Pablo Atchugarry ci racconta la sua Fondazione in Uruguay


Si configura come un progetto in continua evoluzione quello che l’artista italo uruguayano Pablo Atchugarry (Montevideo, 1954), ha costruito e sta continuando a sviluppare nel suo Paese di origine. Stiamo parlando della Fondazione Atchugarry che sarebbe riduttivo definire “museo” nell’accezione tradizionale del termine, perché si tratta di un luogo ideato “sognando in grande, per sognare in grande” dove l’arte contemporanea, la natura, la scultura e la biodiversità si fondono. E per approfondire questa realtà, che dal 2022 si è arricchita anche del Museo de Arte Contemporáneo Atchugarry (MACA), ne abbiamo parlato direttamente con l’artista, più che felice di poterci dire di più su quella che considera senza dubbio “l’opera più completa che abbia mai realizzato”.

Pablo Atchuarry ritratto (Foto Archivio Atchugarry, Giorgia Panzera)

Intervista all’artista Pablo Atchugarry

Molti conoscono Pablo Atchugarry come scultore, ma forse meno persone conoscono il “mondo Atchugarry” che ha costruito in Uruguay. Come e quando nasce il sogno di creare un luogo che non fosse soltanto il suo atelier, ma un grande parco dedicato all’arte e alla natura?
Sono arrivato in Italia nel 1977 e ho trascorso molti anni a Lecco, sul Lago di Como. È stato negli Anni Duemila che è nata l’idea di farmi testimone, nel mio paese natale, l’Uruguay, dell’importanza dell’arte. Ho così creato una Fondazione e un grande parco di quaranta ettari, un connubio tra natura, arte e scultura. Ho cominciato a coinvolgere numerosi autori, molti dei quali italiani — Paolo Minoli, Bruno Munari, Mauro Staccioli e tanti altri — artisti che, vivendo in Italia, avevo imparato a conoscere da vicino.

La Fondazione Atchugarry non è un museo tradizionale: è un luogo in cui convivono scultura, paesaggio, architettura, educazione e biodiversità. Qual era l’idea originaria e come si è evoluta nel tempo?
Nel 2007 la Fondazione nacque con l’idea di creare un atelier in cui lavorare, un parco di sculture e un edificio in cui esporre le opere di altri artisti. Con il tempo il progetto si è evoluto senza sosta, arricchendosi di nuovi spazi: un anfiteatro all’aperto per accogliere manifestazioni, balletti e musica, e una cappella, progettata dall’architetto Leonardo Noguez, che custodisce la Pietà, un’opera giovanile che avevo realizzato in Italia negli Anni Ottanta.


Poi com’è proseguito?
Nel 2019 ho affidato all’architetto Carlos Ott il progetto del Museo de Arte Contemporáneo Atchugarry (MACA), inaugurato nel gennaio 2022. Il museo ospita la collezione permanente e dispone di tre sale espositive, che hanno accolto mostre personali di artisti come Anthony Caro, Christo & Jeanne-Claude, Lucio Fontana, Bruno Munari, Joaquín Torres García, e altri. Nel 2024 si è aggiunto un teatro, pensato per tutte le arti sceniche. La Fondazione è un progetto in continua evoluzione: molti scultori hanno realizzato opere site-specific, mentre altre sculture sono di autori scomparsi — con loro non c’è stato un dialogo diretto, ma un’interpretazione di come avrebbero voluto inserire il proprio lavoro all’interno del parco.

Passeggiando nel parco si ha la sensazione che le opere non siano semplicemente collocate nella natura, ma quasi che nascano da essa. Quanto il paesaggio uruguaiano ha influenzato il suo modo di concepire la scultura?
Tutte le opere convivono in armonia con il paesaggio — dolce, ondulato, collinare — dove le sculture si integrano come fossero alberi, esaltando la convivenza tra arte e natura. Credo che il mio lavoro abbia respirato i grandi spazi e gli orizzonti che si aprono tra la terra, il mare e il cielo.

Negli ultimi anni il parco si è arricchito di un museo di architettura contemporanea e di spazi sempre più articolati per mostre, residenze e attività culturali. Qual è oggi la missione della Fondazione? È diventata qualcosa di più grande del suo progetto personale?
Oggi la Fondazione, oltre al parco, comprende il museo, il teatro e numerosi altri luoghi e padiglioni dedicati all’attività didattica. Tutti questi elementi di architettura e scultura hanno dato vita a un progetto vastissimo: direi il più completo che io abbia mai realizzato, perché racchiude scultura, architettura, danza, teatro, musica e cinema. E soprattutto l’essere umano — lo spettatore — che ne è parte integrante. Il tutto immerso in un grande parco naturale, ricco di biodiversità, dove vive anche la fauna autoctona: i capibara, le volpi, le lepri. Uno spazio di convivenza tra l’essere umano e le altre creature.

Una parte molto importante del vostro lavoro riguarda i giovani artisti, i programmi educativi e le residenze. Perché ha sentito il bisogno di investire così tanto nella formazione delle nuove generazioni?
Credo che si debba pensare sempre alle nuove generazioni tenendo presenti anche quelle passate. È bello che convivano artisti di tutte le età, ma con un occhio di riguardo ai giovani che, attraverso il liceo artistico e l’accademia, coltivano questa vocazione nella loro vita e nella carriera futura. Ritengo fondamentale la presenza di artisti di generazioni diverse: crea dialogo, facilita l’espressione e aiuta a comprendere che l’arte è un’entità vasta e magnifica, non patrimonio del solo artista ma del mondo intero, e per di più atemporale. Perché queste nuove leve diventeranno gli artisti affermati di domani, pronti a loro volta a sostenere le generazioni emergenti.

Pablo Atchugarry in atelier (Foto Archivio Atchugarry, Daniele Cortese)
Pablo Atchugarry in atelier (Foto Archivio Atchugarry, Daniele Cortese)

Oggi si parla molto di sostenibilità, ma nel suo caso il rapporto con l’ambiente sembra essere nato ben prima che diventasse un tema centrale nel discorso pubblico. Cosa significa, per lei, fare cultura partendo dalla natura anziché semplicemente collocare opere all’aperto?
C’è un altro progetto, chiamato Tierra Garzón, un’iniziativa della Fondazione e del MACA: 159 ettari di terreno su cui abbiamo piantato più di 17.000 alberi autoctoni, nel tentativo di restituire alla natura ciò che troppo spesso l’essere umano le toglie. È possibile compiere il cammino inverso: non soltanto prendere, sottrarre, distruggere, ma anche rispettare, dare e ripristinare l’equilibrio con l’ambiente. L’intento di questo progetto è proprio farci riflettere sulla strada da seguire, in base alle scelte che compiamo.


Il vostro parco è diventato una destinazione internazionale, ma continua ad avere un fortissimo legame con il territorio uruguaiano. Come si tiene insieme questa doppia dimensione, locale e globale?
Il nostro museo, inserito nel parco, porta avanti un’attività culturale che mette in luce l’opera di artisti nazionali e internazionali. Sul piano locale, credo sia molto importante dare spazio e visibilità agli artisti del territorio, perché possano essere visti da un pubblico internazionale: cerchiamo sempre di costruire un programma che integri la dimensione nazionale e quella internazionale. Quest’anno abbiamo realizzato una grande mostra di Lucio Fontana, settantadue opere provenienti dall’Europa, che racconta il legame tra il lavoro nato in Argentina, suo paese natale, e quello realizzato in Italia, la sua patria d’adozione. La mostra, intitolata Genio de Dos Mundos, curata da Luca Massimo Barbero, dà forma all’idea di un ‘ponte’ culturale tra due continenti.

Lei ha lavorato per tutta la vita con un materiale antico e nobile come il marmo. Come dialoga questo materiale, apparentemente eterno, con un paesaggio vivo, in continua trasformazione, fatto di alberi, acqua, vento e stagioni?
Credo che il marmo, in tutta la sua storia, abbia dialogato non solo con gli interni, ma anche con l’esterno, con i giardini, con paesaggi di ogni tipo. Il materiale che utilizzo di più è il marmo statuario di Carrara, che proviene dalle Alpi Apuane e che si è formato milioni di anni fa. Parlo sempre dei “figli della montagna”: sculture capaci di viaggiare per tutto il pianeta e di trasmettere ancora la voce della montagna e delle origini. Un materiale bianco, puro, luminoso, statico e duraturo, che contrasta con il verde delle piante e degli alberi, in un paesaggio in continuo movimento.

Guardando la Fondazione si ha quasi l’impressione che lei stia costruendo un’eredità culturale più che un museo dedicato alla sua opera. È corretto dire che il vero progetto oggi non è più soltanto la sua produzione artistica, ma la creazione di un ecosistema culturale destinato a vivere anche dopo di lei?
Credo di sì. Il grande impegno di questi anni è cercare di trasmettere un’esperienza. Ho viaggiato molto e ho visitato tante fondazioni, tanti parchi di sculture, e cerco di far vivere quell’esperienza in un luogo che considero la mia eredità culturale, in cui desidero siano presenti creatori da tutto il mondo. Una sorta di crogiolo in cui si fondono le idee e le esperienze di artisti diversi, dando vita a un ecosistema in cui hanno una presenza fortissima non solo le arti visive, ma anche quelle sceniche, la musica e il cinema — tutte le sfaccettature dell’attività artistica dell’essere umano. È questo che permette al progetto di camminare con le proprie gambe e di autosostenersi.

Se un giovane amministratore, un imprenditore o un artista le chiedesse come si costruisce un luogo in cui arte, paesaggio, comunità e ambiente convivono in modo autentico, quale sarebbe il consiglio più importante che gli darebbe?
Il consiglio che mi sentirei di dare è di ascoltare la propria passione, di imparare a sognare e di sognare in grande. Conoscere le esperienze degli altri fa nascere idee nuove, stimoli nuovi per intraprendere percorsi diversi. Li inviterei quindi a visitare il MACA, a viverlo, a scoprire che è possibile realizzare un’esperienza in cui la natura sia ancora rispettata e lasciata come matrice fondamentale della nostra esistenza di esseri umani.

Lei ha esposto nei più importanti musei del mondo e le sue opere sono presenti in collezioni internazionali. Eppure sembra dedicare sempre più energie a costruire un luogo, un paesaggio, una comunità. È questa, oggi, l’opera cui tiene di più?
Direi di sì: è l’opera più completa che abbia mai realizzato. Sono ormai più di vent’anni di costruzione e di evoluzione, e ogni giorno imparo moltissimo da questa comunità artistica. È bellissimo condividere i sogni degli artisti e sentirsi parte di una comunità in cui l’integrazione è la cosa più importante.


Massimiliano Tonelli

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