Rapani e il tribunale eterno: storia di un annuncio che non muore
Da tre anni promette la riapertura del presidio giudiziario di Corigliano-Rossano. Il tribunale è ancora chiuso. Nel frattempo, lui si è dato all’olivicoltura.
Maggio 2023. Corigliano-Rossano, circolo di Fratelli d’Italia. Ernesto Rapani, senatore della Repubblica, architetto di professione, veterano di ogni sigla della destra italiana dal Fronte della Gioventù in poi, annuncia ai convenuti che il tribunale — quello tolto al territorio dalla riforma Severino del 2012, quello che lui stesso definisce furto consumato tramite «attestazioni assolutamente false» — sta per tornare. Manca poco. I disegni di legge regionali sono stati unificati in commissione. Il testo è pronto. «Nel migliore dei casi», spiegano i tecnici presenti, si potrebbe riaprire entro aprile 2024.
Aprile 2024: niente.
Settembre 2023, nel frattempo: «Manca solo il decreto». Ottobre 2024: l’iter riparte dalla commissione consiliare comunale. Luglio 2025: il Governo approva la bozza che avvia l’iter per la revisione. Rapani esulta: «Dopo tredici anni di immobilismo, uno spiraglio concreto». Ottobre 2025, legge approvata al Senato, Rapani di nuovo in campo: «Il cammino è ancora lungo». Il provvedimento passa alla Camera come disegno di legge AC 2646. L’iter ricomincia.
Luglio 2026: il tribunale di Corigliano-Rossano è ancora chiuso. E Rapani, in compenso, ha trovato una nuova causa: l’olivicoltura calabrese.
Per capire come si arriva a questo risultato — o meglio, a questa assenza di risultato — bisogna capire chi è Rapani. E la risposta, in sintesi, è: il professionista dell’urgenza permanente. Nato politicamente nel Movimento Sociale Italiano, consigliere comunale di Rossano dal 1993, assessore all’Urbanistica, consigliere provinciale per il PdL, dimissionario nel 2012 sbattendo la porta, poi nel 2013 in Fratelli d’Italia di cui diventa coordinatore regionale in Calabria. Nel 2022 vince il collegio uninominale con il 38,12%. Trent’anni abbondanti di cursus honorum territoriale. Non è un paracadutato. Non è un uomo di partito calato dall’alto per tappare un buco. È, nel senso più autentico del termine, l’espressione di quel territorio.
Il che, naturalmente, è parte del problema.
In Senato siede nella Commissione Giustizia, nella Commissione di inchiesta sul lavoro, nella Commissione per la semplificazione e in quella sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Quattro commissioni. Una certa varietà tematica. La presenza alle votazioni è del 93,7% su quasi ottomila votazioni elettroniche. L’indice di affidabilità rispetto al gruppo — parametro che misura quanto vota come gli dice FdI — è al 93%. In pratica: c’è sempre, vota quasi sempre come Meloni comanda, e quando non lo fa è probabilmente un errore di distrazione. Non è un assenteista. Non è un ribelle. È un soldato disciplinato con una battaglia personale da combattere — e da raccontare.
Poi vengono i risultati. L’elenco è breve. Tra le proposte di legge a sua firma figurano un disegno di legge sull’azionariato popolare nello sport professionistico e un testo per l’inclusione delle persone con disabilità uditiva. Lodevoli nelle intenzioni, entrambi. Nessuno dei due è diventato legge. Come non lo è diventato quasi nessun disegno di legge presentato da senatori che non siedono al governo o ai vertici delle commissioni più pesanti — ma questo è un altro capitolo del romanzo parlamentare italiano, e non è colpa di Rapani più che di qualunque altro.
La battaglia vera, quella su cui ha costruito la propria immagine pubblica mattone su mattone, è il tribunale. Corigliano-Rossano conta quasi ottantamila abitanti e serve un bacino di circa duecentomila persone. Dal 2013, per effetto della riforma della geografia giudiziaria, i cittadini devono rivolgersi al Tribunale di Castrovillari: un problema reale di accessibilità alla giustizia, aggravato da un accorpamento che ha determinato un ampliamento enorme del bacino di utenza, con criticità organizzative e logistiche in un’area vasta che si estende dal Pollino alla Sila fino all’intera costa ionica cosentina. Nella primavera del 2023, Rapani ottiene in Commissione Giustizia l’approvazione unanime della proposta di unificare i disegni di legge regionali provenienti da cinque regioni. È un risultato procedurale genuino. Ma la procedura, in Italia, non è il risultato: è l’anticamera dell’anticamera del corridoio che porta alla sala d’attesa del risultato.
La prova è arrivata in queste settimane, e ha la forma di una doccia gelata. Il disegno di legge AC 2646, approdato alla Commissione Giustizia della Camera, non contiene la delega al Governo per l’istituzione o la riapertura dei tribunali soppressi. Detto in italiano: il testo che doveva riaprire il tribunale di Corigliano-Rossano è arrivato alla Camera senza il pezzo che serviva per riaprire il tribunale di Corigliano-Rossano. USB Calabria ha rotto gli indugi: la riapertura non può essere ridotta a terreno di scontro politico o di annunci elettorali, servono emendamenti parlamentari immediati. Il consigliere comunale Leonardo Trento, presidente della Commissione speciale istituita dal Comune per seguire il dossier, ha lanciato un nuovo appello: «Non possiamo restare fermi a guardare». Le notizie dal Parlamento, scrive, non lasciano intravedere indicazioni chiare sul ripristino del tribunale. Persino il sindaco Flavio Stasi, che di Rapani è politicamente agli antipodi, ha dovuto intervenire con un appello alla «massima unità istituzionale», specificando che il disegno di legge si trova ancora all’esame della Commissione Giustizia della Camera e che «i giochi sono ancora aperti». Traduzione diplomatica di: siamo messi male.
Nel frattempo, il consigliere comunale Antonio Uva ha depositato a Palazzo Madama una petizione ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione, annunciata ufficialmente nella seduta del 15 luglio 2026 con il numero identificativo 1874, assegnata alla Commissione Giustizia del Senato. Il senatore Rapani siede in quella stessa commissione. Un consigliere comunale ha dovuto presentare una petizione popolare al Senato per smuovere un dossier che il senatore competente gestisce da tre anni. La geometria della cosa parla da sola.
Ed è qui che emerge il metodo, cristallizzato in tre anni di comunicati. Il problema di Rapani non è la malafede. È la sistematica distanza tra l’annuncio e la realtà, costruita e mantenuta con la precisione di un orologiaio. Ogni passaggio burocratico diventa nelle sue dichiarazioni una «svolta storica», un «spiraglio concreto», «la prima volta dopo tredici anni». Gli stessi aggettivi, ciclicamente rimontati su un treno che non arriva. Nel luglio 2026, mentre il testo alla Camera manca del pezzo cruciale e il territorio si mobilita in autonomia, Rapani commenta gli «ultimi sviluppi che interessano il settore olivicolo nazionale»: «Quando si ascoltano il territorio, i produttori e gli operatori del settore, i risultati arrivano». Sul tribunale, evidentemente, il territorio si è ascoltato un po’ meno.
L’indice di forza parlamentare lo colloca al 134° posto su 205 senatori. Non è il peso di chi può imporre tempi a un ministero, sbloccare una riforma strutturalmente osteggiata da procure e tribunali limitrofi che non vogliono cedere competenze, convincere il Ministero dell’Economia a stanziare risorse per riaprire sedi giudiziarie. È il peso di chi può, al massimo, fare lobbying interno e sperare che la corrente porti qualcosa di buono. Niente di tutto questo viene spiegato agli elettori. Sarebbe politicamente suicida. Meglio il prossimo comunicato sulle olive.
La legge deve essere emendata alla Camera per reintrodurre la delega che consentirebbe di riaprire i tribunali soppressi. Se l’emendamento passa, l’iter torna al Senato. Se cambia qualcosa nella maggioranza, si ricomincia da capo. Le elezioni del 2027 sono dietro l’angolo. Rapani, con ogni probabilità, si ricandiderà spiegando che «ci siamo quasi» e che «questa volta è diverso». Ha già dimostrato di saperlo fare con una certa eleganza. Il tribunale, nel frattempo, resterà a Castrovillari. E la Calabria del nord-est resterà dove è sempre stata: in attesa di uno spiraglio concreto.
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