Mentre l’Europa litiga, in Asia si decide il destino globale


22 luglio 2026 – ore 19:00 – PremessaMentre continuano gli attacchi americani contro l’Iran, come illustrato dal Comando centrale statunitense di Tampa, in Florida, a Kiev stiamo assistendo a fibrillazioni politiche da non sottovalutare che, come vedremo, investono certamente le Forze armate, ma anche la società civile, che da giorni manifesta nelle strade delle più importanti città ucraine. In tale contesto, daremo uno sguardo alla Germania e a diverse realtà europee, cercando di portare all’attenzione alcune criticità meritevoli di approfondimento informativo. La Russia continua la sua lenta avanzata al fronte, mentre i bombardamenti russi e ucraini continuano a devastare impianti energetici e strutture civili e militari da entrambe le parti. Andremo inoltre nelle Filippine, dove sia Lavrov sia Rubio, massime espressioni della diplomazia di Russia e Stati Uniti, sono presenti al vertice dell’organizzazione asiatica denominata ASEAN, che raggruppa undici Paesi: Brunei, Timor Est, Vietnam, Indonesia, Cambogia, Laos, Malesia, Myanmar, Singapore, Thailandia e Filippine. Una presenza che conferma la centralità strategica globale del quadrante indo-pacifico. A questo proposito, non si esclude un incontro tra i due ministri degli Esteri, anche se, al momento, non sono state diffuse comunicazioni diplomatiche ufficiali in merito.

https://www.centcom.mil/MEDIA/PUBLIC-RELEASES/Article/4552008/us-forces-complete-11th-night-of-strikes-against-iran/

Zelensky annuncia la rimozione del comandante in capo delle Forze armate ucraine, il generale Oleksandr Syrskyi, nominando al suo posto il comandante delle Forze congiunte Mykhailo Drapatyi

Il presidente ucraino, nel suo consueto messaggio serale alla nazione, concentra il discorso sulle Forze armate e sul tentativo, finora infruttuoso, di riallacciare i rapporti con Mykhailo Fedorov, noto giovane politico ucraino, già ministro della Difesa, apprezzato dalla popolazione e recentemente “ostracizzato” da Zelensky.

Il presidente ucraino, evidentemente, sta cercando di rasserenare un clima politico e sociale teso, caratterizzato nelle ultime settimane anche da continue manifestazioni di protesta, testimonianza dell’insofferenza della popolazione, stremata da una guerra senza fine, dalla violenza esercitata dalle unità ucraine preposte al reclutamento forzato dei giovani da inviare al fronte e da una corruzione pervasiva e dilagante, presente nelle diverse strutture pubbliche e private ucraine.

In tale contesto, merita di essere evidenziato come un cambiamento così repentino all’interno delle strutture di comando e controllo dell’esercito ucraino denoti l’estrema difficoltà in cui si trovano le Forze armate di Kiev, impegnate in una sanguinosa battaglia difensiva al fronte e impossibilitate a garantire un’efficace difesa aerea contro i missili balistici russi che, quotidianamente, vengono lanciati da Mosca.

Tuttavia, la reazione ucraina, condotta principalmente attraverso ondate e sciami di droni che colpiscono in profondità il territorio russo, danneggiando seriamente impianti energetici e strutture civili, risulta sicuramente efficace, poiché logora la linea logistica e determina criticità non marginali per l’economia di Mosca.

Leggiamo insieme:

«Cari ucraini!

Oggi ho avuto un’altra serie di incontri con i comandanti dei nostri corpi d’armata, del Corpo dei Marines e con il comandante della Task Force operativa “Est”, Viktor Nikoliuk. Abbiamo parlato praticamente con ogni livello dell’alto comando dell’esercito, così come con i vertici di tutte le Forze di difesa e sicurezza ucraine, e abbiamo riscontrato una posizione condivisa. Ho parlato con Apostol, Redis, Biletskyi, Horbatiuk, Obolenskyi, Brovdi e molti altri. Sono state analizzate tutte le priorità e il percorso per la modernizzazione della struttura di comando dell’esercito.

Innanzitutto, ho deciso che Mykhailo Drapatyi diventerà il nuovo comandante in capo delle Forze armate dell’Ucraina. Insieme a Mykhailo, Yevhenii Khmara e Pavlo Palisa, abbiamo stabilito come riorganizzare lo Stato maggiore delle Forze armate dell’Ucraina.

È un dato di fatto che Oleksandr Syrskyi abbia ottenuto risultati concreti per l’Ucraina nella difesa di Kiev, nell’offensiva di Kharkiv e nell’operazione di Kursk. Abbiamo fatto molta strada, la difesa dell’Ucraina continua e ogni soldato deve essere trattato con dignità.

Sono grato a Oleksandr Syrskyi e a tutti i nostri soldati per la solida posizione dell’Ucraina al fronte. Sono grato a Mykhailo Drapatyi per aver condiviso questa visione. Oggi Oleksandr Syrskyi, Andrii Hnatov e io abbiamo discusso delle future modalità di servizio e del corretto passaggio di consegne.

In secondo luogo, insieme a Mykhailo Drapatyi, ho definito i compiti da svolgere nel prossimo futuro e nel medio termine. Le operazioni delle Forze di difesa ucraine sono in corso e devono proseguire senza interruzioni. Il nostro programma di attacchi a medio raggio sarà attuato con assoluta precisione.

In terzo luogo, dobbiamo garantire un passaggio di consegne di tutte le responsabilità all’interno dell’esercito che sia il più possibile coordinato e istituzionale, proseguendo al contempo con le fasi pianificate delle operazioni di combattimento.

In quarto luogo, Mykhailo Drapatyi, Yevhenii Khmara e gli altri comandanti che individueremo insieme dovranno preparare e sottoporre all’approvazione una strategia aggiornata per la nostra difesa, i prossimi passi per la prosecuzione della riforma dei corpi d’armata e l’attuazione delle richieste avanzate dai comandanti impegnati nei combattimenti per la fornitura di armi, droni e attrezzature. Si tratta di richieste emerse sia durante la riunione dello Stato maggiore sia nei nostri colloqui diretti con i comandanti negli ultimi giorni. La priorità è massimizzare la protezione dei nostri cieli dagli attacchi russi e fornire una visione concreta del processo di mobilitazione.

In quinto luogo, oggi ho avuto anche un incontro con Mykhailo Fedorov. Ho offerto a Mykhailo un incarico di leadership di rilievo, che gli consentirebbe di riunire le capacità tecnologiche del nostro Paese e di garantirne il continuo sviluppo. L’esperienza di Yevhenii Khmara in materia di sicurezza, i suoi successi in combattimento, i risultati tecnologici e gli attacchi in profondità di Alpha parlano da soli: è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno all’interno del sistema delle istituzioni governative.

Vogliamo tutti la stessa cosa: sconfiggere il nemico e creare le condizioni, sul fronte e attraverso la pressione sulla Russia, che ci permettano di costringere Mosca alla pace.

Domani formalizzeremo tutte queste decisioni. L’Ucraina deve uscire da questa situazione più forte e, per la Russia, sarà più difficile.

Ringrazio tutti i nostri guerrieri. Ringrazio ogni unità che sta ottenendo risultati. Ringrazio tutti coloro che hanno a cuore il nostro Stato e i nostri interessi nazionali come se fossero i propri.

Gloria all’Ucraina!»

In tale complesso scenario, i media ucraini concentrano l’attenzione sulle scelte operate da Zelensky in merito alla composizione del nuovo governo, continuando a schierarsi apertamente a favore di Fedorov. La rimozione del generale Oleksandr Syrskyi è stata accolta con favore dai principali analisti ucraini che, tuttavia, continuano a manifestare forti perplessità circa le reali motivazioni politiche alla base della rimozione di Fedorov da parte di Zelensky.

https://www.president.gov.ua/en/news/ya-viznachiv-sho-novim-golovnokomanduvachem-zbrojnih-sil-ukr-105541

https://kyivindependent.com/breaking-zelensky-dismisses-commander-in-chief-syrskyi-amid-widespread-protests/

https://www.pravda.com.ua/eng/columns/2026/07/19/8044798/

https://www.pravda.com.ua/eng/news/2026/07/21/8045244/

https://www.politico.eu/article/zelenskyy-fires-top-ukraine-army-commander-oleksandr-syrskyi-nationwide-protests/

La Russia pronta a riprendere i negoziati solo dopo la conquista totale del Donbass

Il 22 luglio la testata americana Bloomberg lancia un’improvvisa breaking news, immediatamente ripresa dalle principali testate internazionali, nella quale si afferma che la Russia non intende più restituire all’Ucraina parte dei territori occupati nell’ambito di un eventuale accordo volto a porre fine alla guerra. Mosca prevederebbe inoltre di mantenere le aree occupate nelle regioni di Sumy e Kharkiv come zona cuscinetto e, infine, riterrebbe che i negoziati possano riprendere unicamente dopo la conquista totale del Donbass.

Tale decisione, sempre secondo Bloomberg, sarebbe scaturita dalla perdita di rilevanza, secondo Mosca, degli accordi raggiunti con il presidente statunitense Donald Trump durante il vertice in Alaska dell’agosto 2025, dall’inasprimento degli attacchi ucraini in profondità contro gli impianti energetici russi e dalla volontà statunitense di imporre nuovi dazi ai cinque maggiori acquirenti di petrolio e gas russi.

Al momento non si registrano commenti da parte russa né statunitense.

https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-07-22/kremlin-hardens-demands-on-occupied-land-in-ukraine-blaming-us?srnd=homepage-europe

Dichiarazioni del segretario di Stato Marco Rubio alla Conferenza post-ministeriale dell’ASEAN con gli Stati Uniti

Desidero proporvi queste importanti dichiarazioni rilasciate da Rubio, che si trova a Manila, nelle Filippine, in occasione del citato vertice ASEAN, perché ci aiutano a comprendere meglio la posizione di Washington sia sulla crisi iraniana sia in merito al ruolo strategico statunitense nel quadrante indo-pacifico.

Merita di essere sottolineato che Rubio non accenna minimamente né all’Ucraina né alla Russia, presente al vertice asiatico con Lavrov. Si evidenzia, inoltre, che negli ambienti politici americani stanno emergendo forti perplessità sul costo della guerra contro l’Iran, stimato dal Pentagono in ben 37,5 miliardi di dollari.

In particolare, il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha dichiarato ai legislatori, durante una recente audizione a Washington, che i 37,5 miliardi di dollari comprendevano soltanto alcuni aspetti della guerra, nonché i costi previsti fino al 30 settembre, e che sarebbero quindi stati necessari ulteriori e ingenti finanziamenti.

I media americani sottolineano che, a soli sei mesi dalle elezioni di metà mandato, nelle quali i repubblicani del presidente Donald Trump potrebbero trovarsi ad affrontare una dura battaglia per mantenere la maggioranza alla Camera dei rappresentanti e al Senato, i democratici sembrano godere di un maggiore consenso nei sondaggi d’opinione e cercano di collegare l’impopolare guerra contro l’Iran al tema dell’accessibilità economica.

Leggiamo insieme:

«SEGRETARIO RUBIO: Bene, grazie. Innanzitutto, permettetemi di ringraziarla, mio collega della Cambogia, per essere il nostro coordinatore nazionale per il secondo anno consecutivo. Credo che ne trascorreremo un altro insieme e apprezziamo moltissimo tutto il lavoro che ha svolto.

Voglio anche ringraziare lei, signor segretario generale. Apprezzo molto tutti gli sforzi profusi nell’organizzazione di questo evento e nel coinvolgerci in questo processo.

Come ha affermato il presidente Trump lo scorso anno, durante il vertice dei leader, gli Stati Uniti sono al fianco dell’ASEAN al 100%. Questo è il principale meccanismo attraverso il quale interagiamo con la regione e continuerete a vedere il nostro impegno ai massimi livelli, anche attraverso il nostro ambasciatore, che si è insediato di recente.

Desidero inoltre ringraziare il nostro ambasciatore nel Paese ospitante, che, tra l’altro, ha svolto un lavoro fenomenale. Grazie per averci ospitato. Ci siamo innamorati del vostro Paese. Sono stato qui molti anni fa come senatore, ma è molto più bello visitarlo come segretario di Stato.

Apprezziamo davvero molto il vostro impegno. So quanto lavoro sia necessario per organizzare un evento del genere e voi avete svolto un lavoro fenomenale. Vi ringraziamo.

Prima di passare ad altri argomenti, so che c’è una questione che preoccupa tutti: ciò che sta accadendo in Medio Oriente. Vorrei ribadire ancora una volta che gli Stati Uniti sono da sempre impegnati nella diplomazia. Siamo aperti al dialogo e sempre disponibili a impegnarci nella ricerca di soluzioni negoziate per risolvere le divergenze. Questo vale anche nel caso dell’Iran.

Purtroppo, al momento, nonostante i contatti diretti — l’Iran ha cercato di contattare gli Stati Uniti sia direttamente sia indirettamente, per avviare colloqui volti a risolvere le divergenze riguardo a quanto sta accadendo in quella parte del mondo — finora, pur avendo raggiunto degli accordi, gli iraniani non hanno mantenuto i propri impegni.

Come ha affermato oggi il presidente — credo oggi secondo l’ora di Washington e ieri secondo la nostra — il problema che stiamo affrontando è che non prendono sul serio i colloqui. Se loro li prendono sul serio, li prenderemo sul serio anche noi. Se non lo faranno, adotteremo tutte le misure necessarie per proteggere i nostri interessi e quelli dei nostri alleati.

In sostanza, la questione è molto semplice. L’Iran rivendica il diritto, che non gli è riconosciuto da alcun meccanismo giuridico esistente, di controllare il transito del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz. Si tratta di una via navigabile internazionale.

Tra tutte le regioni del mondo, questa è proprio quella alla quale non ho bisogno di spiegare l’importanza della libertà di navigazione nelle acque internazionali.

Se creiamo un precedente in Medio Oriente, consentendo a uno Stato di decidere di controllare una via navigabile internazionale, imporre un pedaggio e, in caso di mancato pagamento, distruggere le navi, creiamo un precedente molto pericoloso, che potrebbe ripetersi in altre parti del mondo, compresa questa regione.

Quindi, ciò che è in gioco non riguarda semplicemente quanto sta accadendo nello Stretto di Hormuz. È in gioco un principio fondamentale: la libertà di navigazione.

Se questa viene minacciata, credo che vengano minacciate anche l’economia globale e le regole che hanno sostenuto 150 anni di commercio internazionale. Questo non può essere permesso».

Ma, come ho detto, gli Stati Uniti restano aperti e disponibili a impegnarsi in negoziati e colloqui positivi e costruttivi, a condizione che gli impegni assunti vengano rispettati. Quando tali impegni non vengono rispettati, come è accaduto in questo caso specifico, vi saranno delle conseguenze. Ed è necessario che sia così.

Se queste conseguenze non esistessero, oggi vivremmo in un mondo in cui una percentuale significativa dell’approvvigionamento energetico di questa regione e il 20% dell’approvvigionamento energetico mondiale sarebbero tenuti in ostaggio da uno Stato-nazione, da un regime canaglia intenzionato ad appropriarsi di tale risorsa e del diritto di imporre pedaggi e controllare il traffico marittimo: un diritto che non gli spetta secondo alcuna interpretazione del diritto internazionale, in particolare delle norme che disciplinano il transito marittimo.

Ora vorrei parlare brevemente anche della nostra partnership in questo ambito. Sono orgoglioso di annunciare che l’impegno degli Stati Uniti nei confronti dell’ASEAN si sta concretizzando nei fatti. Gli Stati Uniti, come annunciato lo scorso anno e come abbiamo continuato a fare nell’anno successivo al nostro ultimo incontro, si impegneranno a utilizzare tutti gli strumenti a disposizione del nostro governo per rafforzare queste relazioni, anche in materia di aiuti esteri.

Nell’ambito di questo impegno, stiamo investendo 2,5 miliardi di dollari di fondi governativi statunitensi in progetti strategici nel Sud-est asiatico, rafforzando la nostra dedizione alla regione. Investiamo perché lo sviluppo dell’ASEAN è anche nell’interesse degli Stati Uniti.

Non si tratta di beneficenza. Non lo facciamo per pura bontà d’animo, sebbene io ritenga che siamo animati anche da questa, ma perché ciò risponde al nostro interesse nazionale. La nostra partnership con ciascuno dei vostri Paesi e con l’intera regione è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti e non la abbandoneremo mai.

Indipendentemente da ciò che accade nel mondo e dalle nostre relazioni bilaterali con altri Paesi, siamo una nazione potente, con una portata globale, e dobbiamo quindi intrattenere rapporti anche con Paesi influenti con i quali abbiamo dei disaccordi. Ma questo non avverrà mai a scapito delle nostre alleanze, dei nostri partner o del nostro interesse nazionale. La nostra relazione con ciascuno dei Paesi qui rappresentati oggi risponde al nostro interesse nazionale.

Stiamo inoltre cercando di utilizzare altri strumenti finanziari a disposizione del nostro governo per individuare nuove opportunità all’interno dell’ASEAN. La recente approvazione, da parte della Development Finance Corporation, di un nuovo stanziamento di 1,5 miliardi di dollari in investimenti strategici destinati a promuovere le infrastrutture aeronautiche, la sicurezza energetica e la resilienza delle catene di approvvigionamento rientra tra gli obiettivi che vogliamo raggiungere insieme a tutti voi.

Poiché questa regione si sta affermando come motore della crescita economica nel XXI secolo — e lo dico con tutto il dovuto rispetto per le altre parti del mondo che ci stanno a cuore e nelle quali siamo coinvolti — credo fermamente che il futuro e la storia del XXI secolo saranno scritti in questa regione e dipenderanno dal modo in cui gli eventi si svilupperanno qui. La sicurezza e la prosperità degli Stati Uniti e del Sud-est asiatico dipenderanno sempre l’una dall’altra.

Nell’ambito dell’ASEAN, mentre la regione sviluppa la propria economia digitale, diversifica le fonti energetiche e costruisce catene di approvvigionamento più sicure, gli Stati Uniti desiderano offrire soluzioni a queste sfide regionali. Vogliamo essere tra i vostri partner più importanti e affidabili in ciascuna di queste iniziative.

Ci impegniamo a sostenere la sicurezza nella regione attraverso un contributo di quasi 130 milioni di dollari in assistenza ai Paesi dell’ASEAN per le attività di sminamento, a dimostrazione del nostro impegno per la sicurezza dei cittadini. Riconosciamo che il pragmatismo è alla base dei programmi e delle attività dell’ASEAN e desideriamo contribuire alla costruzione di un Sud-est asiatico più sicuro per le vostre popolazioni.

Continuiamo inoltre a rafforzare la sicurezza energetica nella regione, sostenendo lo sviluppo del mercato del GNL, l’implementazione delle tecnologie di rete statunitensi e il supporto alla rete elettrica dell’ASEAN, nonché la realizzazione di programmi di energia nucleare civile sicuri, protetti e responsabili. Investiamo inoltre nelle infrastrutture energetiche regionali, comprese le catene di approvvigionamento dei minerali critici.

Mentre l’ASEAN si impegna ad attuare il proprio Accordo sulla sicurezza petrolifera, gli Stati Uniti continueranno a essere fortemente coinvolti nelle questioni energetiche.

Come ho già detto e ribadisco, gli Stati Uniti sono al fianco dell’ASEAN. Stiamo lavorando insieme per rafforzare le nostre economie e i nostri popoli attraverso una collaborazione lungimirante, che garantirà agli Stati Uniti il ruolo di partner affidabile e duraturo per i prossimi cinquant’anni e oltre.

Attendo quindi con interesse la discussione odierna sulle questioni che plasmeranno il nostro partenariato strategico globale negli anni a venire. Grazie».

https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesperson/2026/07/secretary-of-state-marco-rubio-at-the-asean-post-ministerial-conference-with-the-united-states/

Russia e ASEAN intravedono prospettive di cooperazione in materia di sicurezza energetica

In queste ore i media russi stanno rivolgendo maggiormente lo sguardo verso le Filippine, dando ampio risalto alle dichiarazioni rilasciate da Lavrov.

In particolare, il ministro degli Esteri russo ha dichiarato:

«I leader dei nostri Paesi hanno raggiunto importanti accordi nei settori della politica e della sicurezza, nella lotta contro le nuove minacce e le nuove sfide e nello sviluppo dei legami commerciali, economici, finanziari, culturali, educativi e umanitari. Vediamo ottime prospettive nei settori della sicurezza alimentare ed energetica, della trasformazione digitale e dell’economia delle piattaforme. I quattro documenti fondamentali adottati al vertice di Kazan definiscono linee guida chiare per la collaborazione in tutti i settori sopra menzionati».

Il ministro ha aggiunto che il vertice di Kazan è stato molto apprezzato nei Paesi dell’ASEAN.

«Durante i nostri colloqui di ieri sera, in occasione del meraviglioso ricevimento, e questa mattina, prima dell’inizio della riunione, molti colleghi e amici dell’ASEAN hanno ricordato il vertice svoltosi a Kazan poco più di un mese fa, affermando di nutrire la massima stima per tale evento, che ha chiaramente dimostrato la volontà reciproca di Russia e ASEAN di procedere verso un ulteriore riavvicinamento e un rafforzamento della cooperazione multilaterale, basata sui principi di uguaglianza, rispetto reciproco e mutuo vantaggio».

Lavrov è arrivato nella capitale filippina il 21 luglio. Fino al 23 luglio il ministro avrà una fitta agenda di impegni che, oltre ai contatti bilaterali, prevede la partecipazione alla riunione dei ministri degli Esteri dell’ASEAN nel formato Russia-ASEAN, al Vertice dell’Asia orientale e al Forum regionale dell’ASEAN sulla sicurezza.

In tale cornice, merita di essere evidenziato che Lavrov, in queste ore, ha voluto incontrare separatamente tutti i ministri degli Esteri presenti al vertice, nonché i rappresentanti della diplomazia di India e Pakistan intervenuti a margine dei lavori.

Infine, merita di essere evidenziato che, al termine dei lavori del vertice Russia-ASEAN, il Ministero degli Affari esteri russo ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Il 22 luglio si è tenuto a Manila l’incontro annuale tra il ministro degli Esteri Sergey Lavrov e i ministri degli Esteri degli Stati membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN). L’evento si è svolto nell’ambito delle celebrazioni per il 35° anniversario delle relazioni tra Russia e ASEAN, che ricorre quest’anno.

L’incontro si è concentrato sull’attuazione delle decisioni adottate durante il quinto vertice Russia-ASEAN, svoltosi a Kazan il 17 e 18 giugno 2026, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza alimentare ed energetica, trasformazione digitale, tecnologie innovative e ad alta intensità scientifica, esplorazione spaziale e contatti tra i giovani.

Le parti hanno inoltre discusso dell’avvio di forme di cooperazione in nuovi settori. Le discussioni tenutesi durante l’incontro hanno dimostrato che Russia e ASEAN condividono posizioni simili sulle attuali questioni internazionali.

La parte russa ha ribadito il proprio sostegno al ruolo centrale dell’ASEAN negli affari regionali e si è congratulata con i partner per il 50° anniversario del Trattato di amicizia e cooperazione nel Sud-est asiatico, il documento fondamentale che disciplina le relazioni interstatali nella regione».

https://tass.com/politics/2163305

https://mid.ru/en/foreign_policy/news/2128083/

https://mid.ru/en/foreign_policy/news/2127940/

https://mid.ru/en/foreign_policy/news/2128099/

https://mid.ru/en/foreign_policy/news/2128090/

Uno sguardo all’Europa, con particolare attenzione alla Germania

Mentre Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca continuano a manifestare, seppure con motivazioni e sensibilità differenti, l’esistenza di serie tensioni politiche e diplomatiche con Zelensky, sembra sul punto di esplodere la “guerra del grano”. Parallelamente, sta prendendo forma una sorta di spy story che coinvolgerebbe Berlino e Mosca, mentre la leader di AfD, la nota Alice Weidel, lancia dure accuse contro il governo.

La guerra del grano

Tra le motivazioni alla base delle forti perplessità espresse da diversi Paesi europei in merito all’ingresso della Moldavia e dell’Ucraina nell’Unione europea, al di là delle note criticità esistenti, vi sarebbe la possibile ricaduta economica negativa sul settore agricolo di gran parte dei 27 Stati membri.

Gli analisti del settore ricordano infatti che, anche tralasciando le perdite territoriali subite dall’Ucraina in seguito all’invasione russa, il Paese dispone ancora di 32 milioni di ettari di terreno agricolo utilizzabile, 26 milioni dei quali già coltivati. Si tratta di quasi il doppio della superficie coltivabile della Francia, pari a 17 milioni di ettari, e di oltre il doppio di quella di Spagna e Polonia, che dispongono di 11 milioni di ettari ciascuna, secondo i dati della Banca Mondiale.

In caso di adesione, l’Ucraina diventerebbe il principale produttore europeo di cereali e semi oleosi, tra cui colza, girasole e soia.

Il capitolo relativo all’agricoltura «è considerato tra i più difficili nel processo di adesione all’UE», sostiene la ricercatrice Elsa Régnier. Ciò sarebbe dovuto al ruolo centrale della Politica agricola comune (PAC) nel bilancio dell’Unione europea e alla vulnerabilità complessiva dei sistemi agricoli.

Anche la Commissione europea riconosce che l’Ucraina e la Moldavia «avranno bisogno di tempo e impegno», poiché l’Unione europea «deve necessariamente garantire che le proprie politiche, compresa la PAC, siano adeguate a un’Unione allargata».

A questo proposito, si sono già registrate forti tensioni con numerosi Paesi confinanti. Ungheria, Polonia e Slovacchia sono arrivate persino a imporre divieti alle importazioni ucraine di cereali.

https://euneighbourseast.eu/news/stories/agricultural-panic-or-opportunity-in-the-eu-ukraines-next-battle-is-going-to-be-grain/

https://mezha.net/eng/bukvy/b01505f6_hungary_blocks_opening_of/

Incontro di vertice tra Germania e Azerbaigian, tra dichiarazioni ufficiali e spy story

Mentre una parte della stampa tedesca, il 22 luglio, si limita a riferire che Merz e Aliyev, nel corso del vertice svoltosi il 21 luglio a Berlino, hanno discusso della cooperazione in materia di approvvigionamento di petrolio e gas, altri media stanno cercando di comprendere la portata delle esplosive dichiarazioni del presidente azero Ilham Aliyev.

Secondo quanto affermato da Aliyev, a Baku si sarebbe recentemente svolto un incontro “segreto” tra ex esponenti politici tedeschi e personalità legate al Cremlino.

Merita di essere evidenziato che, durante la conferenza stampa tenutasi a Berlino, Merz ha dichiarato testualmente:

«Posso fornire una risposta molto semplice: non sono a conoscenza di alcun incontro del genere. Da mesi stiamo cercando di portare il presidente Putin al tavolo delle trattative. In diverse occasioni abbiamo avanzato proposte per tenere colloqui, anche a livello europeo e insieme all’Ucraina.

Il presidente Putin si rifiuta di partecipare a questi colloqui. Per questo motivo ripeto ciò che, purtroppo, ho dovuto affermare più volte da questo stesso luogo negli ultimi 14 mesi: spetta interamente al governo russo e al presidente russo porre fine a questa guerra.

Spetta soltanto a lui avviare i colloqui e, se necessario, i negoziati di pace. Si rifiuta persistentemente di farlo. Finché continuerà ad agire in questo modo, non vi sarà altra possibilità se non quella di continuare ad aiutare l’Ucraina nella sua lotta per la sopravvivenza di fronte all’aggressione russa.

Continueremo a farlo. Agiremo in coordinamento con i nostri partner europei e ringrazio sinceramente il presidente Aliyev per aver condiviso la valutazione che ho appena espresso riguardo a questa guerra, alle sue cause, al suo svolgimento e a una possibile via per porvi fine».

Aliyev ha replicato affermando:

«Per quanto riguarda l’incontro che avete menzionato a Baku, posso dire che abbiamo appreso questa informazione attraverso il quotidiano britannico The Times. Non ne eravamo a conoscenza e, naturalmente, poiché l’articolo è stato pubblicato da un organo di stampa così prestigioso, abbiamo preso la notizia molto sul serio e avviato un’indagine.

Ieri, prima di recarmi a Berlino, ho richiesto informazioni al Servizio di guardia di frontiera dell’Azerbaigian per verificare se le persone menzionate dal Times fossero effettivamente state nel Paese.

Posso confermare che l’informazione è risultata fondata. Il 12 luglio due personalità di spicco sono arrivate a Baku con un volo Berlino-Baku: Ronald Pofalla, che ha ricoperto il ruolo di capo della Cancelleria durante il governo di Angela Merkel, e Matthias Platzeck. Entrambi sono rientrati da Baku a Berlino il 14 luglio.

Contemporaneamente, il 12 luglio, l’ex primo ministro russo Viktor Zubkov e Valeri Fadeyev, presidente del Consiglio per i diritti umani presso la Presidenza russa, sono arrivati a Baku da Mosca. Uno ha lasciato Baku il 13 luglio e l’altro il 14 luglio.

Non abbiamo ricevuto alcuna informazione al riguardo né dalla Germania né dalla Russia. In altre parole, il nostro territorio è stato utilizzato a nostra insaputa».

https://www.dw.com/en/germany-news-merz-hosts-azerbaijan-president-aliyev/live-78044090

https://www.reutersconnect.com/item/aliyev-confirms-recent-meeting-between-former-german-and-russian-politicians-in-baku/dGFnOnJldXRlcnMuY29tLDIwMjY6bmV3c21sX09XRUZWQzU1MDIwOTU0MDIzMDAx

https://www.themoscowtimes.com/2026/07/21/azerbaijan-hosted-secret-russian-german-talks-president-aliyev-says-a93302

L’amministratore delegato di Evonik smantella la transizione energetica di Merz: il governo federale sta portando la Germania alla rovina industriale, con costi per migliaia di miliardi

Mentre a Berlino si discute delle dichiarazioni del presidente azero, violente critiche a Merz giungono dalla leader di AfD, la nota economista Alice Weidel, in relazione alla politica energetica condotta dal governo, che starebbe trascinando la Germania verso un declino inesorabile.

Queste critiche starebbero riscuotendo un consenso crescente in una società tedesca attraversata da una profonda crisi. Basti pensare che, nell’ultimo anno, secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica tedesco, Destatis, oltre 288.000 cittadini tedeschi hanno lasciato il Paese per trasferirsi all’estero e che i progetti di emigrare dalla Germania sono in aumento, soprattutto tra i lavoratori tedeschi con i redditi più elevati.

In questo contesto, la leader di Alternativa per la Germania (AfD), Alice Weidel, prendendo spunto dalle recenti dichiarazioni dell’amministratore delegato di Evonik, colosso industriale della chimica, secondo il quale il governo federale starebbe portando la Germania alla rovina industriale, con costi per migliaia di miliardi, ha dichiarato:

«Quando persino i principali rappresentanti dell’industria tedesca riconoscono che una spesa pubblica superiore a 1.000 miliardi di euro per la cosiddetta “transizione energetica” non ha garantito la sicurezza degli approvvigionamenti né prodotto un effetto tangibile sul clima globale, ci troviamo di fronte, a tutti gli effetti, a una dichiarazione di fallimento della politica energetica.

La Germania contribuisce soltanto per circa l’1,6% alle emissioni globali di CO₂: la rotta economicamente autodistruttiva intrapresa da questo governo federale è del tutto sproporzionata rispetto all’impatto della sua politica climatica.

Mentre le aziende falliscono sotto il peso dell’impennata dei prezzi dell’energia e dell’aumento degli oneri normativi, il governo Merz si aggrappa a un’agenda di trasformazione ideologicamente orientata, che sta spingendo fuori dal Paese intere catene del valore industriale fondamentali.

Il risultato è il più costoso errore di politica economica della storia del dopoguerra, con conseguenze devastanti per la solidità economica, la prosperità e la futura sostenibilità della nostra nazione.

Friedrich Merz ha basato la propria campagna elettorale sulla promessa di correggere gli errori di politica economica degli ultimi anni e di porre fine al modello politico ecologista di sinistra. In realtà, però, si è ritrovato politicamente dipendente dall’SPD, non soltanto adottandone l’agenda interventista e contraria alla crescita, ma addirittura ampliandola.

Le conseguenze disastrose sono già innegabili: centinaia di migliaia di posti di lavoro sono andati persi, gli investimenti si sono trasferiti all’estero e interi settori industriali hanno perso competitività.

Allo stesso tempo, un numero crescente di professionisti altamente qualificati sta lasciando il Paese, perché la Germania sta diventando una destinazione sempre meno attrattiva per gli investimenti e per le attività economiche.

Soltanto l’AfD è disposta ed è in grado di avviare la necessaria ripartenza della politica economica.

Chiediamo la fine immediata della transizione energetica dettata da motivazioni ideologiche, l’abolizione di tutte le tasse sulla CO₂ e il ritorno a una politica energetica neutrale dal punto di vista tecnologico e fondata sul mercato.

Ciò comprende la riattivazione e l’espansione dell’energia nucleare, l’accesso a lungo termine a energia a prezzi sostenibili e una drastica riduzione delle tasse e dei contributi per le imprese e i cittadini.

Soltanto attraverso prezzi dell’energia competitivi, condizioni quadro affidabili e una deregolamentazione coerente, la Germania potrà tornare a essere un polo industriale attrattivo e restare anche in futuro tra le principali potenze economiche mondiali».

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani




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 Stefano Silvio Dragani

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