“Ennio Simeone e il giornalismo”: il ritratto di Massimiliano Gallo



ENNIO SIMEONE E IL GIORNALISMO: IL RITRATTO DI MASSIMILIANO GALLO, FONDATORE DE “IL NAPOLISTA”

di Massimiliano Gallo – Fonte: Il Napolista

Le cinque doppie w ma sul why se non sei sicuro, sii cauto

Era l’estate del 1992, quella di Tangentopoli e dell’uccisione di Borsellino dopo la strage di Capaci. Giovane ventiduenne, ero alla redazione del quotidiano Alto Adige per una sorta di sostituzione estiva. Il direttore era Ennio Simeone che quasi trent’anni prima aveva avviato alla professione mio padre Sergio che alla redazione napoletana de L’Unità era entrato da fattorino. Ennio entrò nello stanzone altoatesino, vide in tv un noto giornalista e disse: “ma se questo sta sempre in televisione, quando cazzo lavora?”.

Erano gli albori dell’opinionismo. Era iniziata quella che poi sarebbe diventata la profonda trasformazione del giornalismo. Ancor prima dell’avvento di Internet. Con le hard news e il concetto anglosassone basato sulle cinque doppie w (who, what, when, where, why ma Ennio sul why diceva di andare cauti se non si era sicuri, di sentire sempre più campane) che nel tempo avrebbero perso rilevanza. O comunque sarebbero diventate appannaggio di tutti (ma con un rigore diverso) prima grazie alla tv e poi al web. E sarebbero state soppiantati, almeno in Italia, dall’opinione. Dal tifo, dalla partigianeria ostentata. In politica come nel calcio, nell’economia. E recentemente abbiamo scoperto persino nella cronaca nera.

Capiva al volo l’inclinazione dei giornalisti, per lui la vita era il lavoro

In quella osservazione di fronte alla tv c’era tutto Ennio Simeone. Un grandissimo giornalista. Immenso. Non meno di enorme. Che quella mutazione non l’ha mai compresa. Mai digerita. Proprio non la concepiva. Per lui esisteva la notizia. Il fatto. Anche quello politico. È stato capo indiscusso della redazione napoletana de L’Unità a cavallo negli anni Settanta. È poi stato uno dei vertici di Paese Sera. La politica la conosceva eccome. Del giornalismo conosceva tutto. Leggeva tutto, anche gli oroscopi. Le notizie le capiva al volo. Ma, soprattutto, le persone le fotografava al volo. I giornalisti. Capiva immediatamente qual era l’inclinazione di ciascuno. E faceva in modo che ciascuno potesse lavorare divertendosi, con passione, non con costrizione. Perché per Ennio non l’orario di lavoro non esisteva. Così come non esisteva il giorno di riposo: introduzione che ha sempre faticato a metabolizzare. Per Ennio la vita era lavoro. Ma non lo stabiliva in modo perentorio (anche se la cazziate di Ennio non le dimenticavi più), per lui era normale divertirsi lavorando. Le redazioni erano il suo habitat naturale. A mezzanotte ti conduceva in tipografia a vedere la rotativa che girava e sfornava le prime copie. E ogni sera era emozionato come se fosse la nascita di un bambino. Tu magari avevi fame. Ma non riuscivi a dire niente.

Faccio uno tra mille esempi. A L’Alto Adige aveva partorito da tempo un inserto tv che sarebbe stato un inserto completo, con approfondimenti relativi ai programmi. Lo tenne sulla scrivania nascosto finché non individuò un giovane stagista che faceva al caso suo: Emilio Guariglia e gli cambiò la vita. Ha fatto così con centinaia di giornalisti. Li ha fatti innamorare di questo mestiere.

Ennio Simeone ha formato almeno quattro generazioni di giornalisti

Ennio ha lavorato a L’Unità, a Paese Sera. Venne poi chiamato al Giornale di Napoli da Orazio Mazzoni (altro gigante del giornalismo) che superò ogni steccato ideologico e lo volle come vice. In ogni luogo in cui è passato Ennio, si può dire che c’è stata una scuola di giornalismo. Ciascuno si è sentito appartenente a un periodo storico. E ha imparato a fare questo mestiere (come si faceva un tempo, la tradizione anglosassone). Ha girato l’Italia. È diventato il direttore prediletto del principe Caracciolo che lo spediva in ogni giornale locale del gruppo Repubblica che era in difficoltà. E lui li ha risollevati tutti. Diresse anche Il Tirreno il quotidiano più grande.

Nel frattempo l’opinionismo si era ulteriormente affermato. E allora lui se ne andò in Calabria. Dove ha lasciato un marchio indelebile. Ennio è morto, lo avrete capito. È morto l’altro giorno a quasi novant’anni. Ed è impressionante su Facebook la quantità di giornalisti che gli hanno detto grazie. Tanti calabresi. Ma anche giornalisti storici come Matteo Cosenza. È straordinario leggere le loro storie. Tutte in fondo simili. Ennio non si tirava mai indietro. Ha insegnato questo mestiere ad almeno quattro generazioni di giornalisti, forse di più. Nomi altisonanti, oggi tra i migliori in Italia. Faccio un esempio per l’originalità. Fu lui a chiamare il giovanissimo Marco Demarco (19 anni) dopo aver letto non so dove un suo articolo su Bagnoli. Perché Ennio leggeva tutto. Ovunque. Rintracciò Demarco, non lo conosceva. E gli aprì le porte della redazione de L’Unità. Ma gli esempi sono innumerevoli. E così ha fatto per quasi cinquant’anni in giro per l’Italia.

Il grande pubblico non sa chi sia perché lui in tv non ci andava

Riporto un estratto dal suo ricordo di giornalistiitalia.it: Ai giovani ripeteva che “il giornalismo non morirà mai: dagli Annales ad oggi ha subìto nei secoli radicali trasformazioni, ma il bisogno di comunicare e il bisogno di essere informati correttamente e tempestivamente non si spegnerà con la frenetica evoluzione dei mezzi di comunicazione. L’importante è che non venga confuso con la spettacolarizzazione, come sta accadendo con quasi tutti i talk show televisivi e persino con quelli radiofonici. Perciò un giovane deve attrezzarsi culturalmente per intraprendere questa professione, se ha voglia di cimentarsi”.

Ricordo che all’Alto Adige facevo tutto. L’inserto estate. La sera il desk (ossia l’impaginazione, la titolazione, la ricerca delle foto) dell’attualità. Poi le recensioni musicali e talvolta teatrali. E la domenica il calcio, perché lì erano tutti appassionati di hockey, ciclismo e sci. Si inventò la moviola sul giornale. Io individuavo due momenti polemici della giornata. Li video-registravamo. E il fotografo – con una macchina che depotenziava l’effetto tv – fotograva gli episodi chiave. Chissà quante altre cose Ennio si sarà inventato nella sua carriera. E chissà quanti altri Ennio ci sono stati nel giornalismo italiano. Il grande pubblico non sa chi sia Ennio Simeone. Lui in televisione non ci andava. Lui lavorava al prodotto, lo chiamava così. Grazie Ennio. Grazie di tutto.


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