C’è un paradosso che dice molto sul nuovo capitolo della corsa all’intelligenza artificiale. Mentre gli investitori si preparano a scommettere su una valutazione di oltre 2.000 miliardi di dollari per Anthropic, fino a immaginare una Ipo capace di battere il record stabilito da SpaceX, il mercato dei modelli AI sta entrando in una fase che assomiglia sempre più a una guerra dei prezzi. È questa la doppia fotografia che arriva dal mercato americano. Da una parte c’è Anthropic, la società che sviluppa Claude, considerata dagli investitori uno dei due grandi pilastri della nuova industria dell’AI insieme a OpenAI. Dall’altra ci sono DeepSeek, Moonshot e gli altri sviluppatori cinesi, che stanno dimostrando che prestazioni sempre più competitive possono essere offerte a costi radicalmente inferiori. Il risultato è una situazione apparentemente contraddittoria: mentre il capitale continua a prezzare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale come un fenomeno da migliaia di miliardi, i prezzi a cui quella stessa intelligenza viene venduta agli utenti stanno precipitando.
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La scommessa da 2.000 miliardi
Secondo il Financial Times, gli investitori di Anthropic si aspettano che la società possa arrivare alla quotazione in Borsa già a ottobre con una valutazione di almeno 2.000 miliardi di dollari. Se la previsione si concretizzasse, sarebbe la più grande Ipo mai realizzata, superando il precedente record stabilito da SpaceX, che quest’anno è arrivata a una valutazione superiore a 1.700 miliardi di dollari.
È importante però distinguere le aspettative degli investitori da un valore già fissato dalla società. Anthropic ha presentato la documentazione per l’Ipo a giugno ed è attualmente in periodo di quiete: non esiste quindi ancora una valutazione ufficiale dell’operazione. Il numero dei 2.000 miliardi rappresenta una scommessa del mercato privato sul valore che la società potrebbe raggiungere al debutto.
La ragione dell’ottimismo è soprattutto la velocità con cui stanno crescendo i ricavi. Alcune stime riportate dal mercato indicano per Anthropic un fatturato annualizzato compreso fra 100 e 120 miliardi di dollari entro la fine del 2026, contro circa 47 miliardi a maggio e 9 miliardi nel 2025. Se queste proiezioni saranno confermate, significherebbe una crescita nell’ordine di diverse volte in un solo anno. È la dimensione della crescita, più ancora del livello assoluto dei ricavi, a spiegare perché gli investitori siano disposti a prendere sul serio una valutazione da 2.000 miliardi. Ma proprio qui comincia il problema.
Il prezzo dell’intelligenza scende
Mentre il valore finanziario dei produttori di AI sale, il valore unitario del prodotto che vendono sta diminuendo rapidamente. OpenAI e Anthropic hanno iniziato a reagire alla crescente concorrenza attraverso una riduzione dei prezzi. OpenAI ha tagliato dell’80% il prezzo del suo modello GPT-5.6 Luna, mentre Anthropic ha introdotto Opus 5 a circa metà del prezzo del precedente modello di punta, Fable 5.
Non è soltanto una scelta commerciale. È la risposta a un cambiamento nelle priorità dei clienti. Per mesi le aziende hanno guardato ai modelli AI soprattutto in termini di capacità: quale sistema ragiona meglio, scrive meglio il codice, produce risultati più accurati o riesce a gestire compiti più complessi. Ora, con l’utilizzo dell’AI che si sta spostando dalla fase sperimentale alla produzione, il conto economico sta diventando altrettanto importante.
Quando migliaia di dipendenti utilizzano quotidianamente modelli generativi, quando gli agenti AI eseguono autonomamente operazioni e quando le applicazioni interrogano i modelli milioni di volte, il costo per singola richiesta smette di essere un dettaglio tecnico e diventa una voce di bilancio. È anche per questo che il passaggio da abbonamenti a sistemi basati sul consumo ha prodotto per molte imprese un aumento significativo della spesa. OpenAI e Anthropic hanno cominciato a spostare alcuni servizi enterprise verso modelli di fatturazione legati all’utilizzo, rendendo più evidente il costo effettivo dell’AI per le aziende.
La Cina mette il turbo alla deflazione dell’AI
La pressione arriva soprattutto dalla Cina. DeepSeek e Moonshot sono diventati i simboli di un modello competitivo diverso da quello costruito dalle grandi società americane: modelli potenti, spesso disponibili in versione open e scaricabile, che possono essere personalizzati e utilizzati senza dipendere necessariamente dall’acquisto di costosi servizi proprietari.
Il vantaggio non è soltanto ideologico o tecnologico. È soprattutto economico. Un test pubblicato da Reuters all’inizio di agosto, sulla base di dati di Artificial Analysis, ha rilevato che DeepSeek V4-Flash era di gran lunga il modello più economico tra quelli analizzati e poteva costare più di 100 volte meno di Anthropic Fable 5 per lo stesso tipo di lavoro. In un altro confronto, Artificial Analysis ha stimato il costo di un test in circa 3 centesimi per DeepSeek V4-Flash contro 3,15 dollari per Claude Fable 5. Il confronto è quasi brutale: se un’azienda può ottenere una prestazione sufficientemente buona pagando una frazione del costo, la domanda non è più soltanto quale modello sia tecnicamente migliore. Diventa quale modello sia economicamente più conveniente. E questa è una domanda molto più difficile per le società americane che hanno costruito le proprie valutazioni sulla promessa di vendere AI sempre più sofisticata a prezzi premium.
Le imprese non scelgono più una sola AI
Il cambiamento si vede anche nel comportamento dei clienti. Secondo dati citati dalla stampa americana, le imprese stanno iniziando a sperimentare modelli cinesi proprio per ridurre i costi. Non significa necessariamente che stiano abbandonando OpenAI o Anthropic. Il modello che sta emergendo è piuttosto quello di una pluralità di sistemi: un modello americano per un determinato compito, uno cinese per un altro, magari un modello open-weight eseguito localmente quando il prezzo o il controllo dei dati diventano prioritari.
È una trasformazione importante perché incrina uno dei presupposti della prima fase della rivoluzione AI: l’idea che il vincitore avrebbe potuto conquistare una posizione dominante grazie a un vantaggio tecnologico sufficientemente grande da rendere secondario il prezzo. La realtà sembra essere diversa. Il vantaggio tecnologico esiste ancora, ma si sta assottigliando in alcune applicazioni. E quando le differenze di performance diminuiscono, il prezzo torna a essere decisivo. Anche la diffusione dei modelli cinesi open-source è un segnale da non sottovalutare. Secondo uno studio di Hugging Face citato da Fortune, a marzo 2026 i modelli open-source cinesi rappresentavano il 41% dei download. Non significa che la Cina abbia già conquistato il mercato globale dell’AI. Sicurezza, gestione dei dati, affidabilità, compliance e prestazioni nei casi d’uso più delicati restano fattori cruciali. Ma significa che il vantaggio competitivo dei modelli americani non può più essere dato per scontato.
Il paradosso di Anthropic
Ed è qui che la possibile Ipo di Anthropic diventa particolarmente interessante per gli investitori. Una valutazione superiore ai 2.000 miliardi di dollari implica aspettative enormi sulla capacità della società di trasformare la crescita dell’utilizzo dei suoi modelli in ricavi e, soprattutto, in margini. Ma una guerra dei prezzi rende questa equazione più complicata. Se il costo dei modelli scende rapidamente, Anthropic dovrà compensare la compressione dei prezzi con volumi molto più elevati. Dovrà convincere le imprese a utilizzare Claude sempre di più, conquistare applicazioni ad alto valore aggiunto, sviluppare agenti AI e servizi enterprise e mantenere un vantaggio tecnologico sufficiente a giustificare un eventuale premium price. In altre parole, non basta più costruire il modello migliore. Bisogna costruire il modello migliore a un costo che il cliente sia disposto a pagare.
La vera sfida è il margine, non il fatturato
Per questo il prossimo capitolo della corsa all’AI potrebbe essere molto meno spettacolare dal punto di vista tecnologico e molto più importante dal punto di vista finanziario. La prima fase della rivoluzione è stata dominata dalla domanda: “quanto sono potenti i modelli?” La seconda potrebbe essere dominata da una domanda più prosaica: “quanto costa farli funzionare?”
Per OpenAI e Anthropic il problema è particolarmente rilevante perché l’addestramento e l’inferenza dei modelli richiedono enormi quantità di potenza di calcolo, infrastrutture e capitale. Ridurre il prezzo ai clienti può aumentare la domanda, ma rischia di comprimere i margini proprio mentre gli investitori chiedono alle società di dimostrare che l’AI può trasformarsi in un business altamente redditizio.
La posta in gioco è quindi superiore alla semplice concorrenza fra chatbot. Se l’AI diventa una commodity, il valore potrebbe spostarsi dai modelli verso l’infrastruttura, i dati, le applicazioni, gli agenti e la distribuzione. Se invece Anthropic e OpenAI riusciranno a mantenere un vantaggio tecnologico abbastanza ampio, potranno continuare a difendere prezzi premium e margini elevati. La possibile Ipo di Anthropic sarà, sotto questo profilo, un test gigantesco. La contraddizione è tutta qui: da una parte un’azienda che potrebbe essere valutata oltre 2.000 miliardi di dollari, dall’altra un mercato nel quale alcuni dei suoi concorrenti sono in grado di offrire modelli a una frazione del prezzo.
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Cristina Giua
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