Confcommercio dice che il Pil prevedibile per l’anno in corso in Italia crescerà dello 0,9%: una bella crescita, almeno per gli standard asfittici ai quali siamo abituati, che non si vede da anni, con l’eccezione del rimbalzo seguito al Covid. Confindustria, in compagnia, onestamente, di molti altri centri studi, dice invece che il Pil si fermerà allo 0,5%.
È vero che i numeri, se li torturi per bene, sono disposti a confessare qualunque cosa (battuta attribuita al premio Nobel per l’economia Ronald Coase, e se lo diceva lui…). Ma, volendo approfondire, si deve dedurre innanzitutto che Confcommercio ha ragione e, subito dopo, che Confindustria e gli altri non hanno tutti i torti.
Sicuramente avrebbe più ragione di tutti quell’illuminato governante europeo — che è un po’ come dire ubriaco sobrio, vinaio astemio o pittore cieco: cioè è chiaramente improbabile che oggi possa esistere un convernante europeo illuminato! — che buttasse nel cestino il Pil come misura di tutte le cose e riconducesse a umanità, concretezza e verità i parametri econometrici europei e tutto ciò che di devastante ne deriva.
Proviamo a vedere perché.
Il ragionamento di Mariano Bella, direttore dell’Ufficio Studi di Confcommercio, è abbastanza semplice da risultare quasi scandaloso: parte dai dati che già esistono.
Nel primo trimestre il Pil italiano è cresciuto dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti e dello 0,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno passato. Soprattutto, la cosiddetta crescita acquisita per l’intero anno è già pari allo 0,6%. Significa che, se nei trimestri successivi l’economia italiana restasse completamente ferma, senza crescere ma anche senza arretrare, la media annuale risulterebbe comunque superiore dello 0,6% a quella dell’anno precedente.
Per arrivare allo 0,9% previsto da Confcommercio non serve quindi immaginare un nuovo miracolo economico italiano. Non occorrono fabbriche fumanti, salari tedeschi, una pubblica amministrazione svizzera e neppure la moltiplicazione dei pani, dei pesci e dei fondi del Pnrr. Basta ipotizzare una crescita modestissima, nell’ordine dello 0,1% a trimestre.
Anzi, osserva sostanzialmente Bella, prevedere lo 0,9% significa essere prudenti. Per fermarsi allo 0,5%, come fa Confindustria, bisogna invece immaginare che nei prossimi mesi accada qualcosa di sensibilmente peggiore della semplice stagnazione. Se la crescita acquisita è già dello 0,6%, per chiudere l’anno allo 0,5% occorre che almeno una parte del terreno già conquistato venga perduta.
Bisogna, in altri termini, aspettarsi una frenata o una piccola recessione.
La domanda di Bella è: perché? Perché dovrebbe arrivare una recessione proprio mentre i consumi reali mostrano una crescita tendenziale, l’occupazione è sui livelli più alti registrati dalle statistiche recenti, il turismo continua ad avanzare e le intenzioni di acquisto di beni durevoli, a partire dagli elettrodomestici, restano positive?
Non sono prove definitive. Nessun singolo indicatore lo è. Ma sono carte che, messe sul tavolo, raccontano un’economia debole e piena di contraddizioni, non un’economia già entrata nella recessione necessaria a giustificare una previsione dello 0,5%.
Ecco perché il Pil “secondo Confcommercio” non può essere liquidato come una previsione filogovernativa. Prima di tutto perché è più alto di quello previsto dallo stesso governo. Un centro studi filogovernativo, normalmente, conferma la linea ufficiale, non la corregge verso l’alto mettendo implicitamente in discussione la prudenza dell’esecutivo. Confcommercio non si accoda: dice che i conti, guardati dal punto di vista della domanda interna, dei servizi e dei dati già disponibili, conducono altrove.
La sua previsione è semmai filo-realtà. Non perché lo 0,9% sia già scritto nelle tavole della legge, ma perché deriva dalla prosecuzione moderata di fenomeni che sono già osservabili. È una previsione costruita dal presente verso il futuro, mentre quella più prudente di Confindustria procede in parte nella direzione opposta: parte dai rischi futuri e li incorpora nel presente.
Confcommercio guarda quello che si muove: consumi, turismo, servizi, occupazione, propensione agli acquisti. Confindustria guarda soprattutto ciò che potrebbe rompersi: commercio internazionale, industria, costo dell’energia, guerre, tensioni geopolitiche, esportazioni e investimenti.
Il paradosso è che possono avere ragione entrambe.
Confcommercio può avere ragione oggi, perché fotografa meglio i dati correnti. Confindustria potrebbe avere ragione domani, se uno dei rischi che inserisce nei propri modelli dovesse effettivamente materializzarsi. Prendi Hormuz.
La prima sta dicendo: con le informazioni che abbiamo, non c’è ragione di prevedere la recessione. La seconda risponde: in un mondo simile, la ragione può arrivare da un momento all’altro.
Il problema non sta dunque nel fatto che uno dei due istituti abbia necessariamente sbagliato i calcoli. Sta nel significato politico che attribuiamo a quei calcoli.
Una previsione economica non è una misurazione della temperatura corporea. È un racconto condizionale: se accadranno determinate cose, se il petrolio costerà una certa cifra, se le guerre non si allargheranno, se i consumatori continueranno a spendere, se le imprese investiranno, se le esportazioni reggeranno, allora il Pil crescerà dello 0,5, dello 0,6 o dello 0,9%.
Quel decimale, presentato nei documenti ufficiali come una misura scientifica, contiene quindi una quantità enorme di ipotesi politiche, psicologiche e geopolitiche.
Il Pil misurato è già soggetto a revisioni. Il Pil previsto è, per definizione, controvertibile. Eppure proprio su questo numero, e perfino sulle sue proiezioni future, vengono costruiti i rapporti che governano la politica economica europea: deficit rispetto al Pil, debito rispetto al Pil, spesa pubblica compatibile con la crescita prevista del Pil.
Sono i discendenti dei temibili parametri di Maastricht, quelli che regolano la nostra vita senza che quasi nessuno li abbia mai votati davvero e che, nei momenti di crisi, vengono utilizzati per presentare l’austerità non come una scelta politica ma come una necessità matematica.
Ed è qui che Dottor Jekyll diventa Mister Pil.
Da una parte abbiamo un indicatore utile, costruito per misurare il valore dei beni e dei servizi prodotti in un determinato periodo. Non è perfetto, ma serve. Permette di confrontare le dimensioni delle economie, di osservare le recessioni, di distinguere una fase di espansione da una di contrazione.
Dall’altra abbiamo il Pil trasformato in misura universale del successo, del benessere e persino della moralità finanziaria di una nazione. Un numero che non sa distinguere tra una spesa utile e una dannosa, tra la ricostruzione di un ponte e il costo di un incidente, tra il lavoro che migliora la vita e quello necessario a riparare i danni prodotti da altro lavoro.
Il Pil cresce se aumentano le cure necessarie a causa dell’inquinamento, se si ricostruisce dopo un’alluvione, se le famiglie devono pagare servizi che prima ricevevano gratuitamente. Non vede il lavoro domestico non retribuito, misura male la qualità dei servizi pubblici, non dice quasi nulla sulla distribuzione della ricchezza e può aumentare mentre la maggioranza delle persone diventa più povera.
Nonostante tutto questo, pochi decimi di Pil possono determinare miliardi di margini di bilancio.
La differenza tra lo 0,5% e lo 0,9% sembra piccola. È appena lo 0,4%. Ma, applicata a un’economia da oltre duemila miliardi, equivale a diversi miliardi di prodotto nazionale. E quei miliardi possono cambiare il valore dei rapporti tra deficit, debito e Pil, influenzare le valutazioni europee e modificare lo spazio concesso a investimenti, sanità, scuola e politiche sociali.
Se lo stesso denominatore può cambiare quasi del doppio a seconda del modello utilizzato, abbiamo un problema.
Non significa che le statistiche siano truccate. Significa che stiamo affidando conseguenze politiche rigidissime a previsioni che, per loro natura, rigide non sono.
È come condannare qualcuno al carcere sulla base delle previsioni meteorologiche. Se domani pioverà, è colpevole. Se arriverà il sole, è innocente. E intanto si discute se la probabilità di precipitazioni sia del 50 o del 90%.
Un sistema ragionevole dovrebbe almeno riconoscere l’incertezza. Dovrebbe utilizzare intervalli di previsione invece di decimali scolpiti nel marmo: non “il Pil crescerà dello 0,5%”, ma “la crescita plausibile si colloca tra lo 0,4 e lo 0,9%, con questi rischi verso il basso e queste possibilità verso l’alto”.
Le decisioni di bilancio non dovrebbero essere legate automaticamente alla parte più pessimistica dell’intervallo. E gli investimenti produttivi — infrastrutture, ricerca, istruzione, energia, prevenzione del dissesto idrogeologico — non dovrebbero essere trattati esattamente come qualsiasi spesa corrente. Indebitarsi per coprire uno spreco e indebitarsi per costruire un’opera che produrrà valore per trent’anni non sono la stessa cosa, anche se per alcuni fogli di calcolo europei continuano ad assomigliarsi terribilmente.
Il Pil dovrebbe poi essere affiancato da indicatori capaci di misurare ciò che davvero determina la condizione materiale delle persone: reddito disponibile mediano, potere d’acquisto, distribuzione della ricchezza, qualità e stabilità dell’occupazione, accesso alla casa, efficienza della sanità, livello dell’istruzione, salute ambientale e qualità dei servizi pubblici.
Il problema, in definitiva, non è necessariamente abolire il Pil. È abolirne il monopolio.
Il termometro può continuare a essere utilizzato, purché non si pretenda di diagnosticare con esso tutte le malattie, di stabilire se il paziente è felice e di decidere, sulla base di mezzo grado in più o in meno, se abbia diritto a mangiare.
Confcommercio, oggi, sembra avere dalla sua la realtà osservata. Confindustria ha dalla sua la fragilità del mondo nel quale quella realtà deve continuare a esistere. Ma il fatto stesso che due osservatori qualificati possano arrivare a risultati tanto diversi dovrebbe suggerire una conclusione più importante della disputa su chi indovinerà il decimale giusto.
Quando un indicatore è così controverso e controvertibile, non può continuare a essere il giudice unico delle politiche economiche.
O si cambia indicatore, oppure si cambia profondamente il contenuto del calcolo e il modo in cui esso viene usato. Altrimenti continueremo a chiamare scienza ciò che contiene inevitabilmente una parte di previsione, ideologia e scelta politica. E continueremo soprattutto a chiamare necessità europee quelle che, molto più semplicemente, sono decisioni prese da esseri umani e poi nascoste dietro un numero con la virgola.
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Sergio Luciano
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