Saxa, il Tribunale di Roma ordina la liquidazione: Xeta consegna le chiavi

Alla fine l’ultima parola l’ha detta il Tribunale di Roma. Ed è la parola più pesante che un tribunale possa pronunciare su un’azienda: liquidazione. Il Tribunale Ordinario di Roma ha dichiarato la liquidazione giudiziale unitaria dei tre stabilimenti del gruppo ceramico Saxa Gres: Saxa Grestone di Roccasecca, Saxa Gres di Anagni e Saxa Gualdo di Gualdo Tadino in Umbria. Circa 200 lavoratori tra i tre siti attendono ora di sapere cosa succede.

Per capire cosa significa questa decisione e perché è arrivata bisogna ricostruire una sequenza di scelte che chi conosce il dossier giudica, con parole diverse ma sostanza simile, come una serie di errori gravi.

Cos’è la liquidazione giudiziale e perché è arrivata

La liquidazione giudiziale è l’evoluzione del vecchio fallimento. In sintesi: il Tribunale di Roma nomina dei commissari liquidatori che hanno il compito di fare l’inventario di ciò che esiste (impianti, materiali, brevetti, crediti…), soddisfare i creditori nella misura in cui è possibile e procedere alla vendita degli asset. I creditori privilegiati, tra cui i lavoratori e l’INPS, hanno la priorità. I creditori chirografari (fornitori e altri) ricevono la quota proporzionale di quanto rimane.

La liquidazione non è però automaticamente la fine di tutto. I commissari ricevono anche il mandato di gestire l’ordinaria amministrazione durante la fase liquidatoria. E in linea teorica (soltanto in linea teorica, come precisa il sindaco di Roccasecca Giuseppe Sacco) è ancora possibile che un soggetto terzo si presenti e rilevi il complesso aziendale. Se qualcuno ritenesse di credere ancora nel progetto, potrebbe farlo. La procedura competitiva che sarà indetta potrebbe prevedere come condizione la riassunzione di tutto il personale: è questa l’indicazione che il sindacato darà ai commissari.

Come si è arrivati qui: la sequenza degli errori

La storia recente del gruppo Saxa è una serie di passaggi che chi conosce il dossier stenta a spiegare con la sola logica economica.

Il punto di partenza è la vendita, nel settembre 2025, dell’85% delle quote da parte di Francesco Borgomeo al fondo Xeta Investments, veicolo collegato al gruppo britannico Anchorage. Nei mesi successivi Borgomeo venderà anche il restante 15%. L’operazione era stata presentata come una svolta: piano ambizioso di ristrutturazione e rilancio, guidata da una realtà con portafoglio da 100 milioni di asset, esperienza comprovata nel turnaround industriale italiano. In realtà, nei mesi successivi alla cessione, la produzione si è fermata. I clienti si sono persi. Le commesse sono evaporate.

Il fondo aveva annunciato di aver già raccolto tra gli 8 e i 10 milioni di euro attraverso gli obbligazionisti con un veicolo pensato per sostenere il rilancio. Quei soldi in realtà sono rimasti nelle intenzioni.

Il Palazzo di Giustizia di Frosinone

A quel punto era in corso un concordato preventivo presentato al Tribunale di Frosinone. Quel concordato, che avrebbe potuto rappresentare una via d’uscita, è stato ritirato. Le ragioni precise di quella rinuncia sono tra le domande a cui Sacco chiederà risposta domani al MIMIT, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy davanti al quale era già stata fissata una riunione.

Dopo la rinuncia al concordato, le tre società del gruppo hanno presentato al Tribunale di Roma la richiesta di amministrazione straordinaria. Ma l’amministrazione straordinaria ha un requisito minimo di legge: riguarda le aziende con più di 200 dipendenti. Il gruppo ne contava 198. Il Tribunale di Roma oggi ha rilevato l’assenza del presupposto normativo e ha dichiarato la liquidazione giudiziale.

Chi conosce la vicenda dall’interno pone la domanda in modo diretto: se era già chiaro che non c’era il numero minimo di dipendenti per accedere all’amministrazione straordinaria, perché dal Ministero è stata suggerita quella strada?

Sacco: «Certifica il fallimento del tavolo di crisi»

Giuseppe Sacco

Il sindaco di Roccasecca Giuseppe Sacco non usa mezze parole. «La decisione del Tribunale certifica il fallimento del tavolo di crisi». E subito elenca le domande che porterà al tavolo ministeriale di domani: perché è stato abbandonato il concordato? Perché si è perseguita la strada dell’amministrazione straordinaria senza che ne ricorressero i presupposti? Perché si è arrivati alla cessazione della produzione, con la conseguente perdita di commesse e clienti? Dove sono i capitali e le risorse che erano stati promessi dal fondo?

Sono interrogativi che Sacco rivolge al MIMIT chiedendo «risposte puntuali su scelte che hanno inciso profondamente sul destino dell’azienda». Perché durante tutta la procedura il Comune aveva già sollevato i suoi dubbi, aveva chiesto la presentazione di un vero piano industriale, aveva chiesto di conoscere l’effettiva consistenza del patrimonio aziendale, l’ammontare del capitale obbligazionario e la destinazione delle somme raccolte.

«Se ci sono stati errori e responsabilità, vanno accertati e sanzionati», conclude il sindaco. E annuncia che domani chiederà anche l’attivazione immediata di tutti gli strumenti di tutela previsti a partire dalla cassa integrazione anche per cessazione dell’attività.

Chiarlitti: «Nessuno smembramento»

Sandro Chiarlitti con i lavoratori della Grestone di Roccasecca

Sandro Chiarlitti, segretario regionale Lazio della Filctem Cgil, il sindacato che a giugno aveva bloccato i cancelli della Grestone di Roccasecca per impedire l’uscita di merci e macchinari quando la crisi stava emergendo, ha le idee chiare su cosa chiederà.

La liquidazione, spiega Chiarlitti, apre la strada a una procedura competitiva attraverso la quale chiunque potrà rispondere a un bando per rilevare l’azienda. Il sindacato chiederà che quel bando contenga una condizione precisa: chi acquista deve rilevare l’intero ramo d’azienda, comprensivo di tutti i lavoratori e del patrimonio di competenze professionali. Nessuno smembramento. Nessuna vendita a pezzi.

Chiarlitti punta anche il dito sulla responsabilità del Ministero: «Il ruolo del ministero è stato totalmente ininfluente nelle decisioni», dice, ricordando che era stato lo stesso ministero a suggerire la strada dell’amministrazione straordinaria. Strada che si è poi rivelata impercorribile per il dato numerico dei dipendenti. Lui stesso aveva espresso i suoi forti dubbi all’epoca: «Nell’ultimo incontro a porte chiuse avevo detto che secondo me non c’erano i requisiti ed era rischioso, per cui andava prodotta ancora la possibilità di continuare con il concordato».

Il punto di vista del sindacato sulla vicenda complessiva è netto: «Saxa è un gruppo che ha nel suo DNA un progetto secondo me ancora valido, avveniristico e probabilmente che qualcuno può prendere sotto braccio e portare avanti».

La versione di Xeta: «Crisi preesistente»

Il piazzale ex Saxa di Anagni (Foto Igor Todisco)

La posizione di Xeta è differente in molti punti. Il primo: la crisi industriale e finanziaria del Gruppo Saxa era preesistente all’ingresso di Xeta nella compagine societaria. La procedura di concordato preventivo era stata avviata dalla precedente proprietà. Xeta è dunque entrata in un contesto già caratterizzato da «elevata criticità e da una grave esposizione debitoria» e la reale gravità della situazione è emersa soltanto dopo l’ingresso nel capitale.

Il secondo: nonostante questo, Xeta ha scelto di affrontare la situazione «con spirito di continuità industriale e pieno senso di responsabilità verso il territorio, i lavoratori e i creditori».

Il terzo e forse il più rilevante sul piano della ricostruzione dei fatti riguarda i famosi 8-10 milioni di euro che Chiarlitti aveva detto non essere mai arrivati. Xeta spiega che il piano di rilancio era stato sviluppato sulla base di manifestazioni di interesse da parte di creditori finanziari. Erano disponibili a partecipare al risanamento del gruppo. Quelle manifestazioni di interesse, tuttavia, «non si sono successivamente tradotte in impegni definitivi e vincolanti, anche e soprattutto a causa del deterioramento del contesto geopolitico». In altri termini: i soldi erano stati promessi ma la promessa non si è trasformata in contratto firmato. Ed il peggioramento dello scenario internazionale ha fatto il resto.

Il quarto: Xeta ha sempre tenuto aggiornate istituzioni e organizzazioni sindacali al tavolo di crisi del MIMIT, operando in «assoluta buona fede».

Perché l’amministrazione straordinaria

Infine, sulla scelta dell’amministrazione straordinaria: Xeta spiega che le società del gruppo hanno avviato quella procedura «con l’auspicio che in tale contesto sia possibile individuare una soluzione di continuità per un gruppo industriale con elevate potenzialità, fino ad oggi purtroppo rimaste inespresse».

È la versione di chi si è trovato in una situazione difficile, dice di averla affrontata con le migliori intenzioni. E imputa il fallimento del piano alle circostanze esterne (la crisi geopolitica) ed ai potenziali investitori che non hanno onorato le loro manifestazioni di interesse.

Xeta consegna le chiavi

Il gruppo Xeta Investments, con questa decisione del Tribunale, consegna di fatto le chiavi ai commissari nominati dal giudice. Dal punto di vista operativo è la fine di una fase. Dal punto di vista politico, la via tracciata al Ministero non ha portato ad una ripresa dell’attività.

Domani c’è il tavolo ministeriale. Sacco ci sarà. Chiarlitti ci sarà. Le domande sono già pronte. Le risposte ancora no.


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