Nemmeno le nostre parole, che restano comunque, alla fine, solo parole. Forse merita di sopravvivere il modo in cui abbiamo fatto sentire gli altri, quando eravamo presenti per davvero — non taggati, non connessi, non sincronizzati col cloud, ma semplicemente lì.

Forse è questo il senso più profondo della memoria. Non conservare tutto, ma continuare a riconoscere ciò che ha dato significato alla nostra vita. Come suggerisce un’altra canzone dei Beatles (In my Life) , i luoghi cambiano, le persone passano, ma alcune relazioni continuano ad abitare il nostro modo di guardare il mondo.

Gli uomini hanno sempre cercato di diventare immortali. Forse avrebbero dovuto imparare, prima, a diventare indimenticabili.

 

*Beppe Carella è consulente, formatore e studioso di cultura organizzativa, con una lunga esperienza nella trasformazione dei modelli di leadership e dei sistemi di conoscenza dentro le imprese. Ha esordito negli anni Novanta occupandosi di reti neurali e intelligenza artificiale, per poi concentrare la sua ricerca sulle forme attraverso cui la conoscenza sopravvive a chi la produce, tra organizzazioni, comunità e culture. Oggi esplora l’impatto del digitale sulla memoria collettiva e sull’eredità cognitiva, intrecciando divulgazione, pratica manageriale e una costante attenzione al rapporto fra tecnologia, significato e oblio.


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