Arrivano con i jet privati, gli elicotteri e gli yacht. Parlano di intelligenza artificiale, ambiente, economia, futuro dell’umanità. Noi restiamo fuori, dietro i cordoni di sicurezza, ad aggiornare l’elenco degli ospiti come si faceva un tempo con le teste coronate.
È il Google Camp di Sciacca, naturalmente.
Un appuntamento esclusivo, riservatissimo, celebrato ogni estate come una specie di assemblea degli dèi contemporanei. Ma forse, invece di limitarci ad ammirare i potenti che scelgono la Sicilia per qualche giorno, dovremmo cominciare a chiederci quanto potere abbiano davvero. E soprattutto: chi controlla chi controlla le nostre informazioni, i nostri dati, le infrastrutture digitali e, sempre più spesso, perfino gli Stati?
Ivanka Trump, Lagarde, Pichai e gli altri
Tra gli oltre 400 ospiti attesi al Verdura Resort di Sciacca circolano i nomi di Ivanka Trump, dell’amministratore delegato di Google e Alphabet Sundar Pichai, del numero uno di YouTube Neal Mohan, del fondatore di Spotify Daniel Ek e della presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde.
E ancora Roger Federer, John Elkann, Martin Lau di Tencent, Mukesh Ambani, Yuri Milner e Ken Griffin. Una concentrazione impressionante di ricchezza, influenza economica e capacità di orientare le scelte globali.
Il Giornale di Sicilia segnala anche la presenza di Thomas Tuchel, commissario tecnico della nazionale inglese di calcio. La Football Association ha confermato nel febbraio scorso il suo incarico fino agli Europei del 2028.
Gli arrivi avvengono tra gli aeroporti di Palermo e Trapani, con trasferimenti privati verso il resort. Altri ospiti raggiungono la costa a bordo di grandi yacht. La cena di gala dovrebbe tenersi il 31 luglio, mentre resta segreto il nome dell’artista chiamato a esibirsi davanti agli invitati.
Tutto molto affascinante. Tutto molto blindato.
Il catalogo dei miliardari
Ogni anno i giornali compilano il catalogo dei miliardari.
Chi è arrivato. Chi potrebbe arrivare. Quale yacht è stato avvistato. Chi canterà alla festa. Chi ha preso l’elicottero e chi, forse per un curioso ritorno alla vita terrestre, l’automobile.
È comprensibile. Il Google Camp porta visibilità, lavoro, presenze nelle strutture alberghiere e attenzione internazionale sulla Sicilia occidentale. Non bisogna fingere che tutto questo non esista.
Ma non è sufficiente.
Perché molti dei protagonisti di questi incontri non sono semplicemente persone molto ricche. Sono uomini e donne che dirigono aziende dalle quali dipendono ormai pezzi essenziali della nostra vita collettiva.
Gestiscono motori di ricerca, social network, piattaforme video, servizi informatici, sistemi di intelligenza artificiale, archivi sterminati di dati. Possono decidere quali contenuti vediamo, quali diventano virali, quali scompaiono, quali aziende possono accedere ai mercati e quali governi possono utilizzare determinate tecnologie.
Il loro potere non è soltanto economico. È culturale, politico e infrastrutturale.
La lettura utile dell’estate
E allora, mentre tutti raccontano gli elicotteri e gli abiti della cena di gala, noi consigliamo una lettura meno mondana ma decisamente più utile.
È il numero 4/2026 di MicroMega, intitolato “I nuovi padroni del mondo. Oligarchie digitali e democrazie sotto scacco”. Un volume dedicato proprio alla crescita del potere delle grandi aziende tecnologiche e al rischio che questa concentrazione rappresenta per le democrazie.
La tesi di fondo è netta: la Silicon Valley non si limita più a fare pressione sulla politica dall’esterno. Le piattaforme digitali stanno entrando direttamente dentro le infrastrutture, le amministrazioni pubbliche, i sistemi sanitari, gli apparati militari e i processi decisionali degli Stati.
Non più soltanto aziende che vendono servizi, dunque, ma soggetti privati capaci di esercitare funzioni che un tempo appartenevano esclusivamente alla sovranità pubblica.
Dalla privatizzazione alla “tecnotirannide”
Chiara Cordelli descrive questo passaggio come l’ingresso nell’era della “tecnotirannide”. Francesca Bria parla invece di un Authoritarian Stack: un sistema nel quale sicurezza, dati, intelligenza artificiale e funzioni pubbliche vengono affidati a grandi operatori tecnologici difficilmente controllabili dai cittadini.
Il caso di Palantir, società specializzata nell’analisi dei dati e nella tecnologia militare, è particolarmente significativo. I suoi sistemi sono utilizzati da governi, forze armate e amministrazioni pubbliche. L’ingresso dell’azienda nel sistema sanitario britannico mostra quanto sia ormai sottile il confine tra fornitura di un servizio e controllo di un’infrastruttura essenziale.
Nel volume vengono ricostruiti anche i percorsi di Elon Musk, Peter Thiel e delle aziende che ruotano attorno all’intelligenza artificiale, allo spazio, alla difesa e alla sorveglianza.
Il punto non è sostenere che ogni innovazione tecnologica sia pericolosa. Sarebbe una posizione comoda quanto inutile.
La questione è un’altra: possiamo consegnare tecnologie decisive per la vita democratica a un numero ristretto di persone che non sono state elette, che rispondono agli azionisti e che possiedono una capacità economica superiore a quella di molti Stati?
L’illusione della tecnologia neutrale
Per anni ci è stato raccontato che la tecnologia fosse neutrale.
Un algoritmo sarebbe soltanto un algoritmo. Una piattaforma soltanto uno strumento. Una rete sociale semplicemente un luogo virtuale nel quale le persone si incontrano.
Non è così.
Ogni algoritmo incorpora delle scelte. Decide cosa mostrare prima, cosa rendere invisibile, quali comportamenti premiare e quali penalizzare. Le piattaforme non si limitano a ospitare il dibattito pubblico: ne determinano le regole, i tempi, la visibilità e spesso perfino il linguaggio.
Non sono piazze pubbliche. Sono piazze private utilizzate come se fossero pubbliche.
Il proprietario della piazza, però, può cambiare le regole quando vuole.
La politica entra nelle piattaforme. E viceversa
Il rapporto tra le oligarchie digitali e la politica è diventato ancora più stretto con la crescita dei movimenti postliberali e nazionalconservatori.
Nel volume di MicroMega, Alessandro Mulieri ricostruisce l’ideologia della cosiddetta “monarchia tech”, mentre Steven Forti racconta la rete internazionale che collega oligarchi tecnologici, fondazioni, think tank e movimenti politici ostili alla democrazia liberale.
È questo forse il passaggio più inquietante.
Una parte della Silicon Valley, un tempo presentata come progressista, libertaria e quasi allergica al potere statale, oggi non sogna più soltanto di ridurre lo Stato. Punta a sostituirlo, oppure a gestirne privatamente alcune funzioni.
Non necessariamente con un colpo di Stato. Basta un contratto per la gestione dei dati, una piattaforma utilizzata dalla pubblica amministrazione, un sistema satellitare indispensabile durante una guerra, un algoritmo impiegato per selezionare persone, obiettivi o informazioni.
Non è una guerra contro i ricchi
Naturalmente non si tratta di demonizzare chi ha successo, chi investe o chi produce innovazione.
Il problema non è che Sundar Pichai venga in vacanza in Sicilia. E non è neppure che Roger Federer giochi a tennis o che Ivanka Trump partecipi a una cena privata.
Il problema è l’enorme squilibrio di potere che si è creato tra le piattaforme e i cittadini, tra le aziende tecnologiche e le istituzioni democratiche.
Le imprese globali possono spostare capitali, dati e sedi legali. I cittadini, invece, restano legati a leggi nazionali spesso vecchie, lente e incapaci di seguire l’evoluzione tecnologica.
Siamo utenti, consumatori e produttori gratuiti di informazioni. Forniamo ogni giorno dati, preferenze, fotografie, spostamenti e relazioni. In cambio riceviamo servizi apparentemente gratuiti.
Ma quando qualcosa è gratis, come si dice, molto spesso il prodotto siamo noi.
La Sicilia e il paradosso del potere
C’è infine un paradosso tutto siciliano.
Alcuni tra gli uomini più potenti del pianeta si incontrano nella nostra Isola per discutere del futuro del mondo. Lo fanno in luoghi magnifici, circondati da bellezza, storia e povertà.
A pochi chilometri dal Verdura Resort ci sono territori nei quali mancano infrastrutture, treni efficienti, servizi sanitari adeguati e opportunità per i giovani. Dentro il resort si discute di intelligenza artificiale, spazio e sostenibilità. Fuori, a volte, non funziona neppure l’acqua.
Non è colpa degli ospiti del Google Camp, naturalmente.
Ma il contrasto meriterebbe qualcosa di più di una fotografia agli yacht.
Per questo, mentre aspettiamo di conoscere il cantante della cena di gala, sarebbe utile leggere I nuovi padroni del mondo. Non per diventare apocalittici, non per rimpiangere un passato senza tecnologia e neppure per immaginare complotti dietro ogni algoritmo.
Semplicemente per ricordare una regola fondamentale della democrazia: ogni potere deve avere un limite, un controllo e una responsabilità.
Anche quando arriva in Sicilia a bordo di un jet privato.
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