L’aliquota più bassa di sempre sui premi di produttività, 1% fino a 5.000 euro, vale solo per il biennio 2026-2027. Dal 2028, senza un nuovo intervento, si torna al regime del 10% con tetto a 3.000 euro. I calcoli su premi reali, dal minimo al massimo detassabile.

Tra le misure allo studio per la manovra 2027 c’è, insieme alla conferma della detassazione sui rinnovi contrattuali, anche un ulteriore rafforzamento dei premi di risultato. Un punto che merita un approfondimento a parte, perché la normativa attuale nasconde una scadenza che rischia di passare inosservata: l’aliquota all’1%, la più bassa mai applicata a questo istituto, è in vigore solo per il 2026 e il 2027. Dal 2028, se il Parlamento non interviene di nuovo, il regime torna a essere molto meno favorevole.

Il percorso storico: dal 10% all’1% in tre tappe

Il regime agevolato sui premi di produttività esiste dal 2015 (legge 208/2015), e nel tempo ha subito tre correzioni successive:

Periodo Aliquota imposta sostitutiva Tetto massimo agevolabile
Regime originario (dal 2016) 10% 3.000 € (4.000 € con coinvolgimento paritetico dei lavoratori)
2025-2027 (legge 207/2024) 5% 3.000 €
2026-2027 (legge 199/2025, manovra 2026) 1% 5.000 €
Dal 2028, a normativa vigente 10% (regime strutturale) 3.000 €

La riduzione all’1% e l’innalzamento del tetto a 5.000 euro, quindi, non sono una misura permanente: sono un’eccezione valida per due anni, sovrapposta a una riduzione al 5% che era già stata introdotta l’anno precedente per il triennio 2025-2027. Significa che il Parlamento è intervenuto due volte in due manovre consecutive sullo stesso istituto, rendendolo via via più favorevole, ma sempre a tempo determinato.

Come funziona oggi

Per accedere al beneficio, il premio deve derivare da accordi aziendali o territoriali che fissino obiettivi di produttività, redditività, qualità, efficienza o innovazione, misurabili e verificabili, depositati presso l’Ispettorato Territoriale del Lavoro. La quota di premio fino a 5.000 euro lordi annui sconta l’imposta sostitutiva dell’1% in luogo dell’Irpef ordinaria e delle addizionali regionali e comunali; l’eventuale eccedenza torna soggetta alla tassazione IRPEF ordinaria, con le aliquote progressive del sistema generale.

Tre esempi di calcolo

Vediamo cosa cambia in pratica, confrontando il regime 2024 (5%, tetto 3.000 euro) con quello attuale (1%, tetto 5.000 euro), ipotizzando per la parte eccedente un’aliquota marginale Irpef ordinaria del 35% (33% più addizionali, per un lavoratore con reddito medio).

Premio di 3.000 euro (il vecchio tetto):

  • Nel 2024: imposta 5% su 3.000 € = 150 €, netto 2.850 €.
  • Nel 2026: imposta 1% su 3.000 € = 30 €, netto 2.970 €.
  • Risparmio: 120 euro.

Premio di 4.500 euro (sopra il vecchio tetto, dentro il nuovo):

  • Nel 2024: i primi 3.000 € tassati al 5% (150 €), i restanti 1.500 € tassati con Irpef ordinaria al 35% (525 €). Totale imposta 675 €, netto 3.825 €.
  • Nel 2026: l’intero importo rientra nel nuovo tetto di 5.000 €, tassato all’1%: imposta 45 €, netto 4.455 €.
  • Risparmio: 630 euro, quasi un mese di stipendio aggiuntivo.

Premio di 5.000 euro (il nuovo tetto massimo):

  • Con imposta sostitutiva all’1%: imposta 50 €, netto 4.950 €.
  • Se fosse tassato interamente con Irpef ordinaria al 35%: imposta 1.750 €, netto 3.250 €.
  • Differenza rispetto alla tassazione ordinaria: 1.700 euro, il beneficio massimo teorico della misura.

Premio di 6.000 euro (sopra il nuovo tetto): i primi 5.000 € restano tassati all’1% (50 €), i restanti 1.000 € tornano a Irpef ordinaria al 35% (350 €). Imposta totale 400 €, netto 5.600 €. È il caso in cui si vede con più chiarezza l’effetto “scalino” della soglia: superare il tetto anche di poco fa scattare l’aliquota piena sulla sola parte eccedente, non sull’intero importo.

I dividendi in sostituzione del premio

Chi riceve azioni dell’azienda al posto del premio in denaro ha un regime parallelo: i dividendi derivanti da quelle azioni, fino a 1.500 euro annui, concorrono alla base imponibile solo per il 50% del loro ammontare, invece che per intero. È un meccanismo diverso da quello dell’imposta sostitutiva sui premi in denaro, pensato per chi partecipa al capitale dell’impresa piuttosto che incassare un bonus in busta paga, e riguarda una platea più ristretta e specifica di lavoratori.

Quanti lavoratori coinvolge la misura

Secondo i dati del Ministero del Lavoro aggiornati al 15 luglio 2026, i lavoratori che beneficiano di questo salario aggiuntivo hanno superato quota 4,2 milioni, con un premio medio annuo di 1.815 euro, in crescita di oltre 210 euro rispetto a dicembre 2025. È un dato che riflette l’effetto congiunto dell’innalzamento del tetto e della crescita reale dei premi negoziati a livello aziendale, due fattori che si sommano ma che nelle statistiche ufficiali non sono sempre facilmente scomponibili l’uno dall’altro.

Quanto costa allo Stato

Secondo la relazione tecnica alla manovra 2026, la modifica normativa su tetto e aliquota dei premi di risultato riguarda una platea aggiuntiva stimata in circa 250mila lavoratori, con un incremento della base imponibile agevolata di circa 297,4 milioni di euro rispetto all’anno precedente, per un totale complessivo di base imponibile agevolata pari a circa 3.271,1 milioni di euro. L’effetto netto sui conti pubblici, in termini di competenza, viene stimato in un costo di 170,8 milioni di euro. Una cifra più contenuta rispetto a quella della detassazione dei rinnovi contrattuali, ma che si somma ad essa nel conto complessivo del pacchetto lavoro della manovra 2026, che nel complesso ha stanziato due miliardi di euro tra le diverse misure di sostegno alle buste paga.

Cosa succede se non arriva un nuovo intervento

È qui il punto su cui la manovra 2027 dovrà pronunciarsi. La normativa vigente, come detto, ha reso l’aliquota all’1% e il tetto a 5.000 euro validi esclusivamente per il biennio 2026-2027. Significa che i premi di risultato erogati nel 2027 sono già coperti da questa disciplina, senza bisogno di un intervento specifico per l’anno prossimo. Il problema si sposta invece al 2028: senza una nuova proroga, il regime tornerebbe automaticamente a quello strutturale del 2015, con l’aliquota che risalirebbe al 10% e il tetto che scenderebbe da 5.000 a 3.000 euro. Per un lavoratore che oggi riceve un premio di 5.000 euro, tassato a 50 euro, il ritorno al regime ordinario del 2028 comporterebbe — solo sui primi 3.000 euro rientranti nel nuovo tetto più basso — un’imposta di 300 euro, mentre i restanti 2.000 euro finirebbero tassati con le aliquote Irpef piene: un salto potenziale di centinaia di euro in meno netti, proprio mentre la manovra 2027 discute, parallelamente, di un ulteriore rafforzamento della misura piuttosto che della sua conferma allo stato attuale.




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 Paolo Florio

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