Modica, una ferita che interroga il mondo della disabilità


«Da genitore penso sia un caso isolato e aspetto che gli organi di giustizia facciano chiarezza», dice un commento. «Da genitori dobbiamo pretendere telecamere ovunque», risponde un altro. «Da mamma di un ragazzo disabile dico basta a tutto questo scempio… Non ci sono scuse che tengono», afferma un terzo. «Voi come Anffas nazionale dovreste fare controlli a tappeto costantemente», dice un quarto. «Non è sufficiente prendere le distanze. Mi dispiace ma verifiche e controlli sono obbligo non solo morale di chi è responsabile di una organizzazione in tutte le ramificazioni che crea e consente. Una organizzazione capillare deve avere una capacità di verifica e controllo altrettanto capillare».

Delusione, amarezza, sfiducia. Rabbia. Ma anche il desiderio di non condannare tutta una rete che conta 165 associazioni locali e 63 enti aderenti a marchio Anffas sul territorio nazionale (ogni struttura associativa è però autonoma e separata dagli enti gestori a marchio Anffas), che segue e supporta in vario modo oltre 30mila persone con disabilità. Una realtà di famiglie, che ha più di sessant’anni di storia, che è stata sempre impegnata sui diritti, che ha contribuito a cambiare la cultura sulla disabilità in Italia. «Anffas è una grande realtà. Dietro ci sono persone, famiglie che dedicano tempo a chi ha bisogno. Facciamo tanta formazione. Persone che sbagliano ci sono, è nella natura umana purtroppo. Se c’è chi ha sbagliato, pagherà come è giusto che sia, ma quando offendete Anffas ricordatevi delle centinaia di persone che ogni giorno si danno da fare. Prendetevela con chi sbaglia ma non con tutti, perché semplicemente non è giusto», si legge sempre nei commenti sui social.

La notizia

C’è tutto questo nelle reazioni alla notizia diffusa il 4 agosto: il presidente di Anffas Modica, Giovanni Provvidenza, fratello di una persona con disabilità, è finito agli arresti domiciliari insieme ad un operatore nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Ragusa su presunti maltrattamenti ai danni di persone con disabilità ospitate nel centro diurno gestito dall’associazione.

Per altri cinque operatori il gip ha disposto il divieto di esercitare la professione e di prestare assistenza a soggetti fragili, mentre sei sono indagati senza misure cautelari. In totale sono 13 gli indagati. Le accuse, a vario titolo, sono di maltrattamenti e di esercizio abusivo della professione infermieristica.

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA

Il centro diurno di cui parla l’Ansa, a dire il vero non era tale. Nel senso che non c’era alcun servizio accreditato, ma solo una sorta di “laboratorio” rivolto a 12 persone con disabilità, nella forma dell’attività associativa, tenuto da giovani in servizio civile, volontari e operatori. Una proposta che sarebbe stata messa in piedi all’insegna della buona volontà, per dare una risposta a un bisogno che dalle istituzioni non aveva trovato alcuna risposta. Non è una giustificazione, ovviamente, ma un pezzo del racconto sì.

E poi l’altra questione: che ne sarà ora, di quelle 12 persone che ora si ritrovano senza alcun supporto sul territorio? Se lo chiede Anffas e se lo chiedono i commenti sui social: «Provo un dolore e un’amarezza indescrivibili. Confido che la giustizia faccia il suo corso, ma il pensiero va prima di tutto a quelle famiglie e a quei ragazzi che dall’oggi al domani si ritrovano senza un punto di riferimento, nel buio più assoluto».

«Nessuno sconto a chi ha tradito la fiducia di ragazzi e famiglie, ​ma non si cancella una struttura vitale per il territorio. Se Anffas ha rappresentato l’unico riparo contro l’assenza delle istituzioni locali in questi anni, oggi Anffas Nazionale ha il dovere di svuotare il centro dalle vecchie cariche e riorganizzarlo con un nuovo organico, senza sospendere i servizi. Riorganizzare Anffas Modica, non chiuderla! Questo è un appello per la tutela delle famiglie e dei soggetti fragili».

Le reazioni del mondo della disabilità

La notizia ha suscitato profonda preoccupazione nel mondo associativo. La Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie – Fish, a cui Anffas aderisce, ha parlato di una ferita ai diritti e alla dignità delle persone con disabilità, richiamando la necessità di rafforzare controlli, monitoraggio, formazione e strumenti di prevenzione nei servizi. Il presidente Vincenzo Falabella proprio su VITA pochi giorni fa ha affermato che «prevenire gli abusi nei luoghi di cura, garantendo insieme i diritti degli ospiti e la dignità degli operatori» è un tema «non più rinviabile», denunciando come la proposta di legge da lui elaborata al Cnel su videosorveglianza e trasparenza, tutelando contemporaneamente persone fragili e lavoratori, non avesse trovato la convergenza dei sindacati.

Anche l’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità ha espresso forte preoccupazione, sottolineando che nessuna forma di violenza o trattamento degradante può trovare spazio nei luoghi destinati all’assistenza e all’inclusione. Alcune voci critiche sottolineano invece che quando un’associazione nata per dare voce alle persone con disabilità e alle loro famiglie diventa anche soggetto gestore di strutture e servizi, il rischio che emerga una possibile tensione tra le due funzioni si fa molto concreto: anche senza arrivare a episodi di maltrattamento.

Profondo sconcerto

I temi che si intrecciano sui social sono gli stessi su cui riflettono le reazioni istituzionali di Anffas. «La tutela delle persone con disabilità, della loro sicurezza e del loro benessere rappresenta da sempre per Anffas una priorità assoluta e inderogabile. Non può esservi alcuno spazio per maltrattamenti e violenze e per chi se ne rende protagonista la tolleranza deve essere pari a zero», si legge nel comunicato pubblicato da Anffas Nazionale.

Non può esservi alcuno spazio per maltrattamenti e violenze e per chi se ne rende protagonista la tolleranza deve essere pari a zero

Nella nota diffusa parla la Giunta Nazionale di Anffas ma «faccio personalmente mia ogni parola», dice il presidente nazionale, Roberto Speziale. Parla di «profondo sconcerto», innanzitutto per qualcosa di «incredibile e indicibile» e che «non ha spiegazione». Di una «condanna inequivoca», che «non cambia per il fatto che sia successo in casa nostra». E di «più netta distanza dai comportamenti contestati, radicalmente incompatibili con i valori, i principi e la mission associativa di Anffas»: una realtà in cui «non può esservi alcuno spazio per maltrattamenti e violenze e per chi se ne rende protagonista la tolleranza deve essere pari a zero». Il pensiero per le persone con disabilità e le famiglie che oggi si trovano ancora più «sole».

Antonio Costanza, presidente di Anffas Sicilia, riferisce che l’associazione ha già avviato le procedure per far decadere da ogni incarico associativo e da qualsiasi rapporto con Anffas le persone coinvolte nell’indagine. «Quanto contestato tradisce completamente i valori di Anffas e non rappresenta in alcun modo ciò che siamo», dice.

Cosa resta, oggi e domani

Cosa resta, oltre la rabbia, la delusione e l’amarezza? Resta anzitutto la richiesta di verità. Se le accuse saranno confermate, si tratterà di un tradimento della fiducia delle persone con disabilità, delle loro famiglie, della comunità Anffas.

Ma resta anche una domanda che riguarda tutto il Terzo settore. Con due sollecitazioni che erano ben presenti anche nell’ampia riflessione avviata con la copertina che VITA ha dedicato ai social workers a maggio e nel Manifesto del Lavoro Sociale.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Uno, la consapevolezza che rischi di questo tipo non possono mai essere azzerati del tutto, in nessuna organizzazione. Che la differenza la fa il modo in cui i rischi vengono prevenuti, in cui i segnali vengono letti e raccolti, il modo in cui i fatti vengono poi gestiti. Che i sistemi organizzativi devono imparare anche a riconoscere e gestire i sintomi di frustrazione e di malessere dei propri lavoratori, che spesso lavorano fisiologicamente sotto pressione: sintomi che, se ignorati, possono compromettere la qualità delle relazioni di cura. Che la forza di un’organizzazione non si misura dall’assenza di problemi, ma dalla decisione e dall’autorevolezza con cui li affronta.

Due (lo scrivevano qui Andrea Rossi e Giacomo Rossi), che spesso il privato sociale che gestisce servizi è costretto a sostituirsi alle mancanze delle istituzioni: in assoluta buona fede, ma forse con poca attenzione alle conseguenze, si pensa che sia un “dovere” salvare i servizi “a tutti i costi”. Il Terzo settore lo fa perché non vuole lasciare sole le persone e le famiglie. Ma questo “a tutti i costi” nei fatti ha dei costi altissimi e genera dei danni che non vengono adeguatamente considerati.

E quei costi, alla lunga, ricadono paradossalmente proprio sulle persone che quei servizi dovrebbero proteggere.

In apertura, foto di SHVETS production su Pexels

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 Sara De Carli

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