«Eh ma cosa critichi se ancora non lo hai visto». Era la risposta che in questi giorni mi tornava indietro sui social dai difensori indefessi della nuova Odissea del regista britannico Nolan, che però la difendevano da bravi automi senza averla vista anche loro.
Allora ho rispolverato un sabato da ragazzetto, come diceva un noto comico: «pizza, cinemino e fruc». E me ne sono andato al cinema a vedere Odyssey, pur consapevole, orribilmente, di contribuire economicamente al finanziamento di una cultura reale e cinematografica che detesto. Ma il mio amore per l’Odissea, quella vera, insieme alla curiosità mi ha corrotto.
Buon film. Non è l’Odissea
Inizio col dire che è comunque un buon film, a tratti spettacolare, con effetti speciali notevoli. Ma non è l’Odissea. Né ha il nome, ma non né ha la grandezza né il pathos. E io credo perché nessuno degli autori e degli attori l’abbia mai letta, né abbia mai percepito la forza.
Io poi detesto Nolan: non mi è mai piaciuto un film. Questa atmosfera sempre cupa, le scene tutte buie, depressive, ansiogene, le musiche affannose, inquietanti. Lo trovo vuoto e insopportabile. E questa Odissea non è da meno. Si salva solo per la forza potente del racconto nonostante cerchino di rovinarla. E perpetua la mia convinzione che i classici, almeno in questo periodo della storia del cinema, non dovrebbero mai passare per Hollywood, perché sono una massa di ignoranti senza idee e cultura dediti solo al dio denaro.
I testi e la storia classica non possono e non dovrebbero mai essere trattati dai produttori americani, se non per farci fare quattro amare risate. Perché Hollywood, con i suoi milioni di dollari e i suoi casting manager, non sa ascoltare il silenzio del mito. Lo riempie di fragore, lo appiattisce su mode culturali del momento, lo svuota di ogni autenticità storica per rivestirlo di effetti speciali e dollari.
Purtroppo la qualità cinematografica del kolossal hollywoodiano è eccellente: girato in IMAX nativo – da noi quasi inutile perché i cinema italiani non lo supportano – fotografia sfolgorante, effetti speciali da capogiro. E questo fa ancora più rabbia a chi abbia letto almeno una volta la vera Odissea, quella meravigliosa, scritta in Grecia da Omero. Perché la bellezza formale del film diventa complice di un tradimento sostanziale: lo spettatore viene abbagliato dalla potenza visiva e non si accorge che il cuore del poema è stato svuotato, sostituito da un’anima hollywoodiana, postmoderna e moralisticamente «corretta».
Elena nera: pubblicità e non rivendicazione politica
Il film è esteticamente meno woke di quanto sembrasse o meglio, non lo è nel senso gaio e coreografico del termine. Le anticipazioni che hanno irritato molti, prima di tutte Elena interpretata da un’attrice di colore, invece non erano una rivendicazione politica ma un escamotage pubblicitario. Una scelta tanto assurda da provocare un dibattito infinito tra chi giustamente la ritiene ridicola e chi invece si sperta a dire che forse era nera davvero e che Omero non capiva niente e si dice fosse pure cieco. Sciocchezze a non finire che però ne hanno costruito l’ossatura pubblicitaria.
Quello che scandalizza davvero è però il livello di recitazione di Elena nera, che è ridicolo. Anche sotto il livello di Elio Germano, che secondo me è il minimo esistente. La scena madre la fa sembrare non una regina, ma qualcuno che sta litigando al bancone del McDonald’s con la cassiera. Urla sguaiate, espressioni vuote: un dispiacere guardarla.
Il casting come marche: Ulisse WASP, Atena efebica
Possiamo sorvolare sul fatto che «Elena dalle candide braccia» sia qui interpretata dalla nerissima Lupita Nyong’o, che in aggiunta interpreta anche la sua gemella Clitemnestra. Ma se mettiamo insieme il WASP dagli occhi azzurri Matt Damon che fa Ulisse, Zendaya che interpreta Atena – notoriamente, per chi ha studiato, dea dell’arte militare e della sapienza, nata adulta e non certo efebica dalla testa di Zeus – Tom Holland che dovrebbe essere un imberbe Telemaco con la faccia di Spider-Man, Sinone interpretato da Elliot Page che nella vita reale è una donna che ha cambiato sesso in uomo, la cinquantenne Charlize Theron che è Calipso (ninfa del mare che dovrebbe essere in apparente età da marito) e, soprattutto, Penelope che ha la newyorkese, improbabilissima faccia di Anne Hathaway (le madonne per un’occasione tanto sprecata possono anche venire).
Ma non è solo questione di colore della pelle, età anagrafica o cambio di sesso. Il problema è che questi attori portano con sé interi universi simbolici che cozzano con l’immaginario omerico. Nolan non ha scelto degli interpreti, ha scelto delle marche. E il risultato è un crossover tra Marvel e cinema d’autore che non può convincere.
L’Ulisse pentito che quasi si scusa
Il film fa vedere un improbabilissimo Ulisse pentito per il casino fatto a Troia, un eroe problematico, tormentato, che quasi si scusa per essere maschio bianco, etero e guerriero. Ma l’Ulisse omerico non è un pentito, anzi. È un eroe orgoglioso, astuto, un sopravvissuto che sa di dover pagare il prezzo della sua Hybris, ma non si piange addosso. Il suo pianto, quando lo concede, è per la nostalgia di casa, non per i sensi di colpa. Nolan invece psicologizza il mito e lo riduce a un dramma interiore da salotto borghese, mentre l’epica antica respira un’aria ben diversa, fatta di fato, dei capricciosi, onore guerresco che non conosce pentimenti.
Tutto è conflitto, non c’è spazio per l’eroismo. Ulisse non è un re glorioso, è un reduce svuotato, un soldato che si muove in un mondo cupo. Gli dei, nonostante siano antropomorfi, sono svuotati di ogni umanizzazione, simili a fantasmi, a silenziose apparizioni, echi di un’era tramontata. Atena è lo spettro della sua stessa coscienza. Ma qual è il senso di raccontare il mito per smitizzarlo?
Polifemo verticale e la scomparsa del «Nessuno»
E che dire dell’episodio di Polifemo? Le immagini create con l’intelligenza artificiale rendono il gigante un saccoccione deforme che emette versi disumani e non dialoga. L’unico occhio non è orizzontale come tutti, ma è verticale al centro del viso e in questo modo somiglia più a un organo femminile.
Della vera astuzia di Ulisse – quella di farsi chiamare «Nessuno» – non v’è cenno nel film, come se fosse una bazzecola inutile da tagliare in sceneggiatura. E invece è il cuore dell’inganno omerico: il momento in cui l’eroe si nasconde dietro il linguaggio per sfuggire alla vendetta divina. Nolan lo cancella perché probabilmente gli sembra poco epico.
Preferisce un Ulisse che combatte come un marine statunitense, non uno che ragiona come un sofista. Il risultato è che il personaggio perde la sua dimensione intellettuale e diventa un action hero qualsiasi, con la differenza che indossa un chitone e non un giubbotto antiproiettile.
E la orrenda scena di Circe – vecchia cozza acida che pratica la trasformazione degli uomini in maiali manipolando mostruosamente i loro visi – è degna più di un film pulp che dell’Odissea. E la scena di Ulisse legato all’albero della nave per non cedere alle sirene è di una pochezza antologica: priva di ogni potenza narrativa, Matt Damon legato si limita a urlare, urlare e urlare. Nessun pathos. Il nocchiero è un attore indiano e il soldato che si toglie i tappi di cera e si lancia in mare è un cinese. Una tristezza.
Il finale tragicomico tra Titanic e Love Boat
L’avrei eletta la peggiore scena del film se non fosse arrivato il finale — che è invece la scena peggiore in assoluto. «Sappiamo già come va a finire», dicevano le persone in attesa al cinema. E invece il finale di questa Odissea è tragicomico: Ulisse, dopo aver trucidato i Proci in un rigurgito di Damon alla Jason Bourne, prende baracca e burattini e se ne va in crociera in una scena a metà tra Titanic e Love Boat. Non si sa perché debba andarsene in esilio, visto che ha ucciso tutti gli avversari e nessuno rimane a reclamare vendetta.
Nell’Odissea originale, Ulisse deve ancora placare l’ira di Poseidone e riconquistare il suo regno con un sacrificio e un nuovo viaggio. Nolan invece chiude con un abbraccio al tramonto e una barca che si allontana verso l’orizzonte, come se il poema fosse una commedia romantica. È come se l’Iliade chiudesse con Achille ed Ettore che si danno il cinque e vanno a farsi una birra insieme. Lì ho veramente trasecolato.
Stilisticamente Nolan compie una svolta improvvisa: l’inquadratura si ripulisce, la macchina da presa si stabilizza e l’azione diventa ipercoreografata, quasi marveliana. Ci mostra un uomo che, finita la tempesta, sceglie di lasciare ad altri l’onere della ricostruzione. Nietzsche scriveva che dopo la morte di Dio agli uomini sarebbe spettato il compito di creare nuovi valori. L’Ulisse di Nolan invece rinuncia anche a questo: non rifonda il mondo, non inaugura una nuova morale, sceglie soltanto di sopravvivere e andarsene in esilio. Qui il film smette definitivamente di essere adattamento dell’Odissea e diventa il racconto, paradossale, triste e depressivo, del nostro tempo.
Nyong’o non ha mai letto l’Odissea
Appurato che per Nolan, Ulisse è un personaggio svuotato, l’ultimo argomento degno di nota è quello del ruolo delle donne nell’Odissea. Perché la simpatica Nyong’o – dopo aver dichiarato beatamente di non aver mai letto l’Odissea – in un’intervista ha dichiarato di voler chiedere a Omero il motivo del presunto scarso spazio alle donne. Forse è convinta che sia un contemporaneo. Una dichiarazione che tradisce un’ignoranza epica.
I personaggi femminili dell’Odissea non sono mere comparse, ma vere protagoniste che guidano, tentano e salvano l’eroe. Penelope – regina di Itaca, celebre per intelligenza e fedeltà- tesse di giorno e disfa di notte la tela per ingannare i Proci, dimostrando una determinazione pari a quella del marito. È lei che regna davvero su Itaca e la governa per vent’anni tra mille difficoltà. Atena è la mente strategica che muove gli eventi.
Euriclea, l’anziana nutrice, è la prima a riconoscere Ulisse al suo ritorno, e mantiene il segreto. Circe, maga e dea, dopo aver trasformato i compagni in porci diventa un’alleata preziosa. Nausicaa – personaggio addirittura scomparso nell’Odissea di Nolan – trova Ulisse naufrago nudo sulla spiaggia e lo conduce alla reggia del padre in una tappa decisiva. Calipso, ninfa bionda e immortale, trattiene Ulisse per sette anni offrendogli l’immortalità in cambio del suo amore. Ogni passo di Ulisse è il confronto e lo scontro con una figura femminile.
Alla fine del XIX secolo, lo scrittore inglese Samuel Butler scrisse addirittura un libro intitolato «L’autrice dell’Odissea», sostenendo che il poema attribuito a Omero sarebbe stato in realtà scritto da una donna, perché i personaggi femminili risultano più intelligenti, scaltri e astuti di quelli maschili. Una tesi non condivisibile, ma che ci fa capire l’importanza delle figure femminili dell’Odissea e la straordinaria attualità degli scritti omerici, molto più moderni dei pensatori contemporanei.
Penelope. Il macigno finale
Ed è proprio una donna a suggellare il poema nella sua grandezza. Penelope. Nonostante tutte le figure femminili lo avessero tentato, Ulisse aveva in mente solo il suo ritorno a Itaca. Da lei e da Telemaco. Calipso, dopo averlo amato sulla propria isola per sette lunghi anni, per trattenerlo gli aveva promesso addirittura l’immortalità. Ma lui sceglie comunque di tornare a casa. Perché Penelope non vuole un marito. Vuole Ulisse, solo Ulisse.
E questo è un macigno ineliminabile e di grandezza assoluta, con buona pace dei cantori woke e delle riletture fantasiose e commerciali modello Hollywood.
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