È proprio vero che tira più un pelo di OnlyFans che un carro di buoi. Nel senso che attira soldi. Tanto che la piattaforma sta cercando di capitalizzare la propria scala nella creator economy costruendo, insieme ad Architect Capital, un’infrastruttura finanziaria per i creator che assomiglia sempre più a servizi bancari integrati. Per chi si fosse sintonizzato soltanto ora: nel 2026 Fenix International Ltd, la società madre di OnlyFans, ha ceduto il 16% del capitale ad Architect Capital, fondo con sede a San Francisco specializzato in servizi finanziari e fintech, per 535 milioni di dollari. L’operazione valorizza la piattaforma a 3,15 miliardi di dollari e arriva dopo una fase di trattative in esclusiva in cui si era ipotizzato anche il passaggio del 60% del capitale, per una valutazione complessiva di 5,5 miliardi (3,5 miliardi equity e 2 miliardi debito).
Il deal viene annunciato poche settimane dopo la morte improvvisa, a 43 anni, di Leonid Radvinsky, il miliardario ucraino‑americano che controllava OnlyFans attraverso il proprio family trust. La vendita di una quota di minoranza con partner finanziario “di sistema” risponde a un’esigenza di stabilizzazione della governance e di apertura a capitali più tradizionali, dopo anni in cui la piattaforma era rimasta sostanzialmente bootstrapped, pur generando flussi di cassa molto elevati.
Dal 2016 a oggi OnlyFans ha processato oltre 25 miliardi di dollari di pagamenti ai creator, diventando uno dei nodi centrali della creator economy globale. Nel fiscal year 2024 il Gross Sales Revenue (cioè il valore lordo delle transazioni dei fan verso i creator) ha raggiunto 7,22 miliardi di dollari, in crescita del 9% rispetto ai 6,63 miliardi del 2023.
Il modello di business resta centrato sulla ripartizione 80/20: il creator trattiene l’80% dei pagamenti, il 20% va alla piattaforma. Nel 2024 ciò si è tradotto in 1,41 miliardi di dollari di ricavi netti per OnlyFans e circa 5,8 miliardi redistribuiti ai creator, con un utile ante imposte di 684 milioni (+4% anno su anno). A livello di utenza, la piattaforma dichiara 377 milioni di abbonati a livello globale, con una concentrazione estrema dei guadagni: lo 0,1% dei profili trattiene circa il 76% dei ricavi complessivi, mentre la metà dei creator attivi non supera i 25 dollari al mese.
Dietro l’etichetta di “intrattenimento per adulti” si è strutturata una vera e propria élite digitale: nel ranking 2025 dei top earner, Sophie Rain guida la classifica con circa 2,9 milioni di dollari mensili, seguita da Corinna Kopf (1,8 milioni), Jameliz Benitez Smith (1,6 milioni), Bhad Bhabie (1,3 milioni) e Belle Delphine (1,1 milioni). I 15 creator più pagati generano insieme oltre 18,4 milioni al mese, pari a più di 220 milioni l’anno, quota significativa rispetto ai 5,8 miliardi complessivi distribuiti.
La scelta di Architect Capital non è neutra. Il fondo californiano, sostenuto da un veicolo ad hoc con dentro family office e investitori istituzionali (tra cui l’australiano James Packer e Sam Lessin (Slow Ventures, ex Facebook)) porta in dote know‑how specifico nel campo dei servizi finanziari. Già nei documenti circolati tra gli investitori e nelle dichiarazioni ufficiali, la partnership viene presentata come un passo verso lo sviluppo di “financial services and products for creators”, ossia strumenti finanziari proprietari integrati nell’esperienza d’uso della piattaforma. La logica è tripla: ridurre la dipendenza da circuiti di pagamento esterni (Visa, Mastercard, processor terzi), che hanno storicamente imposto a OnlyFans vincoli di policy e premi di rischio reputazionale; offrire ai creator, spesso penalizzati dal sistema bancario tradizionale per la natura “sensibile” del loro lavoro, conti e servizi più stabili e “creator‑friendly”; trasformare una piattaforma di distribuzione di contenuti in un vero hub di reddito, risparmio e credito per una fascia di lavoratori digitali che oggi opera al margine delle infrastrutture finanziarie mainstream.
Nel piano delineato da Architect e dai consulenti rientra esplicitamente il perseguimento di una licenza bancaria o di una forma di autorizzazione regolata (e‑money, istituto di pagamento) per internalizzare la filiera dei pagamenti. L’obiettivo è ridurre il costo del capitale per la piattaforma e la frizione operativa per i creator, spingendo OnlyFans verso una forma di “neobank della creator economy” ancorata a un marketplace ad abbonamento.
L’ambizione dichiarata, “banking solutions for creators”, parla alla stessa tensione che ha spinto altri player digitali a integrarsi verticalmente nella filiera dei pagamenti: basti pensare all’espansione fintech di Shopify, Stripe o, sul lato media, agli strumenti di monetizzazione di Substack e Patreon. Nel caso di OnlyFans, tuttavia, la posta in gioco regolatoria è più delicata: si tratta di una piattaforma nata e cresciuta su contenuti adult, con rischi aggiuntivi in termini di antiriciclaggio, KYC/AML e tutela dei soggetti vulnerabili.
Le autorità di vigilanza, in primis nel Regno Unito, dove è basata Fenix International, dovranno valutare la compatibilità tra modello di business e requisiti prudenziali di una licenza bancaria o assimilata; il rischio di concentrazione; la necessità di standard rafforzati sul fronte trasparenza, tassazione dei redditi digitali e protezione dei consumatori.
Nel frattempo, sul piano microeconomico, cresce un ecosistema di consulenti e intermediari che si posizionano come “ponti” tra OnlyFans e il sistema bancario tradizionale: guide pratiche su quali banche non chiudono i conti ai creator, servizi di ottimizzazione fiscale, conti business multilocalizzati. È in questo spazio grigio che l’idea di un’infrastruttura finanziaria “nativa” OnlyFans diventa strategica: la piattaforma ha già la massa critica di volumi e la relazione diretta con milioni di microlavoratori digitali; costruire sopra questa base prodotti di pagamento, credito, assicurazione del reddito è il passo successivo.
L’articolo OnlyFans, la banca del peccato proviene da Economy Magazine.
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Marina Marinetti
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