Francesco Guccini fra la via Emilia e il cuore: ritratto di un anti divo rimasto fedele alle sue canzoni


Per lui, appassionato di musica, autore, conduttore radiofonico e operatore culturale di Reggio Emilia, Francesco Guccini è sempre stato il più grande cantautore italiano. Poi, un giorno di quasi tre anni fa, si è trovato seduto al tavolo di casa sua, uno smartphone nel mezzo, e una conversazione che oggi è a disposizione di tutti.

Lorenzo Immovilli è uno dei tre curatori (insieme a Stefania Carretti ed Erika Profumieri) di Francesco Guccini. Canterò soltanto il tempo, la mostra in corso allo Spazio Gerra di Reggio Emilia che conduce il visitatore proprio lì, su quel tavolo, dentro un dialogo intimo e sincero attorno a nove canzoni. Sarebbe dovuta essere chiusa in queste giornate d’agosto, ma alla notizia della morte di Guccini, un’onda di affetto si è riversata anche qui, in questo viaggio tra canzoni, ricordi, fotografie e materiali d’archivio. Ieri sera ha aperto al pubblico in via eccezionale e anche durante il fine settimana gli orari saranno ampliati, per consentire a chi lo desidera di vivere in mostra un momento di ricordo e saluto.

La mostra dedicata al cantautore è un’esperienza da vivere con le cuffie, come un concept album in cui al centro non ci sono i brani bensì il racconto, in prima persona, di Francesco Guccini. Ascoltare oggi la sua voce è ancora più prezioso.

Credo molto nel potere dei suoni e delle voci. La sua era una voce capace di accogliere, di raccontare e di farti sentire subito a casa. Anche per questo è rimasta impressa nel cuore di così tante persone. Aveva un timbro così caldo, profondo e rassicurante che ti veniva voglia di avvicinarti, appoggiare la testa sulla spalla, e restare lì, in ascolto, un po’ come si farebbe con un nonno.

Un’esperienza da vivere con le cuffie.

Quanto è stato importante il coinvolgimento diretto di Guccini nella realizzazione dell’allestimento?

L’idea, fin dal primo incontro con Francesco, è stata quella di essere dei curatori invisibili. Innanzitutto, perché era in vita: non avrebbe avuto senso realizzare una mostra su di lui senza lavorare insieme a lui e a sua moglie Raffaella, che ci ha accompagnato in tutto il percorso. Lui si è dimostrato disponibilissimo, divertentissimo. Certo, ha attraversato lunghi periodi di degenza in ospedale e non aveva sempre molte energie, ma ogni volta che ci accoglieva ci regalava tempo, racconti e riflessioni.

Che cosa significa essere “curatori invisibili”?

Il desiderio è quello di accompagnare i visitatori in un percorso che somigli il più possibile a quello che abbiamo vissuto noi conoscendo Guccini e la sua personalità. Per questo non abbiamo realizzato interviste tradizionali. Siamo andati più volte a casa sua, abbiamo semplicemente appoggiato un telefono in mezzo al tavolo e lasciato scorrere la conversazione. Ne sono uscite ore e ore di registrazioni autentiche, senza filtri: si sentono i cani che abbaiano, i rumori della cucina, la vita che continua intorno. È proprio questa spontaneità a renderle così vere. In un certo senso, la mostra esisteva già dentro quelle parole. Il nostro lavoro è stato costruirla attorno alla sua voce: isolare i passaggi più significativi e, da lì, trovare tutti gli agganci possibili con i brani musicali, le fotografie, i documenti e gli altri materiali, per dare vita a un’esperienza audiovisiva immersiva che permettesse al pubblico di incontrare davvero Francesco Guccini.

Aveva un timbro così caldo, profondo e rassicurante che ti veniva voglia di avvicinarti, appoggiare la testa sulla spalla, e restare lì, in ascolto

Lorenzo Immovilli

L’ultima apparizione in pubblico di Guccini è avvenuta proprio durante un evento collaterale alla mostra, ai Chiostri di San Pietro. Che cosa le è rimasto dentro di quella giornata?

Innanzitutto, il regalo di averlo lì con noi. Da tempo non si spostava da casa. La prima cosa che disse, salendo sul palco, fu: «Negli ultimi due anni non sono uscito. Devo dire la verità, ho avuto paura della malattia. Però sono contento di essere qui». Per noi è stato un momento indimenticabile: un gesto di grande generosità nei confronti del pubblico e un ricordo che porteremo sempre con noi.

In un’intervista di qualche mese fa ha dichiarato che in quegli incontri con Francesco Guccini ha trovato «esattamente la persona che pensavo di trovare». Che cosa intendeva dire?

Mi sono trovato davanti a una persona di una coerenza e di un’integrità rarissime. Credo che emerga anche in questi giorni in cui stiamo assistendo a una grande mobilitazione a livello nazionale: la grandezza dell’artista e dell’uomo. Un uomo a cui non è mai interessato apparire, un anti divo totale, che ha scelto di vivere la propria vita con estrema semplicità, anche se avrebbe potuto fare chissà cosa. Conoscerlo a casa sua significava trovarsi intorno a un tavolo, con un bicchiere di vino, a parlare della vita nel senso più profondo del termine, ma anche condividere momenti piccoli e autentici: una salsiccia e un bicchiere di Lambrusco, tutta quella dimensione così profondamente emiliana che faceva parte della sua identità. E poi le sue passioni, l’amore per la lettura, il desiderio di continuare a studiare, conoscere, approfondire e raccontare:era un grandissimo narratore prima ancora che un grande cantautore.

Il percorso della mostra si conclude con uno spazio in cui lasciare un messaggio, un pensiero, una lettera a Francesco, come in tanti hanno fatto davanti al portone della sua casa in via Paolo Fabbri a Bologna.

Non sappiamo più dove mettere tutti quei messaggi. Sarebbe bello costruire un piccolo lavoro attorno a queste testimonianze, perché sono davvero uniche. Allo Spazio Gerra da sempre creiamo luoghi in cui le persone possano esprimersi, ma nulla è paragonabile a quello che stiamo vedendo in questi giorni.

Alcuni dei messaggi lasciati dai visitatori della mostra.

Perché, secondo lei, tra Guccini e il suo pubblico c’è un dialogo così intenso?

Di solito ci leghiamo ad alcuni brani che fanno parte di periodi significativi della nostra vita: la musica diventa memoria, ci identifichiamo in certe canzoni in certi momenti. Quello che emerge dalle parole lasciate qui è qualcosa di diverso: ci sono persone che raccontano di averlo ascoltato e di continuare ad ascoltarlo da 60 anni e più. È l’idea di un artista capace di stare accanto alle persone come un compagno di viaggio, quasi un filosofo. Tra i messaggi ce n’è uno che mi ha fatto sorridere: «Da studente e ragazzo appassionato di rock, non ti ho mai seguito: sono cresciuto a suon di Led Zeppelin e Deep Purple. Ma adesso che ti ho visitato questa mostra ho capito tutto e riascolterò tutto». È forse questo il compito più grande che abbiamo: riuscire a far incontrare Francesco a persone nuove, anche a chi pensava di non aver mai fatto parte del suo mondo.

Una parte dell’allestimento allo Spazio Gerra.

Che cosa lascia Francesco a Lorenzo?

L’aspirazione a cercare di fare bene senza pensare a dove ti porterà. Se hai la fortuna di avere un lavoro in cui puoi esprimerti, devi farlo innanzitutto perché ne senti il bisogno, perché è qualcosa di necessario per te. Poi, questo percorso potrà forse portarti a successi straordinari, ma non deve essere quello l’obiettivo iniziale. È una grande lezione per tutte le persone che fanno mestieri legati alla creatività: tenersi ancorati alla sincerità, alla passione e alla coerenza nel proprio percorso.

In apertura, il cantautore in una immagine dall’archivio Francesco Guccini. (Le fotografie sono state fornite dall’intervistato e da Ufficio stampa Spazio Gerra)

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 Daria Capitani

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