A un anno dal vertice di Anchorage dello scorso Ferragosto tra Donald Trump e Vladimir Putin, Giampiero Massolo, direttore del Geopolitical Risk Observatory della Luiss e già presidente dell’Ispi, traccia con l’Adnkronos un bilancio del tentativo americano di arrivare a una soluzione della guerra in Ucraina e delle prospettive di una nuova iniziativa diplomatica.
Un anno fa Anchorage alimentava i timori di Kiev e dell’Europa, escluse dal vertice, mentre Mosca celebrava quello che avrebbe poi definito lo “spirito di Anchorage”. Cosa ne resta oggi?
“Io credo che i dati di fondo del problema siano tutto sommato cambiati poco. Anchorage era il prodotto di due logiche, e cioè la logica di Putin secondo la quale Trump avrebbe lasciato cadere l’Ucraina e gli europei in nome di un accordo più complessivo che avrebbe dato agli Stati Uniti anche vantaggi economici, finanziari e commerciali. Mentre invece da parte americana c’era e c’è una logica in cui si rispettano gli equilibri tra grandi potenze, cioè si rispettano gli equilibri di forza e di potenza e dunque si cerca con le altre superpotenze, vale a dire con la Cina e con la Russia – ricordiamoci sempre che la Russia non è una superpotenza, ma è un Paese in grado di ricattare la comunità internazionale con i suoi armamenti nucleari – la compatibilità e si rispetta il rapporto di forza”.
“Queste due logiche sottostanti ad Anchorage, vale a dire l’idea dei russi di poter distogliere gli Stati Uniti da un impegno convinto in favore dell’Ucraina e l’idea americana secondo la quale i rapporti di forza vanno rispettati e dunque bisogna ricercare la compatibilità con l’altra superpotenza, sono fondamentalmente rimaste. Perché è caratterizzante del dna sia di Trump, che cerca convenienza e forza, sia dei russi di Putin, che fanno della logica della forza il loro mantra, la loro caratteristica distintiva in politica estera. Quello che è cambiato è che in tutto questo anno Trump ha visto costantemente frustrato il suo tentativo di coesistenza, di compatibilità con i russi. Vale a dire, Putin è stato ostentatamente contrario a qualsiasi forma di accordo realistico che non prendesse in considerazione le sue condizioni. E questo è incomprensibile a Trump dal punto di vista personale, è irritante per Trump dal punto di vista della sua logica e soprattutto non gli consente di arrivare al suo obiettivo, quello annunciato nella campagna elettorale, vale a dire la pace in 24 ore. È passato tanto tempo e la pace, anche solo una tregua, è ben lungi dall’arrivare. Quindi c’è questa sensazione di frustrazione che è sufficientemente forte per indurre Trump ad abbandonare il suo tentativo di premere sugli ucraini perché accettino una tregua favorevole ai russi e sufficientemente però ancora sotto l’effetto della necessità di rispettare i rapporti di forza tanto da non torcere il braccio a Putin, come potrebbe fare con le sanzioni economiche, piuttosto che premendolo ulteriormente diplomaticamente. E questo si ripercuote sulla situazione in Ucraina, che è una situazione senza ovvie vie d’uscita alle viste”, sottolinea l’ambasciatore.
“La guerra potrà finire nel momento in cui Putin si accorgesse che il costo della guerra è superiore all’idea di un accomodamento, oppure potrebbe finire per esaurimento delle due parti. Ma queste due cose sono ancora lontane. L’assenza degli Stati Uniti, peraltro distratti anche dall’Iran, dall’equazione Ucraina contribuisce allo stallo. Adesso sembra che si stiano di nuovo interessando: Witkoff e Kushner dovrebbero andare a Kiev e ritornare a Mosca, ma ancora non lo hanno fatto”, aggiunte Massolo.
Mosca ha ancora il pallino del gioco? È ancora Putin a poter decidere quando è arrivato il momento di negoziare davvero?
“L’Ucraina non ha i mezzi per vincere, l’Ucraina può resistere come sta facendo. Può rendere alla Russia la vita molto difficile, colpendo in profondità le retrovie, dunque isolando il fronte dalle retrovie e colpendo le fonti dei proventi russi, colpendo gli impianti energetici. Tutto questo evidentemente rende la resistenza molto rilevante, ma non consente di risolvere il conflitto a favore dell’Ucraina e, viceversa, la Russia anch’essa non è nella condizione di poter risolvere di per sé il conflitto. Essendo questo, chi deve arrivare alla conclusione che è arrivato il momento di negoziare – ma non sedersi a un tavolo per dire: mi date quello che voglio o altrimenti mi rialzo, ma negoziare seriamente – lo può fare soltanto Putin, arrivando per l’appunto alla conclusione che continuare gli provoca un dolore più grande del vantaggio che può ottenere dal tavolo negoziale. Ma ancora non ci siamo, non è arrivato a questa conclusione”.
L’Europa prova, a fatica, a ritagliarsi uno spazio di interlocuzione con Mosca. Ma un anno dopo Anchorage, gli Stati Uniti restano l’unica potenza in grado di mediare e rompere lo stallo?
“L’Europa non è nelle condizioni di mediare perché è percepita come troppo schierata da una parte. E poi c’è una seconda ragione: ogni tentativo di mediazione verrebbe sfruttato dalla Russia per dividere il fronte europeo e per minare la compattezza dell’appoggio europeo all’Ucraina, compattezza tutto sommato straordinaria visto il tempo che è passato. Quindi diciamo che il conflitto non ha alle viste una soluzione ma potrebbe avere un esito e questo esito potrebbe essere sostanzialmente un congelamento. Questo però non può che essere spinto dagli Stati Uniti. Parliamoci chiaro: l’unica potenza in grado di inserirsi in questo stallo, cercando di romperlo, sono gli Stati Uniti. Ma per farlo devono uscire da questa situazione in cui non disattendono le aspettative ucraine, per esempio autorizzando gli ucraini a colpire in profondità e fornendo agli ucraini, assieme agli inglesi, preziose informazioni di intelligence, ma d’altra parte non torcono il braccio a Putin sufficientemente per costringerlo a sedersi al tavolo della pace. Quindi è un atteggiamento tutto sommato di relativo distacco e finché dura la situazione di stallo permane”.
L’attuale stallo sul terreno può diventare la finestra giusta per una nuova iniziativa americana o rischia di trasformarsi in una guerra destinata a trascinarsi ancora a lungo?
“Gli americani per intervenire dovrebbero farlo con la diplomazia e coi fatti. Uno dei fatti che servirebbe sono forniture di missili Patriot, rafforzamento della contraerea ucraina, perché in questo momento sta mostrando i suoi limiti e questo evidentemente indebolisce l’Ucraina e allontana la prospettiva di un negoziato serio da parte della Russia. Quindi gli Stati Uniti, per risultare decisivi, dovrebbero sì inviare i propri inviati a Kiev, dove peraltro essi non sono ancora mai stati, piuttosto che a Mosca, ma dovrebbero anche compiere gesti risolutivi, gesti concreti nei confronti dell’Ucraina sotto forma di forniture di aiuti alla contraerea e gesti conclusivi nei confronti della Russia, per esempio dal punto di vista sanzionatorio e dal punto di vista di pressioni diplomatiche molto più forti di quelle che stanno facendo. Altrimenti lo stallo non si rompe”.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
webinfo@adnkronos.com (Web Info)
Source link



