La vera rivoluzione dei festival? È la comunità


Oliviero Ponte Di Pino ha frequentato i festival da spettatore, organizzatore, editore e ospite. Poi, gli è venuta l’idea di mapparli. Dal 2017 è un successo: sul web e sulla carta. La “creatura” si chiama TrovaFestival – La cultura in movimento, un collettore di eventi e possibilità, un censimento d’autore di quel che accade lungo lo stivale quando si parla di festival. La versione “libro” esce ogni anno edita da Altrəconomia: la guida 2026 In giro per festival è firmata da Ponte di Pino con Giulia Alonzo, racchiude 100 schede dedicate agli appuntamenti che animano i piccoli centri in aree interne, zone montane o in territori segnati da spopolamento. Accanto a queste, oltre 300 segnalazioni, organizzate in 30 categorie, tracciano un itinerario dei festival in Italia: minuscoli o per folle oceaniche, celebri o ancora da scoprire, classici o eccentrici, con focus su Roma, Milano, Torino e Bologna. Quel che è certo, si legge nella presentazione, è che «c’è un festival per ogni passione: per chi vive di teatro, per i cinefili e i melomani, per i maniaci dei fumetti e per i camminatori recidivi».

Oliviero Ponte di Pino. (Fotografia fornita dall’intervistato)

Se c’è un format culturale che continua a fare breccia nel pubblico, è quello del festival. Perché?

Il dispositivo del festival funziona per diversi motivi. Innanzitutto, è un modello leggero e flessibile che, in un Paese dove le istituzioni culturali sono spesso poche o poco diffuse, riesce a svolgere un’importante funzione di supplenza. Nasce dal basso, dall’iniziativa di persone o associazioni animate da una passione che decidono di condividere con la collettività. Realtà che conoscono il territorio in cui operano e, proprio per questo, sono capaci di creare relazioni, rafforzare il tessuto sociale e costruire comunità. Ma c’è un altro aspetto. I festival hanno un forte impatto reputazionale: contribuiscono a far conoscere un territorio e rappresentano un importante fattore di attrazione turistica. Con un’avvertenza: il loro successo deve essere sostenibile, perché una crescita eccessiva del pubblico può mettere in difficoltà le comunità che li ospitano.

Un festival può contribuire a dare nuova identità a un luogo?

Negli ultimi anni abbiamo imparato che i presìdi culturali sono strumenti fondamentali per la riqualificazione dei territori. Molti progetti di rigenerazione locale utilizzano la cultura come leva per riattivare luoghi, creare relazioni e nuove opportunità. Il Pnrr, ad esempio, ha investito soprattutto nelle infrastrutture: ha finanziato il recupero di edifici e paesi. Ma una volta restaurati gli spazi, resta una domanda decisiva: come si fa a far sapere alle persone che quel luogo esiste e che vi accadono cose interessanti? Da questo punto di vista, il festival è uno degli strumenti più efficaci per risemantizzare, rendere i luoghi nuovamente vivi e riportarli al centro della vita culturale di un contesto.

I festival hanno un forte impatto reputazionale: contribuiscono a far conoscere un territorio e rappresentano un importante fattore di attrazione turistica. Con un’avvertenza: il loro successo deve essere sostenibile, perché una crescita eccessiva del pubblico può mettere in difficoltà le comunità che li ospitano

Oliviero Ponte di Pino, fondatore del portale TrovaFestival

Che cosa resta quando si spengono le luci?

Il tratto distintivo dei festival è la loro capacità di creare comunità temporanee che, pur durando pochi giorni, lasciano un segno nel territorio e nelle persone. Attivano forme di cittadinanza, coinvolgono volontari, associazioni e abitanti. Sempre più spesso sperimentano forme di direzione artistica partecipata e diventano luoghi di confronto sui grandi temi del presente. In questo senso esercitano una funzione civile, prima ancora che politica: favoriscono la partecipazione, rafforzano i legami sociali e contribuiscono alla costruzione di una comunità più consapevole.

Come è nata l’idea di mapparli?

Quasi per caso. Ero a pranzo all’Osteria dei Poeti di Bologna: ho preso una tovaglietta di carta e ho iniziato a disegnare una cartina dell’Italia, segnando una crocetta per ogni festival a cui avrei voluto partecipare quell’estate. Ho pubblicato la foto sui social insieme a una versione realizzata con Google Maps e, inaspettatamente, è diventata virale. Da quell’intuizione è nato un vero e proprio strumento dedicato ai festival. Nel 2017 è stato aperto il sito e, con il tempo, la mappa è diventata anche un oggetto di studio e di ricerca. Oggi viene utilizzata per analizzare un fenomeno in continua espansione che, fino a pochi anni fa, era stato poco esplorato anche dal punto di vista accademico, come dimostrano gli studi di Giulia Alonzo e Paola Dubini.

C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare.
NELL’ITALIA DEI PAESI-PERSONA

Quanti festival avete intercettato in quasi dieci anni?

Nel nostro database sono censiti circa 2.900 festival culturali tra Italia e Canton Ticino. Non sono tutti attivi, perché manteniamo anche lo storico delle manifestazioni che hanno cessato l’attività. Nell’ultimo anno i festival effettivamente svolti sono stati tra i 2.200 e i 2.300. Nella guida non rientrano sagre, carnevali, rievocazioni storiche o eventi unici, come quelli legati al titolo di Capitale italiana della Cultura. Per definire un festival, consideriamo essenziali la periodicità dell’evento e la sua capacità di ritornare nel tempo, costruendo un rapporto stabile con il territorio.

Come si sono evoluti?

Negli ultimi anni i festival hanno conosciuto una vera esplosione, con un forte aumento. Questo fenomeno ha portato vantaggi e anche alcune criticità. Il principale vantaggio è l’ampliamento dell’offerta culturale su tutto il territorio nazionale: i festival hanno attivato energie, coinvolto comunità e rappresentano uno strumento importante per avvicinare alla cultura un Paese in cui i livelli di partecipazione culturale restano ancora molto bassi. D’altra parte, i festival sono strutture effimere: puntare solo sugli eventi non significa costruire automaticamente infrastrutture culturali stabili né garantire servizi continuativi durante tutto l’anno. C’è una differenza sostanziale tra un festival che si svolge per alcuni giorni e una biblioteca o un centro culturale capaci di offrire attività permanenti. Rispetto alle strutture culturali tradizionali, spesso caratterizzate in Italia da modelli più datati, i festival hanno introdotto maggiore sperimentazione: nei linguaggi, nell’organizzazione, nella progettazione degli spazi e nel rapporto con il pubblico. In questo senso possono essere considerati veri esperimenti sociali.

Può farci qualche esempio?

Vedo una propensione a sperimentare sulla sostenibilità ambientale e sull’accessibilità, anche a partire da azioni molto concrete: a Mantova alcuni volontari sono stati coinvolti davanti ai punti di raccolta differenziata per spiegare al pubblico quale fosse il contenitore corretto. Un gesto semplice che diventa anche un momento di educazione e sensibilizzazione. Ma sono tanti i temi e i livelli su cui i festival stanno costruendo percorsi di innovazione: analizzarli permette di comprendere come cambia la società e come cambia il nostro rapporto con la cultura.

Un festival che le è rimasto nel cuore.

In quest’ultimo anno mi ha colpito, soprattutto al Sud, l’attivazione attorno al concetto di “restanza”: l’idea di chi sceglie di rimanere nel proprio luogo, perché lo riconosce come casa e vuole contribuire a costruirvi nuove opportunità culturali e sociali. Altri, invece, tornano nei territori di origine e li riscoprono attraverso nuovi progetti. In entrambi i casi la cultura diventa uno strumento per migliorare la qualità della vita e rafforzare quel senso civico di cui si parlava. E poi c’è BookCity Milano (Ponte di Pino ne è stato il curatore per 14 anni, nda): mi sembra un esempio di manifestazione aperta e democratica, capace di avvicinare ancora di più i milanesi alla cultura, grazie al coinvolgimento di centinaia di soggetti della città.

In apertura, un appuntamento a Bardonecchia di “Borgate dal vivo – Il festival più grande nei luoghi più piccoli”, un cartellone estivo itinerante che porta eventi site specific in piccoli centri di tutto l’arco alpino. È inserito nella guida 2026 di “In giro per festival” (Fotografia Borgate dal vivo)

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 Daria Capitani

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