Un mese. Trenta giorni esatti da quel 12 luglio in cui le fiamme hanno mangiato lo stabilimento Remat, in una manciata di ore, davanti a San Giorgio a Liri. Il fumo nero, alto, visibile da chilometri. Poi il silenzio, e la domanda che restava sospesa sui campi tutt’intorno: dove sono finite le ceneri?
Oggi la risposta arriva, ed è quella che il territorio aspettava. Nove punti di prelievo, nove campioni di terreno. Zero sostanze inquinanti. L’Arpa Lazio parla chiaro: la ricaduta delle polveri non ha contaminato il suolo. Non serve nemmeno controllare le falde, dicono i tecnici. La terra ha retto.
Restano le acque, monitorate per un anno da Asl e Acea Ato5 in base all’accordo sottoscritto dall’assessore regionale alla Protezione Civile Pasquale Ciacciarelli. Restano poi gli ortaggi degli campi vicini, ancora sotto esame. I risultati, promettono, arriveranno nei prossimi giorni.
Fine di un progetto industriale
Nel frattempo l’impianto è fermo. Carta, vetro, plastica, alluminio: la filiera che smaltiva i rifiuti dei Comuni del Lazio Sud, principalmente sulla fascia da Geta a Cassino, si è interrotta. La Saf, socia di maggioranza al 60%, tiene la distanza istituzionale: monitora, ribadisce, nega flussi mai avvenuti tra i due impianti. E aspetta un bilancio, quello del 2025, che già prima dell’incendio doveva decidere il futuro di quella partecipazione. Ora quel bilancio pesa il doppio.
Remat nasceva dalla nuova logica dei rifiuti nata negli ultimi anni: riciclaggio totale, recupero di ogni materia prima possibile. Aumentando la differenziata, aumenta l’esigenza di avere impianti di riciclo e recupero. Mentre prima ci si limitava a recuperare le parti più evidenti e poi tutto il reso veniva trasformato in combustibile per alimentare i termovalorizzatori e produrre energia elettrica; quello che non si poteva recuperare si interrava nelle discariche. Tenendo il più possibile in mani pubbliche.
Negli ultimi anni la provincia di Frosinone ha spinto sulle nuove norme europee ed ha cercato di accelerare i tempi. La nuova mappa prevede che la frazione organica (gli avanzi delle cucine dei ciociari e le erbacce tagliate dai campi, dai giardini, dalle strade, vadano in un biodigestore che deve nascere ad Anagni producendo metano green ed abbattendo le spese di smaltimento. Oggi quei rifiuti vanno in Veneto e costa molto smaltirli.
Lo stabilimento Saf di Colfelice continua ad occuparsi dei rifiuti indifferenziati, recuperando tutto il possibile attraverso il processo chiamatodi trito vagliatura meccanica biologica e quello che avanza va alrecupero energetico cioè a produrre elettricità a San Vittore del Lazio nel termovalorizzatore.
Remat si occupava dei rifiuti differenziati dai cittadini, principalmente carta e plastica, lavorandoli e mettendoli sul mercato delle materie prime attraverso i consorzi di filiera gestiti da Conai (come Corepla, Comieco…). Con lo scopo di ampliare i servizi della Saf e, una volta a regime, ricavare anche utili che avrebbero alleggerito i conti della società principale.
Il futuro di Remat
Da qui parte la nostra intervista al presidente di Remat, Lucio Migliorelli.
Presidente Migliorelli, cosa è successo?
Posso solo dire che è successo ciò che mai ci saremmo aspettati, l’imponderabile: in due giorni è finito in cenere il sacrificio di anni. Non lo so cosa è successo, magari lo sapessi. C’è un’indagine che dovrà stabilirlo ed ho la più totale fiducia nella magistratura e negli inquirenti ai quali l’inchiesta è stata delegata.
Quando ha saputo dell’incendio?
Pochi minuti dopo che sono divampate le fiamme: mi hanno telefonato. Sono andato immediatamente sul posto ed ho cercato di rendermi utile come possibile. Ma è stata una cosa più grande di noi.
Doloso o accidentale? Lo hanno appiccato o è stata una fatalità?
Ripeto: non ne ho la più pallida idea ed io per primo aspetto fiducioso i risultati delle indagini. Quello che posso dire, senza il timore di violare il segreto investigativo, è che Remat non ha mai ricevuto minacce di alcun tipo, né esplicite né velate. Non eravamo una società che desse fastidio e che qualcuno potesse avere interesse ad eliminarla: come la nostra ce ne sono decine nel Lazio e grazie alla nuova sensibilità sul riciclo dei rifiuti c’è abbastanza lavoro per tutti. Ma non si può mai escludere che qualcuno covi invidia al suo interno senza darlo a vedere.
Sui social sono state sollevate illazioni…
Rivolgo un appello: chiunque abbia qualcosa di utile per le indagini lo vada a riferire senza indugio ai carabinieri o alla magistratura di Cassino. Gettare veleni sui social non aiuta le indagini e non aiuta il territorio.
Oggi sono stati ufficializzati dall’assessore Pasquale Ciacciarelli i risultati delle analisi Arpa: i terreni non sono inquinati.
Su questo non avevo dubbi: so benissimo cosa c’era nello stabilimento e cioè principalmente carta e plastica che provengono dalle case dei cittadini. Non trattavamo materiali pericolosi e men che meno sostanze chimiche di alcun genere o prodotti radioattivi.
Allora perché eravate dotati di un rilevatore di radioattività?
Perché ogni azienda che si occupa di rifiuti deve esserne dotata, per legge. Il motivo? Più volte, capita che i cittadini buttino nella carta anche sostanze che non ci dovrebbero andare. L’esempio più classico sono i pannoloni delle persone sottoposte a radioterapia: andrebbero buttati nei rifiuti ospedalieri ma in buona fede la gente pensa che sia tutto materiale organico riciclabile. Invece, contengono residui delle terapie e noi non possiamo assolutamente trattarli.
Nel mese di luglio ci sono stati vari incendi in Italia in stabilimenti che trattano rifiuti, in alcuni casi i sospetti sono concentrati sulle batterie al litio di piccoli elettrodomestici: powerbank, computer portatili…
Io non faccio ipotesi, non mi avventuro in cose che non posso dimostrare: sono felice per i risultati delle analisi che hanno certificato l’assenza di inquinamento. Per il resto attendo i risultati delle indagini. La mia preoccupazione in questo momento è tutt’altra.
Cosa la preoccupa?
Il futuro dei lavoratori che operavano in Remat. Sulla salubrità dell’aria, dei terreni, delle acque, non avevo preoccupazioni perché ero certo dei materiali al nostro interno. Anche perché, nella mia esperienza in Regione Lazio nel settore Rifiuti, purtroppo mi era capitato spesso di confrontarmi con emergenze di questo tipo. Ma sul futuro di quelle persone e delle loro famiglie sono preoccupato: per loro Remat era una opportunità di vita. Abbiamo subito avviato le procedure per chiedere in loro favore gli ammortizzatori con cui garantirgli di superare questa fase, nella speranza che si riescano a trovare presto soluzioni definitive. E poi sono dispiaciuto per il senso di paura che i cittadini devono avere provato in quei drammatici momenti di un mese fa: mi auguro che anche per loro tutto questo possa diventare presto soltanto un ricordo. E su questo punto ci confortano i dati di questi giorni.
Perché non si è dimesso?
Per collaborare attivamente alle indagini, fornire tutti i documenti necessari, tutte l’esperienza accumulata in questi anni di attività, ogni spiegazione che venisse ritenuta utile. Se dovesse risultare che la mia presenza è un ostacolo non esiterei un secondo a dimettermi. Anche perché, resto presidente di che? Di un cumulo di macerie.
E perché in queste settimane non ha parlato?
Perché ho ritenuto che il mio dovere principale fosse quello di mettermi a disposizione degli inquirenti e delle autorità ambientali, affrontare sotto ogni aspetto l’emergenza che si era creata, fornire relazioni ed ogni elemento utile. In quella fase ho preferito non alimentare inutili discussioni confidando nel lavoro della Commissaria prefettizia di San Giorgio a Liri con tutti gli altri enti preposti: hanno messo su una struttura di altissimo livello. Ho preferito attendere i risultati delle analisi Arpa e delle altre analisi fatte sia privatamente che dai Comuni. Verifiche che oggi ci dicono come i terreni non siano stati contaminati. Il lavoro non è finito, il mio auspicio è che si torni al più presto nella assoluta normalità.
Con il senno del poi c’è qualcosa che non rifarebbe?
Solo uno sciocco direbbe che sarebbe pronto a rifare tutto nella propria vita: c’è sempre qualcosa che può essere fatta meglio e da ogni esperienza negativa si impara e si migliora. Sulla gestione di Remat credo che abbiamo fatto tutte le cose per bene: l’impianto ha una sua logica industriale, eravamo riusciti a portare in equilibrio i conti, proprio ora era arrivato il momento di produrre gli utili. Eravamo ad un passo dalla conclusione di un’operazione di riassetto della quale non è opportuno in un’intervista indicare i dettagli: posso solo dire che era un’operazione che ci avrebbe dato le risorse per compiere quel necessario passo verso la crescita industriale e tecnologica, mettendo a sistema l’esperienza di questi primi anni di avvio.
Questa situazione avrà ripercussioni su Saf?
Dal punto di vista contabile, immagino di si. Dal punto di vista politico, sulla futura governance, non intendo dire nemmeno una parola: in questo momento mi concentro solo su Remat e sul cercare di mettere a posto ciò che posso. Ora è ancora il momento dell’emergenza anche se la fase più critica è passata.
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