Il Rondò dei Talenti di Cuneo è un posto accogliente in cui approdare. Quattro piani luminosi (più una biblioteca allestita in quello che un tempo era il caveau di una banca) costellati di colore e possibilità, in cui studenti, insegnanti, cittadini coltivano competenze e relazioni. Li chiamano “terzi luoghi”, sono spazi dedicati all’educazione, terzi rispetto alla scuola e alla famiglia: alleati in quel famoso villaggio che aiuta a crescere. Arrivarci a luglio, nella settimana del Festival A tutto tondo, è un’esperienza nell’esperienza.
150 docenti, educatrici ed educatori da tutta Italia (ma anche da Turchia, Grecia, Spagna e Germania) hanno popolato anche quest’anno la grande torre rigenerata dalla Fondazione Crc grazie a un importante progetto di recupero dell’ex sede Ubi Banca. La terza edizione del festival, dall’8 all’11 luglio, ha proposto sette Summer School, di cui una internazionale in lingua inglese: i partecipanti dissemineranno nei loro contesti lavorativi quanto appreso in giornate intense di scambio, apprendimento e riflessione.

Forestbathing, arte, scacchi giganti, musica, spettacoli e molto altro. Oltre 2600 tra bambini, ragazzi, famiglie, adulti sono stati coinvolti nei giorni del Festival, come parte attiva di una comunità che apprende e che educa. Per il Rondò dei Talenti, commenta il presidente di Fondazione Crc Mauro Gola, «è la conferma della natura di luogo aperto e di contaminazione, dove si fa comunità e si cresce. Un hub dedicato all’educazione che propone un approccio a 360 gradi, capace di attivare reti e coinvolgere professionisti ben oltre il territorio provinciale. Un Festival in grado di creare possibilità e legami che rappresentano semi importanti per il futuro di tutti noi. In un periodo storico caratterizzato da una grande complessità, ha fatto emergere domande, spunti e sguardi che ingaggiano la comunità educante e la Fondazione stessa, con l’obiettivo di costruire insieme una nuova alleanza educativa capace di guardare con maggiore consapevolezza al domani».


La giornata del 9 luglio è stata dedicata a Spuntini, la declinazione in presenza dei nutrimenti educativi che il Rondò propone in forma di blog tutto l’anno. Quattro stanze in compagnia di quattro modi di intendere l’educare: il rapper e scrittore Kento che entra nelle scuole, nelle comunità e nelle carceri minorili per dare voce ai più giovani senza pregiudizi, la giurista e scrittrice Nogaye Ndiaye che dalla sua pagina Instagram Le regole del diritto perfetto decolonizza il linguaggio una parola alla volta, il neuroscienziato e psicologo Andrea Bariselli che studia che cosa accade nel nostro cervello quando il futuro fa paura e approfondisce il rapporto complesso
tra “gli umani” e il mondo naturale in cui viviamo, e il game designer Marco Mazzaglia, docente di game thinking.
Ad animare l’incontro con Nogaye Ndiaye, c’era VITA. L’abbiamo intervistata.
Origini senegalesi, nata e cresciuta in Italia, in provincia di Milano. Oggi è un’attivista femminista e antirazzista, autrice di due libri che si portano dentro molto della sua storia personale e una content creator da 88mila follower. Ma dietro a Nogaye che si batte per i diritti delle persone nere, c’è una ragazzina che per anni si è fatta chiamare con un altro nome.
Il mio primo libro Fortunatamente nera. Il risveglio di una mente colonizzata, è diviso in due parti: “Noghina” e “Nogaye”. Noghina è il nome che mi sono data a quattro anni, perché nessuno riusciva a pronunciare il mio vero nome e, nella mia testa di bambina, assomigliava a Martina. Il problema è che a un certo punto sono diventata Noghina, la versione di me che, in un certo senso, non accettava se stessa. Non perché odiassi le mie origini o la mia provenienza, ma perché le mie origini e la mia identità venivano viste sempre come qualcosa di sbagliato. Anche il mio nome veniva cancellato. In terza superiore arrivò una nuova insegnante di matematica e fisica. Si fermò davanti al mio turno sul registro, alzò lo sguardo e disse: «No, da oggi tu sei Anna». Per tre anni mi chiamò così: durante le interrogazioni, nelle verifiche, a lezione. All’epoca ridevo, pensavo addirittura di aver instaurato un rapporto speciale con lei, tanto da farle scegliere un altro nome per me. Non avevo gli strumenti per capire che quella, in realtà, era una violenza.
In terza superiore arrivò una nuova insegnante di matematica e fisica. Si fermò davanti al mio turno sul registro, alzò lo sguardo e disse: «No, da oggi tu sei Anna». Per tre anni mi chiamò così
Nogaye Ndiaye, scrittrice e attivista
Come si è riappropriata del suo vero nome?
Dopo un viaggio in Senegal nel 2021. Lì c’è una tradizione meravigliosa: durante le cerimonie, alcune donne cantano i nomi delle persone. Io sentivo Nogaye cantato in wolof. Dicevano: «È tornata colei che porta il suo nome con orgoglio, colei che ha un nome buono». Era un inno alla bellezza del mio nome. Quel giorno mi sono vergognata, perché ho pensato: io non ricordo neanche un giorno della mia vita in cui mi sia fatta chiamare in quel modo. In Senegal, invece, il mio nome veniva celebrato, non c’era niente di sbagliato. Così, quando sono tornata in Italia, ho deciso di ritornare a essere Nogaye: una persona che si accetta a 360 gradi, nella sua identità italiana e in quella senegalese, perché l’una non esclude l’altra.
Nei suoi interventi dentro e fuori dai Social traspare un’urgenza: quella di decolonizzare il linguaggio. Che cosa significa?
Viviamo in un doppio standard. Fateci caso. Impariamo a dire Dostoevskij, Schwarzenegger e un sacco di nomi molto difficili. Però, quando si tratta dei nomi africani, improvvisamente c’è qualcosa che non va. Non dobbiamo pensare alla decolonizzazione come a qualcosa che riguarda soltanto l’indipendenza delle ex colonie. È un sistema costruito anche attraverso le parole e decolonizzare vuol dire smantellare tutte quelle strutture di potere che ancora oggi costruiscono e mantengono le disuguaglianze. Attraverso le parole costruiamo categorie, alimentiamo stereotipi e plasmiamo il nostro immaginario. La decolonizzazione è un approccio alla vita, è un modo di porsi. E questa decolonizzazione deve entrare anche nelle scuole perché l’educazione, per essere antirazzista, deve necessariamente essere decoloniale.


Che cosa può fare un insegnante, un’educatrice o un educatore?
Innanzitutto, riflettere sul privilegio. È una parola che qualcuno percepisce con fastidio ma è cruciale. Privilegio vuol dire semplicemente assenza di discriminazione. Ho iniziato a riflettere su questo concetto leggendo il saggio dell’attivista femminista Peggy McIntosh, che descrive il privilegio bianco come uno “zaino invisibile”: uno zaino pieno di vantaggi che chi li possiede spesso non vede, proprio perché li considera normali. Quando ho ripensato alla mia vita, ho capito che da ragazzina ero gelosa delle mie compagne e dei miei compagni non per quello che avevano, ma perché vivevano senza subire discriminazioni razziali. Questo è un privilegio. Non significa sentirsi in colpa per come si nasce, ma riconoscere che la società tratta le persone in modo diverso a seconda del colore della pelle, del genere, del corpo o della condizione economica. Essere consapevoli dei propri privilegi significa usarli per fare la differenza, per prendere posizione quando si assiste a un’ingiustizia. Perché il problema non è il singolo razzista, ma il fatto che il razzismo sia un fenomeno sistemico, capace di attraversare le istituzioni, i luoghi di lavoro, la scuola e perfino le forze dell’ordine. È per questo che parlare di privilegi non serve ad accusare qualcuno, ma a capire come funzionano le disuguaglianze e come possiamo contribuire a cambiarle.
Ci può fare un esempio di parola (o espressione) che ancora non siamo riusciti a decolonizzare?
Una persona che arriva in Italia per cercare lavoro viene definita immigrata, un italiano che va a lavorare all’estero diventa un expat. Perché? Anche questo è un doppio standard. Le parole non sono mai neutre: classificano le persone e raccontano chi consideriamo una risorsa e chi, invece, un problema. Molte persone che arrivano qui hanno titoli di studio e competenze che spesso non vengono riconosciuti, eppure non vengono mai descritte come “cervelli in fuga”. Al contrario, sono viste come un peso. Lo stesso vale per la parola “straniera”. A volte mi definiscono così e io penso: in che senso? Ho passato tutta la mia vita in Italia. Quando parlo di discriminazione cerco sempre di partire dalla mia esperienza, perché non è solo teoria, è qualcosa che incide nella vita quotidiana.


Nel suo secondo libro Universo parallelo – Il paradigma del privilegio, descrive un mondo al contrario, in cui le vittime del razzismo sono bianche. Un’invenzione, un gioco che ci aiuta a comprendere i meccanismi attraverso i quali agiscono i doppi standard e le discriminazioni. Nel racconto compaiono, ribaltate, esperienze reali di micro aggressioni. Che cosa sono?
Le microaggressioni sono tutte quelle interazioni quotidiane che hanno a che fare con le parole, con il linguaggio del corpo e con gli stereotipi. Possono sembrare piccole cose: chiedere a qualcuno “Di dove sei? No, ma di dove sei veramente?”, fare un complimento tipo “Come parli bene l’italiano” a qualcuno che da sempre vive in Italia, toccare i capelli di una persona senza consenso o allontanare la borsa quando una persona nera si siede accanto. Le chiamano “micro”, ma nella vita hanno un impatto macro. Una comica anglosassone nigeriana le paragona a una “morte da mille tagli”: ogni episodio, preso da solo, sembra insignificante, ma ripetuto ogni giorno lascia un segno che non ha mai il tempo di guarire. Per questo ho iniziato a raccontarle, prima sui Social in una rubrica che è diventata un libro (Universo Parallelo, appunto) dove ribalto le situazioni per mostrare quanto siano assurde se vissute al contrario. Molte persone che compiono questi gesti non si considerano razziste e spesso non agiscono con cattiveria, ma il problema è proprio questo: le microaggressioni sono così normalizzate da passare inosservate. Eppure, è attraverso questi gesti quotidiani che gli stereotipi continuano a riprodursi e a pesare sulla vita delle persone.


Decolonizzare la scuola ha a che fare anche con i programmi didattici? Con il modo in cui trascorriamo il tempo in classe?
Lavorando spesso nelle scuole, mi rendo conto che insegnanti e docenti sono vincolati dai programmi e dall’offerta formativa. Ma anche quando non è possibile cambiare il programma, si può cambiare lo sguardo, il linguaggio, l’approccio. Il primo passo è fare un lavoro su se stessi. Per questo chiedo spesso: quanti autori e autrici neri ci sono nella vostra biblioteca? Quante storie scritte da persone non occidentali avete letto, non saggi ma romanzi, racconti, letteratura? Molto spesso la risposta è zero. Eppure, anche le fonti da cui impariamo costruiscono il nostro immaginario. Leggere storie raccontate da chi le ha vissute significa aggiungere uno sguardo diverso e mettere in discussione stereotipi consolidati. Un proverbio africano dice che non conosceremo mai la storia del leone finché sarà raccontata soltanto dal cacciatore. È per questo che bisogna cercare anche le storie dei leoni e delle leonesse, perché ampliare le prospettive significa rendere l’educazione più ricca e più consapevole.
Se la decolonizzazione fosse una ricetta, quali sarebbero i primi tre ingredienti da mettere in dispensa?
Il primo ha a che fare con lo stare accanto a chi subisce una microaggressione: non invalidare quello che è successo o fare finta di niente, chiedere sempre il consenso prima di intervenire e rispettare i tempi e le scelte della persona coinvolta. Il secondo è uno sforzo per uscire dall’appropriazione culturale: ampliare il proprio sguardo attraverso letture diverse, dando spazio ad autori e autrici con background migratorio e a prospettive non occidentali. Infine, se si è insegnanti, genitori o educatori, acquistare un libro per la biblioteca di classe, dell’oratorio o della scuola di musica: io consiglio Il pensiero bianco di Lilian Thuram, un testo che aiuta a comprendere i meccanismi culturali e storici alla base del razzismo e dei privilegi.
In apertura, l’intervento di Nogaye Ndiaye nella giornata dedicata a “Spuntini” durante il Festival A tutto tondo. Le fotografie sono di Fondazione Crc
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Daria Capitani
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