Transizione in fuorigioco


Secondo i dati dell’International Energy Agency, dal 2016 gli investimenti globali per rinnovabili, reti, accumuli ed efficienza energetica hanno superato quelli legati a petrolio, gas, carbone. Negli ultimi 10 anni sono cresciuti del 78,1%, passando da 1.163 miliardi di dollari a 2.072 miliardi del 2025. In quest’ultimo anno, gli investimenti nella transizione energetica hanno inoltre quasi raddoppiato quelli delle fossili. Il 2025 è stato inoltre un anno record per le rinnovabili in Europa, dove, per la prima volta, eolico e solare hanno generato, in 14 Stati Membri su 27, più energia elettrica di quella delle fonti fossili: 841 TWh, pari al 30,1% di quella prodotta dall’Unione Europea, contro gli 809 TWh da fonti fossili, pari al 29%. L’Italia però non fa parte dei Paesi che hanno raggiunto questo traguardo: nel 2025 la nostra produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili ha coperto il 41,1% dei consumi complessivi, le fonti fossili il 43,8%. Pochi punti percentuali di distanza che descrivono comunque i passi in avanti fatti nel nostro Paese, grazie agli 83.117,9 MW di capacità installata di tecnologie pulite.

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Fin qui il bicchiere mezzo pieno, descritto dai dati del recentissimo report Italia rinnovabile di Legambiente. Ma lo stesso report, così come l’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano del 2025 dell’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, raccontano anche del bicchiere mezzo vuoto. In Italia, l’obiettivo era quello di installare 80.001 MW di nuova potenza rinnovabile tra il 2021 e il 2030. La situazione a marzo 2026 è questa: sono stati installati 26.532 MW, pari al 33,2% dell’obiettivo. La potenza mancante, da installare entro il 2030, è di ben 53.469 MW. Ma la media delle installazioni annue tra il 2021 e il 2025 è stata di 4.979 MW: mantenendola, l’obiettivo verrebbe raggiunto in 10, 7 anni, con un ritardo di 5,7 rispetto alla scadenza del 2030. Anche chi, sbagliando, non si interessa alla lotta al cambiamento climatico dovrebbe preoccuparsi seriamente: l’Italia infatti è tra i Paesi con il prezzo medio dell’energia elettrica più elevato, e questo si ripercuote sulle imprese ancora di più nei momenti di emergenza come quello del conflitto in Iran. Nei primi mesi del 2026, infatti, la bolletta energetica elettrica italiana è arrivata a quota 130,5 euro/MWh. L’Olanda 100,08 euro/MWh, la Germania 99,85 euro/MWh, la Francia 70,42 euro/MWh e la Spagna, che non a caso negli ultimi 5 anni ha investito massicciamente nelle fonti rinnovabili, registra il valore più basso, pari a 42,51 euro/MWh.

L’Enea sottolinea le fragilità del sistema energetico italiano, che nel 2025 mostra una dinamica debole e disallineata: i consumi calano solo marginalmente, senza segnali di accelerazione verso gli obiettivi 2030. Le rinnovabili crescono ma restano in ritardo significativo (20% dei consumi finali contro il 25% previsto; circa 23 Mtep contro i 29 Mtep previsti nel Pniec), mentre il mix resta sbilanciato: aumentano il gas (+2%) e, rispetto alle attese, anche il petrolio (+20% rispetto allo scenario Pniec). Le emissioni sono stazionarie, rendendo necessario un taglio annuo del 6–7% fino al 2030, raggiunto solo in pochi anni eccezionali negli ultimi decenni. Nel complesso, la transizione risulta già fuori traiettoria rispetto a quella delineata meno di due anni fa nel Pniec, che d’altra parte fissa per l’Italia target molto ambiziosi al 2030, quando le fonti rinnovabili dovrebbero coprire il 39,4% dei consumi finali lordi di energia e il 63,4% della domanda elettrica. Nel complesso, dunque, per l’Enea il 2025 conferma per l’Italia una traiettoria di transizione lenta, squilibrata e vulnerabile, con ritardi strutturali nella decarbonizzazione e crescente perdita di competitività energetica. Lo conferma l’indice Enea Ispred, che segna un nuovo minimo storico (−30% su base annua).

Anche sul piano europeo, i dati di Enea descrivono una situazione deficitaria. Nel 2025 il sistema energetico è rimasto sostanzialmente fermo: i consumi sono stagnanti da tre anni (energia primaria a 1.210 Mtoe), nonostante una ripresa del PIL (+1,6%), frenati da prezzi ancora elevati (gas +70% vs pre-crisi) e dalla crisi dell’industria energivora (-3%). Il percorso verso i target 2030 è di fatto bloccato: il gap rispetto agli obiettivi della Direttiva Eed (Energy efficiency directive) di riduzione dei consumi energetici per raggiungere la neutralità climatica europea entro il 2050, che impone agli Stati membri di tagliare il consumo globale di energia dell’11,7% entro il 2030 rispetto alle proiezioni del 2020, resta ampio (−21,8% sull’energia primaria; +18% sui consumi finali rispetto al target), e richiederebbe ora una riduzione annua dei consumi senza precedenti (−4% primaria, −3,2% finale). Anche la decarbonizzazione nel Vecchio Continente procede troppo lentamente: le rinnovabili crescono ma restano sotto traiettoria (quota <26% vs 28,5% atteso), mentre le emissioni calano appena (−1% nel 2025) e richiederebbero ora riduzioni superiori al 7% annuo (vs 2% medio dal 2019).

In questo contesto fragile, la crisi in Medio Oriente introduce un rischio sistemico: un eventuale blocco dello Stretto di Hormuz (oltre il 20% del petrolio mondiale) potrebbe generare uno shock energetico di portata storica, finora attenuato solo da condizioni di eccesso di offerta e da aspettative che la crisi sia breve. L’Italia risulta particolarmente esposta: già nel breve periodo si registrano extra-costi energetici superiori a un miliardo di euro al mese, mentre i margini di riduzione della domanda appaiono limitati (consumi gas già −15% vs media 2017-2022). Nel complesso, dunque, il 2025 evidenzia un sistema energetico europeo in transizione incompiuta, con domanda stagnante, decarbonizzazione lenta, ritardi strutturali e vulnerabilità agli shock geopolitici.


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 Riccardo Venturi

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