Più di 400 ex funzionari dell’intelligence e della sicurezza nazionale hanno accusato Donald Trump di star accentrando i poteri a scapito delle garanzie costituzionali, con il serio rischio di una deriva autoritaria negli Stati Uniti. Nell’ultimo mese, la Casa Bianca è tornata all’attacco sul fronte dell’immigrazione – con l’Ice che ha raggiunto la cifra record di 51mila arresti e Trump che ha firmato due ordini esecutivi per limitare lo ius soli – e del protezionismo economico, introducendo nuovi dazi. Sono temi su cui ha registrato già pesanti sconfitte da parte della Corte Suprema, eppure torna alla carica. Ne abbiamo parlato con Mattia Diletti, professore di sociologia politica all’Università La Sapienza di Roma ed esperto di affari americani.

Trump sfida di nuovo la Costituzione aggirando la sentenza di giugno della Corte Suprema che aveva annullato un suo tentativo di limitare lo ius soli. È un calcolo elettorale per rianimare la base o fa parte di una strategia di smantellamento delle istituzioni?

Ormai lo abbiamo capito. Trump non ha alcun rispetto per principi costituzionali, non ha una cultura e una sensibilità liberale. La sua è una leadership post liberale: è convinto di avere ragione e si preoccupa solo di aggirare gli ostacoli. Sullo ius soli la tattica è speculare a quella dei dazi. Nel caso dello ius soli, la Corte Suprema ha bocciato il provvedimento che cercava di bloccare la cittadinanza automatica ai figli di immigrati irregolari e ora Trump prova a intervenire colpendo quello che chiama “turismo delle nascite”. Allo stesso modo, i dazi annullati dalla Corte Suprema erano stati imposti sfruttando un’interpretazione estensiva di una delega che il Congresso gli aveva conferito per imporre sanzioni alla Russia: ora ci riprova con una nuova base legale. Insomma, quando la spallata diretta non funziona, cerca di aggirare l’ostacolo frammentandolo e colpendo obiettivi specifici.

La Corte Suprema è stata già piuttosto netta ed è plausibile che, con nuovi ricorsi, Trump registri altre sconfitte. Perché, allora, continua ad andare in questa direzione?

Ci sono due elementi, uno politico e uno ideologico. Per quanto riguarda il primo, Trump deve rispettare il patto di fiducia con l’elettorato Maga [Make America great again, lo slogan di Trump rilanciato dai suoi fedelissimi, spesso vicini a teorie del complotto, ndr]. Ha fatto delle promesse e deve di mostrare che lui non molla la presa: poco male se ci sono degli ostacoli, perché scarica la colpa sugli attori che lo impediscono, come la Corte Suprema. La strategia retorica è molto chiara: finché conquisto l’agenda mediatica con temi che interessano, non parlo di altro.

E l’elemento ideologico?

All’interno dell’amministrazione americana c’è una serie di figure, tra cui Stephen Miller [il principale consigliere di Trump per la politica interna e artefice di gran parte del suo programma sull’immigrazione, ndr], che hanno costruito sulla questione migratoria e sul protezionismo economico le fondamenta del “trumpismo ideologico”. Sono figure legate all’estrema destra Usa ed europea, vogliono costruire un discorso su cosa voglia dire “essere americani” e queste politiche contribuiscono ad alimentare la narrazione. Ma in tutto questo c’è una particolarità.

Quale?

Trump sceglie delle politiche manifesto e poi trova i soggetti adatti a interpretarle. Se non vanno a segno, però, è subito pronto a scaricare su di loro la responsabilità e a rimuoverli. Prendiamo il caso di Minneapolis: Trump voleva esercitare una pressione esemplare su una città democratica, ma ha perso clamorosamente contro il movimento di protesta. E allora cosa ha fatto? Ha fatto saltare Kristy Noem, ex segretaria alla Sicurezza interna, e Gregory Bovino, ex comandante generale della polizia di frontiera. Il prossimo potrebbe essere Pete Hegseth, segretario alla Guerra.

Dove è nato e come si sta sviluppando il movimento No Kings? Quali sono i luoghi simbolo e le persone che definiscono e animano un movimento civico che promette di cambiare gli Stati Uniti ed espandersi al resto del mondo? Sul nuovo numero di VITA magazine un reportage tra i luoghi, le storie e i protagonisti di questo fenomeno.
Minneapolis, l’America dopo Trump

Si avvicinano le elezioni di midterm e i Repubblicani sembrano avviarsi a una sconfitta alla Camera. In che modo Trump ne risentirà?

La Camera può investigare approfonditamente su quello che fa la presidenza e i Democratici lo faranno molto più di quanto non abbiano fatto in questi due anni i Repubblicani. E credo Trump potrebbe arrivare a rischiare l’impeachment in più di un caso.

Trump non ha rispetto dei principi costituzionali e in passato ha già dimostrato di essere pronto a mettere in dubbio la validità di un voto che l’ha visto sconfitto. Cosa dobbiamo aspettarci?

Cosa farà Trump il giorno dopo il voto è un’incognita. In base alla sua reazione, il mondo repubblicano potrebbe iniziare a ribollire. Più la sconfitta sarà pesante, più ci saranno molti personaggi che dovranno provare a smarcarsi dal presidente per emergere: devono salvare la pelle per farsi rieleggere alle prossime elezioni. In caso di sconfitta e di reazione spropositata, Trump potrebbe diventare “radioattivo”.

Che Stati Uniti saranno quelli che lascerà Trump alla fine del mandato?

Sarà difficile tornare alla normalità. Già Barack Obama sarebbe dovuto essere quello che doveva curare l’America per le ferite inferte da due guerre che non voleva nessuno e dalla crisi finanziaria. Eppure, nemmeno lui ha evitato che si andasse verso un’ulteriore polarizzazione: non ha raffreddato la ventata antipolitica nata dopo la crisi del 2007-2008. Oggi, il rischio è che dopo il 2028 il livello di risentimento e disprezzo per la politica e le istituzioni rimanga molto alto. Sarà complicato ricostruire il patto di fiducia con i cittadini: lo sia riducendo le disuguaglianze e raffreddando un certo tipo di linguaggio.

In apertura: AP Photo/Julia Demaree Nikhinson/Lapresse

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 Francesco Crippa

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