Più prevenzione educativa e meno automatismi penali. È il messaggio che accomuna Save the Children e Forum Terzo Settore all’indomani dell’approvazione in Consiglio dei Ministri del disegno di legge che introduce la presunzione di imputabilità per i minorenni tra i 14 e i 18 anni. mentre le narrazioni mainstream costruiscono uno storytelling di crescente preoccupazione e allarme sociale attorno al tema della violenza “ replica” di quella degli adulti. Il disagio degli adolescenti, che talvolta si esplicita anche in aggressività e violenza, non può essere affrontato soltanto aumentando gli strumenti repressivi, ma richiede un investimento sulle cause profonde del disagio. «La sfida è che ci siano meno autori di reato, non tanto che ne siano processati di più», sottolinea Save the Children, richiamando la necessità di intervenire prima che il disagio adolescenziale si trasformi in comportamento criminale: «Se un minorenne, soprattutto se molto giovane, arriva a commettere un reato, dobbiamo chiederci cosa è mancato prima: nella scuola, nella comunità, nei servizi, nelle opportunità educative e relazionali che avrebbero dovuto proteggerlo. La tutela della collettività e la prevenzione richiedono interventi strutturali sulle dinamiche educative e relazionali dei giovani, non un’estensione della risposta penale».
Giustizia minorile: un sistema nato per valutare ogni storia, individualmente
Il punto centrale del dibattito riguarda la modifica dell’imputabilità. Oggi, per i ragazzi tra i 14 e i 18 anni, il giudice deve accertare caso per caso la capacità del minore di comprendere il significato delle proprie azioni e di controllare la propria condotta: la presunzione è quella della non imputabilità, il contrario va dimostrato. Il nuovo provvedimento proposto dal Governo, che dovrà essere esaminato dal Parlamento, introduce al contrario la presunzione di imputabilità, modificando l’impostazione di un sistema che per decenni ha riconosciuto la specificità della condizione adolescenziale.
I dati
Secondo Save the Children, «considerare di regola imputabile un minore ultraquattordicenne rischia di trasmettere un messaggio rischioso: che la risposta penale agli errori degli adolescenti debba essere uguale a quella degli adulti, senza considerare la delicata fase evolutiva di vita di ragazzi e ragazze che entrano in contatto con la legge».
L’organizzazione porta dei dati che mostrano come nel quadro normativo attuale, l’immaturità dell’adolescente non rappresenta affatto una scorciatoia per evitare il processo. «Le sentenze di non luogo a procedere per accertata immaturità dei minorenni tra i 14 e i 18 anni emesse dal Giudice per l’Udienza Preliminare sono scese dalle 256 del 2004 alle 60 del 2024, passando per 110 del 2014)», si legge in una nota. E i proscioglimenti disposti per lo stesso motivo dal Tribunale per i minorenni sono stati solo 4 nel 2024. «Di fronte a questi numeri non sembra ragionevole voler limitare la discrezionalità del giudice minorile nel procedimento penale, irrigidendo di fatto un sistema già messo a dura prova dagli ultimi interventi legislativi. Di fronte a episodi che ci colpiscono e ci preoccupano è comprensibile chiedere risposte efficaci. Ma non tutte le risposte sono quelle giuste».
Un futuro diverso
Il punto è che parliamo di minori tra i 14 e i 18 anni: giovanissimi che stanno costruendo la propria identità, che possono compiere errori anche gravi, ma che hanno davanti a sé enormi possibilità di cambiamento. «È proprio su questa possibilità che si fonda il sistema della giustizia minorile italiana, costruito attorno alla finalità educativa, alla centralità del recupero del minore e al principio che il ricorso alla sanzione penale dovrebbe essere l’ultima risposta. Il nostro ordinamento non mira a punire il minorenne come un adulto in miniatura, ma lavora per comprenderne il percorso, responsabilizzarlo e favorirne il reinserimento nella società. Una risposta che penalizza i percorsi di crescita dei ragazzi e delle ragazze senza affrontare le radici della violenza semplicemente non funziona». Per questo «la violenza giovanile rappresenta una sfida complessa che non può essere affrontata prendendo a modello la giustizia degli adulti», conclude Save the Children.

Serve un cambio di paradigma
Cosa serve allora? Servono comunità educanti solide e responsabili, adulti capaci di accompagnare e sostenere, non soltanto di controllare e punire. Occorrono inoltre territori che sappiano offrire opportunità concrete di crescita, aggregazione e protagonismo, attraverso sportelli di ascolto nelle scuole, percorsi di sostegno alla genitorialità, attività culturali, sportive e sociali accessibili e spazi sicuri in cui ragazze e ragazzi possano sviluppare competenze, relazioni e senso di appartenenza alla comunità.
Sullo stesso fronte si colloca il Forum Terzo Settore: «Con il provvedimento approvato in Consiglio dei ministri, il Governo sceglie ancora una volta di rispondere al disagio giovanile con l’approccio punitivo», afferma il portavoce del Forum Terzo Settore, Giancarlo Moretti. «Spostare l’attenzione e la responsabilità delle istituzioni quasi esclusivamente sul piano penalistico è probabilmente la risposta più facile, ma anche la meno efficace per affrontare il fenomeno».
Per il Forum, la priorità deve essere investire sulla prevenzione: «È assolutamente urgente lavorare sulla prevenzione, invece che punire in modo sempre più severo», sottolinea Moretti. «Osserviamo però che le politiche dedicate ai giovani a rischio emarginazione sono addirittura definanziate, come il Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile e il Fondo Dote Famiglia, che favorisce l’accesso alla pratica sportiva dei minori appartenenti a famiglie economicamente più fragili».
La vera sicurezza passa dalle comunità educanti
Per entrambe le organizzazioni, la risposta non può essere scegliere tra responsabilità e accoglienza, sanzione e prevenzione. Un ragazzo che commette un reato deve incontrare un limite chiaro, ma quel limite deve essere accompagnato da un percorso educativo capace di evitare la recidiva e favorire il reinserimento.
Servono scuole con maggiori strumenti, servizi territoriali più presenti, sostegno alla genitorialità, attività sportive e culturali accessibili e spazi di aggregazione dove adolescenti e giovani possano costruire relazioni positive. La domanda decisiva, dunque, non è soltanto come intervenire quando un reato è stato commesso, ma cosa fare prima affinché quel reato non accada.Perché, come sintetizza il Forum Terzo Settore, «l’importante aumento del numero di minorenni in carcere che si è registrato negli ultimi anni, in cui si sono susseguiti diversi provvedimenti rivolti ai giovanissimi autori di reato, è il segnale che la direzione non è quella giusta. E va cambiata», conclude Moretti.
Foto di Freddie Addery su Unsplash
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Sara De Carli
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