Reportage Biennale danza 2026 a Venezia


Si è aperto il 17 luglio con Five Days in the Sun, lo spettacolo che Emanuel Gat ha creato a partire dalla Sinfonia n. 5 di Mahler, il XX Festival Internazionale di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia, edificato dal coreografo britannico Wayne McGregor, riconfermato alla direzione del Festival anche per il prossimo biennio 2027-2028, a partire dall’affermazione – più riflessiva che assertiva – “time does not exit”. Una concezione fluida del tempo, ispirata alla fisica quantistica, che sottende anche la modalità prescelta per “festeggiare” la ventesima edizione del Festival, inaugurato nel 2003: non una celebrazione nostalgica ma la ricerca di quanto di quel passato tuttora sopravviva nel presente e si proietti nel futuro. Da questa idea è nata Life Lines, l’installazione filmica immersiva costruita a partire dai preziosi materiali dell’Archivio Storico della Biennale di Venezia e ospitata nei giorni del Festival nella Sala d’Armi E dell’Arsenale.

VIDEOINSTALLAZIONE LIFE LINES, Mamela Nyamza, Ph. Andrea Avezzù Courtesy La Biennale di Venezia 2026

Chi scrive ha trascorso tre serate (non consecutive) a Venezia e ha assistito agli spettacoli del Leone d’Oro – il Bangarre Dance Theatre – e del Leone d’Argento – Mamela Nyamza; ma anche a Láhppon / Lost di Elle Sofe Sara e Hlín Hjálmarsdóttir; al lavoro di Andrea Salustri, vincitore del bando Biennale Danza 2026 per una nuova creazione coreografica italiana; e a una delle coreografie, quella disegnata da Maxine Doyle, per i giovani danzatori selezionati per Biennale College Danza. Il Festival prosegue fino al primo agosto e si concluderà con gli spettacoli di Wen Hui & Eiko Otake, Adam Linder, Molissa Fenley e WINNDance.

Laura Bevione

Pietrangelo Buttafuoco, Frances Rings, Stephen Page, Wayne McGregor, ph Andrea Avezzù, Courtesy La Biennale di Venezia, AVZ-LEONE D'ORO BANGARRA DANCE THEATRE, La Biennale di Venezia 2026
Pietrangelo Buttafuoco, Frances Rings, Stephen Page, Wayne McGregor, ph Andrea Avezzù, Courtesy La Biennale di Venezia, AVZ-LEONE D’ORO BANGARRA DANCE THEATRE

Terrain” di Bangarra Dance Theatre, Leone d’Oro alla carriera 2026 alla XX edizione della Biennale Danza a Venezia

Fondato nel 1989 da Uncle Rob Bryant, Cheryl Stone e Carole Y. Johnson, diretto dal 1991 al 2022 da Stephen Page che ha poi passato il testimone all’ex danzatrice e coreografa Frances Rings, Bangarra Dance Theatre si propone da sempre di perpetuare l’archivio di narrazioni e archetipi della cultura aborigena e degli Isolani dello Stretto di Torres, nell’Australia Occidentale, ricorrendo al variegato linguaggio della danza contemporanea e ibridandolo con la musica, il video, scene e costumi coerenti a un universo simbolico unitario e ancestrale. Peculiarità sostenute ovviamente da un’indiscussa professionalità così come dalla consapevolezza di rappresentare la comunità delle Prime Nazioni australiane e dal dovere – assolto con autentica e convinta adesione – di trasmetterne la storia, risalente ad almeno sessantacinquemila anni fa. Un rispetto per il proprio territorio ancestrale – definito Country – che è al centro dello spettacolo presentato a Venezia, Terrain: un viaggio condiviso nel paesaggio unico del Kati Thanda-Lago Eyre, il più esteso lago salato australiano, e nelle narrazioni che in esso sono da millenni incistate. Un’ampia distesa lunare, scabra e perlacea come gli ossi di seppia-totem con cui i danzatori danno vita a uno degli atemporali e fiabeschi sipari che si susseguono portando sul palcoscenico creature umane e non, uccelli mitologici e antenati-custodi. La danza – libera traduzione in stilemi occidentali contemporanei di quelle che immaginiamo antichissime frasi coreografiche – si dispiega su una colonna sonora di ipnotico rimbombo interiore – la musica originale è del purtroppo defunto David Page – e davanti a un fondale su cui si disegnano astratte e mirabili reinvenzioni del paesaggio del Kati Thanda-Lago Eyre. Terrain trasporta così il pubblico in un ammaliante viaggio nel tempo e nello spazio, invitandolo anche a prestare maggiore attenzione agli avi che del nostro essere presente sono insieme lontani fattori e oscuri custodi.

The Herd/Less di Mamela Nyamza, Leone d’Argento 2026 alla XX Festival di Danza a Venezia

Danzatrice, coreografa e attivista, la sudafricana Mamela Nyamza – la vedemmo lo scorso anno alla Triennale di Milano con Hatched Ensemble – mira a porre al centro del suo discorso artistico corpi non convenzionali, almeno secondo i rigidi canoni della danza classica, e identità altrettanto non omologabili, almeno secondo il cosiddetto comune sentire. Una poetica che si traduce in una pratica coreografica che ibrida forme accademiche con linguaggi più “popolari”, creando un idioletto in cui la forma è anche vivida espressione di una società – sudafricana e non solo – ancora chiusa e violenta. Una concezione evidente nello spettacolo proposto a Venezia, The Herd/Less, che, già nel titolo, gioca sull’ambiguità del termine herd, ovvero “gregge”: una comunità coesa e armonica ma anche un insieme in cui le singole personalità vengono soffocate e annullate, costringendo i singoli a essere less, ossia meno e, dunque, a non essere. In scena, un gruppo apparentemente coeso, uomini e donne con variegati abiti colorati – che rimandano, benchè in modo non didascalico, a stereotipi legati alle persone di colore – arrampicati su bidoncini di latta che ne limitano il movimento. Intanto uno di loro porta in equilibrio una lancia, compaiono bastoni: strumenti di controllo che inevitabilmente riducono il “gregge” a mansueto corpo unico. Senza didascalismi né proclami ma affidandosi alla potente arma della danza, Mamela Nyamza mostra così la granitica sopravvivenza di pervasive forme di subordinazione sociale e di atavici stereotipi, e indica nell’arte – libera e coraggiosa – lo strumento privilegiato per contrastarli.

Láhppon / Lost di Elle Sofe Sara e Hlín Hjálmarsdóttir a Venezia

Molti ignorano che il colonialismo occidentale ha interessato anche il Vecchio Continente, con europei – norvegesi soprattutto – che sostanzialmente sottomisero una popolazione, i Sámi, stanziata oltre il Circolo Polare Artico, fra Norvegia, Finlandia e Russia. La coreografa e regista sámi Elle Sofe Sara, insieme alla coreografa e danzatrice islandese Hlín Hjálmarsdóttir, ha creato uno spettacolo, Láhppon / Lost, che rievoca un episodio dai contorni ancora non ben chiariti e considerato in parte tabù dalla stessa comunità indigena: la violenta rivolta di Kautokeino, avvenuta nel 1852. Le due coreografe ricreano allusivamente quell’episodio ricorrendo ad alcuni sonori oggetti scenografici, ai costumi che reinterpretano gli abiti tradizionali, ai video, alla musica, composta da Valgeir Sigurõsson includendo però degli joik, i canti tradizionali sámi, eseguiti da vivo. E, infine, contando su un magnifico corpo di ballo, il Norwegian National Ballet – quasi una forma di compensazione post-colonialista. Il risultato è uno spettacolo di rara qualità, in cui i differenti linguaggi – la danza, la musica, la drammaturgia, le immagini, i costumi e gli elementi scenici – si amalgamano con pregnante fluidità, restituendo la memoria di un tragico episodio e universalizzandola quale paradigmatica dell’innato istinto alla violenza.

Invisible di Andrea Salustri, il vincitore del bando Biennale Danza 2026

Vincitore del bando Biennale Danza 2026 per una nuova creazione coreografica italiana, il coreografo, danzatore ma anche artista di strada esperto in giocoleria e manipolazione del fuoco, Andrea Salustri (Roma, 1988) ha realizzato uno spettacolo, Invisible, in cui mostra di volere far convergere tutte queste sue differenti abilità. Luce, acqua e aria sono, infatti, i protagonisti di una performance-installazione di natura artistico-scientifica, immersa quasi costantemente nell’oscurità e agita dallo stesso Salustri con la co-creatrice Alice Rende. Una pallina luminosa, vari contenitori per permettere all’acqua di fluire in maniere diverse, cascate di nuvole, coreografie minimali e semi-oscurali in un lavoro forse un po’ autocompiaciuto e nondimeno di sicuro impatto visivo-emozionale.

Hubris di Maxine Doyle alla Biennale Danza 2026

La coreografa e regista indipendente britannica Maxine Doyle ha creato Hubris, uno dei due lavori portati in scena dai giovani danzatori selezionati per Biennale College – l’altro pezzo, On Tenderness, è frutto della rigorosa visionarietà di Molissa Fenley. Hubris, ossia hybris: il peccato più grave dell’antichità, quella “tracotanza” che conduceva gli uomini a sfidare gli dei, è riletto in chiave contemporanea – e nondimeno universale – da Doyle che, partendo da un semplice e versatile elemento scenico quale un tavolo, costruisce un pezzo di geometrica esattezza e ficcante simbolismo, esaltato dalla matura professionalità dei giovani danzatori.

Venezia // Fino al 1° agosto
Biennale Danza 2026 | XX Festival Internazionale di Danza Contemporanea
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