La prima opera nella quale ci si imbatte nella mostra Le impronte dell’acqua, cuore centrale della prima Bienal del Agua a Cascais, in Portogallo, è una grande installazione site-specific di Tadashi Kawamata. L’opera presenta delle bande verticali dipinte sulle pareti, sulle quali sono inchiodate delle casette realizzate con scarti di legno. L’immagine complessiva dell’installazione è quella di una sfilza di tronchi di albero in cui gli uomini si ritrovano a vivere in case realizzate con mezzi di fortuna sugli alberi, quanto basta per essere distanti dal suolo. Il riferimento alla crisi climatica non è dichiarato, ma esplicito.
Il dialogo tra le opere della Bienal del Agua di Cascais attorno alla crisi climatica
Nell’accostarsi all’opera di Kawamata l’occhio percepisce contemporaneamente Ivan & Louise (2004), del 2016, un dipinto di Monica Bonvicini realizzato con tempera e spray, che affronta questioni inerenti alla distruzione causata da uragani e incendi boschivi quali conseguenze visibili e tangibili del cambiamento climatico. L’opera, legata alla serie Hurricanes and Other Catastrophes, ritrae una casa semidistrutta che, come spiega l’artista, “un tempo era una dimora, luogo di sicurezza, memoria e appartenenza”. Puntando dritto al cuore della questione, Bonvicini chiarisce: “Per me queste scene simboleggiano anche il nostro fallimento collettivo nell’intraprendere azioni concrete e nel ripensare il modo in cui utilizziamo e valorizziamo le risorse della Terra, tra le quali l’acqua è una delle più essenziali”.
La centralità dell’acqua nella biennale di Cascais
Un’altra opera che accoglie il visitatore è Lac Telé (2022) di Jordi Bernadò, una grande fotografia di un lago visto dall’alto. Questo specchio d’acqua incontaminato nella Repubblica del Congo è uno dei laghi più isolati ed enigmatici del mondo. Di questo lago non esistono quasi fotografie né testimonianze; il luogo è avvolto in un’aura di misticismo, carico di leggende, creature fantastiche e misteriose maledizioni. Se le opere sin qui citate sono alla destra dell’opera di Kawamata, alla sua sinistra si trova un grande dipinto murale (altra opera site-specific) di Ding Yi – il più importante astrattista cinese – che ha molto lavorato sugli effetti della luce sull’acqua. Realizzato in bianco e nero, anche questo lavoro, visto nel complesso della mostra, si presta a un’interpretazione pessimista degli effetti della crisi climatica. La mostra si snoda, così, tra lavori la cui narrazione non è sempre esplicita, cosa del resto inevitabile considerato il ventaglio di linguaggi che la mostra accoglie. Ecco: l’acqua è l’elemento che accompagna le opere dei circa sessanta artisti scelti da Paparoni, che, con criteri curatoriali molto rigorosi ha dato alla mostra il tono di un vero manifesto politico-ecologista.
Il sorprendente allestimento della mostra centrale
Allestita al Centro Congressi Estoril, dove l’ampio salone è stato trasformato in spazi espositivi con diverse pareti in cartongesso bianco, la mostra presenta più di una sorpresa. Prima tra tutte l’installazione di Alexander Brodsky, che consente di vedere da una finestra di uno stanzino buio una distesa di petrolio con degli edifici in rovina. Attraverso un accurato gioco di specchi il paesaggio si presenta come un luogo sconfinato in cui tanto la natura quanto i centri abitati pagano il prezzo di uno sfruttamento eccessivo dei prodotti del sottosuolo. La mostra gioca, inoltre, sugli accostamenti di opere messe in dialogo tra loro, come accade nelle pareti ad angolo che accolgono Nubifregio di Nicola Samorì e di Philipp Fürhofer.
L’opera di Nicola Samorì alla Bienal del Agua
Le luci a intermittenza dei neon presenti nell’opera di Fürhofer danno una percezione mutevole del dipinto Nubifregio (2010) di Nicola Samorì, richiamando alla mente l’illuminazione a tempo dei capolavori del passato in seguito a un obolo. Il dipinto di Samorì riprende il San Paolo Eremita di Mattia Preti. Samorì elimina l’immagine del corvo che dal cielo tempestoso porta al Santo il nutrimento. Come scrive Chiara Stefani nella scheda che accompagna l’opera, “Rimuovendo con uno sverniciatore la stesura pittorica, la fa sgocciolare sulla figura. La pittura diviene nube acquea che, come una pioggia tossica, corrode il suo stesso corpo. Il Santo, stupefatto, pare accogliere l’inondazione proveniente dall’alto, che però non ha alcun effetto salvifico, bensì erode inesorabilmente l’impianto strutturale per crearne uno nuovo. L’eremita antico accoglie la nube tossica della modernità, la pittura trova forza dalla sua stessa corruzione”.
Confronti tra artisti internazionali alla biennale portoghese
Altro dialogo interessante è quello tra Casa dell’anima di Gian Maria Tosatti ed Extraterrestrial Object (2026) di Liu Jianhua. Quella di Tosatti è una scultura stesa sul pavimento e composta da due pavimenti sovrapposti. “Il primo, in marmo, è riconducibile alle case italiane dell’infanzia della generazione dell’artista. Il secondo è composto di frammenti di vetro, il cui profilo blu suggerisce l’idea dell’acqua. Quello superiore, privo di spessore, fluttua e scivola sopra il primo, tracciando la stratigrafia, inafferrabile e precaria, di uno slittamento interiore”. Anche Extraterrestrial Object di Liu Jianhua è un intervento site-specific espressamente realizzato dall’artista per la Bienal del Agua, utilizzando il materiale che contraddistingue la sua pratica artistica. L’opera consiste in una costellazione di gocce d’acqua in ceramica celadon che scendono poco distante dall’installazione di Tosatti, disseminate sulla stessa parete. Come scrive Manuela Lietti, “L’opera crea un paesaggio sospeso tra impermanenza e quiete, design e spontaneità”.
Ci sono tanti italiani in mostra a Cascais
Ben consistente è la presenza italiana che, oltre ai già citati Samorì e Tosatti, include Masbedo, Mimmo Jodice, Sergio Fermariello, Andrea Mastrovito, Paola Pivi e Massimo Vitali. Un numero così ampio di artisti italiani testimonia l’impegno di Paparoni a sostenere l’arte italiana fuori dai nostri confini nazionali. Una posizione che non dovrebbe costituire una novità, ma che, a giudicare dalla totale assenza di artisti italiani nella mostra principale dell’ultima Biennale di Venezia, offre elementi di riflessione. Molti i nomi inediti presentati in questa mostra (e tra questi spicca Chen Ting-Jung, presente con un’imponente installazione site-specific), ma anche nomi noti come Marina Abramović, Ian Davenport, Roni Horn, Liu Jianhua, William Kentridge, Robert Longo, Anselm Reyle, Thomas Ruff, Joana Vasconcelos, Wang Guangyi, Yan Pei-Ming e Zhang Huan.
Lo spazio e l’allestimento della biennale sono stati studiati ad hoc per la mostra
Contrariamente a quanto accade solitamente, in questo caso il curatore della mostra, Paparoni, non si è dovuto adattare agli spazi a disposizione; al contrario, li ha progettati insieme ai suoi collaboratori. Questa è una curiosa peculiarità della mostra, che ha permesso al curatore di predisporre le pareti in relazione alle dimensioni delle opere e delle installazioni site-specific.
Prodotta dalla Oliver Water di Santiago del Cile, la mostra ha avuto il supporto delle maggiori istituzioni della città. A questo si deve il tema della mostra, dal CEO della Oliver Water, Esteban Campolongo e da scelto dalla direttrice della Biennale, Consuelo Ciscar, e che hanno chiamato Demetrio Paparoni a ricoprire l’incarico di Commissario generale.
Tutte le iniziative della Bienal del Agua
Nel suo insieme questa Biennale ruota attorno alla mostra principale, ma è costituita anche da altre mostre. Tra queste, come chiarisce il comunicato stampa, Cápsula Oliver Water al Centro Cultural de Cascais, è curata da Consuelo Ciscar, che ha scelto opere di Yoko Ono, Júlio Quaresma, José Manuel Ciria e José Sanleón. Altra mostra è quella curata da Margarita de Aizpuru (figlia della famosa gallerista Juana de Aizpuru), che presenta in uno spazio aperto della città le sculture di Teresa Cháfer, Sonia Lukene, Natividad Navalón, Moisés Preto e José Villa. A latere delle mostre, Cascais ha ospitato anche, nella sede dell’Università Nova, un grande convegno internazionale che ha affrontato il tema delle risorse idriche nel mondo. L’evento include un Forum, che ha prodotto l’”Appello di Cascais” o “Manifesto dell’Acqua”, un documento che chiede soluzioni globali alla crisi idrica.
Federico Capasso Morante
Cascais (Portogallo) // fino al 6 settembre 2026
Biennale di Cascais. The Traces of Water
CENTRO DE CONGRESSOS DE ESTORIL – Av. Amaral, 2765-192
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