IL GRANDE TRASLOCO DEL 118. CAMBIA IL PADRONE, MA CHI SALVA LE VITE RESTA ABBANDONATO. AZIENDA ZERO SI PRENDE IL VOLANTE. GLI OPERATORI CONTINUANO A TENERE IN PIEDI IL SISTEMA.
Taglio del nastro. Foto di rito. Delibere, protocolli, firme e comunicati trionfali. La Regione Calabria racconta la nascita del nuovo corso del 118 come la madre di tutte le riforme: finalmente tutto sarà centralizzato, tutto sarà coordinato, tutto sarà più efficiente. Le ambulanze e le strutture passano ad Azienda Zero, i fondi vengono accentrati, il controllo diventa unico e la macchina del soccorso, almeno sulla carta, dovrebbe finalmente correre come un orologio svizzero. Dovrebbe… Peccato che la realtà continui ostinatamente a parlare un’altra lingua. Perché mentre nei palazzi si brinda alla rivoluzione amministrativa, sulle ambulanze c’è chi continua a fare i conti con organici ridotti, turni massacranti, contratti farlocchi, responsabilità crescenti e un sistema che, secondo gli stessi operatori, pretende sempre di più offrendo sempre meno.
LE AMBULANZE SONO DI AZIENDA ZERO. GLI UOMINI RESTANO (PER ORA) DELLE ASP. IL PARADOSSO È SERVITO. La fotografia della riforma è quasi surreale. Le ambulanze e le strutture diventano patrimonio di Azienda Zero, mentre una parte consistente del personale rimane alle dipendenze delle Aziende Sanitarie Provinciali, avendo scelto di non transitare nel nuovo ente. Solo i privati fanno capo ad Azienda Zero, ma solo perché, a detta di qualche Presidente delle Associazioni convenzionate, sono state prese in trappola e… truffate. Tradotto in italiano: mezzi di un ente, lavoratori di un altro, coordinamento affidato a un terzo livello organizzativo. Un rompicapo amministrativo che, secondo molti addetti ai lavori, rischia di creare più interrogativi che certezze. Perché la sanità non è una partita di Monopoli, dove basta spostare le caselle per cambiare il finale.
IL PROBLEMA NON È CHI POSSIEDE LE AMBULANZE. IL PROBLEMA È CHI CI SALE SOPRA OGNI GIORNO. La politica continua a parlare di governance. Gli operatori continuano a parlare di sopravvivenza professionale. Sono due piani completamente diversi. Da una parte si discute di bilanci, rendicontazioni semestrali e fondi vincolati. Dall’altra c’è chi ogni giorno affronta arresti cardiaci, incidenti stradali, politraumi, emergenze pediatriche e pazienti bariatrici con personale che, a loro dire, non è sufficiente a garantire sicurezza né agli equipaggi né ai cittadini. Ed è qui che la propaganda finisce e comincia la realtà.
DUE OPERATORI DOVE NE SERVIREBBERO TRE. La richiesta della terza unità sulle ambulanze non nasce da un capriccio sindacale e nemmeno dalla voglia di lavorare meno. Nasce dall’esperienza. Gli operatori raccontano di interventi in cui infermiere e autista devono contemporaneamente assistere il paziente, movimentarlo, utilizzare le apparecchiature salvavita, coordinarsi con la Centrale Operativa e gestire familiari, traffico, scale, ascensori inesistenti e condizioni ambientali spesso proibitive. Chiunque abbia visto anche una sola volta un vero intervento del 118 sa perfettamente che certe scene non assomigliano alle fiction televisive. Lì non esiste il tasto pausa.
L’AUTISTA SECONDO IL CONTRATTO. L’AUTISTA SECONDO LA REALTÀ. Il Contratto Collettivo descrive l’Operatore Tecnico Specializzato come il conducente del mezzo. La strada, invece, racconta un’altra storia. Perché quando manca personale il contratto diventa improvvisamente elastico.
L’autista guida. Aiuta nei soccorsi. Collabora alla movimentazione. Supporta il personale sanitario. Fa quello che serve perché davanti non c’è un fascicolo ma una persona che rischia di morire. Tutto questo avviene assumendosi responsabilità che spesso vanno ben oltre il profilo professionale formalmente riconosciuto. E se ti fai male o vieni aggredito o capita qualunque incidente… cazzi tuoi!
LE INDENNITÀ PROMESSE. I RICONOSCIMENTI CHE CONTINUANO AD ASPETTARE. Da anni il personale del comparto chiede che venga riconosciuta pienamente l’indennità di Pronto Soccorso anche agli operatori del Servizio di Emergenza Territoriale. Non chiedono medaglie. Chiedono coerenza. Perché, sostengono, chi affronta gli stessi rischi, entra negli stessi scenari operativi e sostiene lo stesso carico emotivo dovrebbe ricevere un trattamento economico adeguato al lavoro svolto. In molte regioni questo percorso è già stato affrontato. In Calabria, denunciano gli operatori, si continua invece a procedere co n una lentezza che alimenta frustrazione e malcontento.
IL 118 PRIVATO. QUELLO CHE REGGE IL SISTEMA MA RESTA INVISIBILE. Esiste poi un altro pezzo di emergenza-urgenza del quale si parla troppo poco. È quello degli operatori del trasporto sanitario privato convenzionato. Sono gli uomini e le donne che, secondo le loro stesse denunce, troppo spesso vengono chiamati a coprire le falle di un sistema pubblico in continua sofferenza, intervenendo in supporto o in sostituzione del personale delle ASP. Gli stessi operatori raccontano di lavorare con contratti che ritengono non coerenti con le mansioni realmente svolte e con quanto previsto dalle convenzioni di settore. Denunciano tutele insufficienti, retribuzioni inadeguate rispetto alle responsabilità e una precarietà diventata quasi ordinaria. Sono testimonianze che meritano attenzione, verifiche puntuali e risposte istituzionali, perché riguardano un servizio essenziale e la tutela di chi lo garantisce.
CHI DOVREBBE ASCOLTARE, SECONDO GLI OPERATORI, CONTINUA A NON DARE RISPOSTE. L’ultimatum lanciato dal personale del 118 non nasce oggi. Va avanti da mesi. È rivolto alle ASP, ad Azienda Zero, alla Regione Calabria e al presidente Roberto Occhiuto. Gli operatori (pubblici, privati, associazioni) chiedono un confronto vero, non passerelle. Un confronto vero attorno ad un tavolo comune… perché tutti sono nella stessa barca. Chiedono personale. Sicurezza. Rispetto. Contratti adeguati. Diritti. Ricono scimenti economici. E chiedono soprattutto che le loro denunce non vengano archiviate come l’ennesimo rumore di fondo. IN SINTESI La sanità calabrese cambia insegna, cambia proprietario delle ambulanze, cambia i centri di comando e cambia le delibere. Tutto molto ordinato sulla carta. Ma chi vive il 118 ogni giorno continua a ricordare che un’ambulanza non parte con un protocollo d’intesa, non salva vite grazie a una conferenza stampa e non arriva prima perché qualcuno ha spostato una firma da un ufficio all’altro. Finché le denunce degli operatori continueranno a raccontare equipaggi insufficienti, personale stremato, riconoscimenti mancati e lavoratori del comparto privato che dichiarano di sentirsi utilizzati e sfruttati senza adeguati contratti, senza adeguate tutele, la vera emergenza non sarà la riforma del sistema.
Sarà il rischio che il sistema continui a chiedere sacrifici sempre agli stessi, aspettandosi che il senso del dovere copra ogni falla organizzativa. E il senso del dovere, per quanto straordinario, non potrà mai sostituire ciò che dovrebbe garantire uno Stato: organizzazione, sicurezza, dignità e rispetto per chi, ogni giorno, sale su un’ambulanza quando tutti gli altri sperano di non averne mai bisogno. SE DAVVERO IL PRESIDENTE OCCHIUTO HA A CUORE LA RIORGANIZZAZIONE DEL 118, INDICHI SUBITO UN TAVOLO AL QUALE DOVRANNO PARTECIPARE: > RAPPRESENTANZA DIPENDENTI PUBBLICI > RAPPRESENTANZA DIPENDENTI PRIVATI > PRESIDENTI ASSOCIAZIONI CONVENZIONATE. Senza un confronto immediato e senza provvedimenti concreti, la MOBILITAZIONE potrebbe mettere a rischio la tempestività dei soccorsi e la tenuta dell’intero sistema dell’emergenza territoriale.
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