La prima cosa che colpisce nello studio di Valerio Berruti (Alba, 1977) non è la giostra che tra poche settimane arriverà a Manhattan. Sono le centinaia di bambini che abitano lo spazio. Disegnati, scolpiti, sospesi sugli affreschi, nascosti tra i modelli. Alcuni sembrano dormire. Altri guardano lontano. Nessuno sorride davvero.
Lo studio in cui lavora Valerio Berruti
Lo studio si sviluppa come una mappa del suo lavoro. Su un tavolo sono appoggiati piccoli autoritratti stampati in 3D che l’artista utilizza per studiare le proporzioni delle future sculture monumentali. Poco più in là un affresco appena rientrato da una mostra aspetta gli ultimi ritocchi del restauro. Alle pareti si alternano disegni preparatori, modelli e frammenti di opere che sembrano trovarsi in una condizione intermedia, come se fossero contemporaneamente finite e ancora in attesa di diventare qualcos’altro. È anche il motivo per cui una delle letture più diffuse del suo lavoro rischia di essere riduttiva. Da anni Berruti viene associato all’infanzia, ma dopo pochi minuti trascorsi nel suo studio di Alba diventa evidente che quei bambini parlano di qualcosa di più complesso. Non raccontano semplicemente un’età della vita. Sono figure sulle quali ciascuno finisce per proiettare se stesso. Guardandoli si pensa meno ai bambini e più agli adulti che siamo diventati.
Valerio Berruti in mostra a New York
Tra affreschi in restauro, modelli monumentali e migliaia di disegni preparatori, l’artista piemontese sta ultimando i preparativi per The Carousel, l’installazione che dal 15 luglio sarà tra le opere protagoniste di DAYDREAM – Air Becomes Art, la mostra inaugurale della prima sede permanente del Balloon Museum a New York. L’opera, composta da diciotto grandi uccelli in fibra di vetro, rappresenta una naturale evoluzione della Giostra di Nina, uno dei lavori più iconici della sua carriera. Prima di iniziare l’intervista Berruti mi accompagna tra i progetti. Mi mostra i meccanismi della giostra, racconta di quando un vero giostraio la osservò per la prima volta dichiarando senza esitazione che era “tutta sbagliata”, e ride ancora oggi ricordando quell’episodio. Poi si avvicina a uno degli uccelli bianchi e mi invita a salire. “Vai tranquillo, non si rompe”. Per qualche minuto la Giostra di Nina gira soltanto per noi. Mentre gli uccelli si alzano e si abbassano lentamente, diventa chiaro che il centro del lavoro di Berruti non è la nostalgia. È qualcosa di più difficile da definire: la capacità di rallentare il tempo quel tanto che basta per permettere a un’emozione di emergere.
Intervista a Valerio Berruti
The Carousel sta per arrivare a New York. Che effetto ti fa vedere quest’opera partire ancora una volta?
Ogni volta è diverso. Mi interessa vedere come opere nate qui vengano lette da persone che hanno storie e culture completamente differenti. Alla fine, non controlli mai davvero ciò che accade quando un lavoro incontra il pubblico.
La Giostra di Nina è diventata una delle tue opere più conosciute. Eppure, mi hai raccontato che nacque quasi da un errore.
Perché non volevo costruire una giostra. Volevo costruire un carillon gigante. Quando la esposi per la prima volta arrivò un vero giostraio, la guardò e mi disse: “È tutta sbagliata”. Aveva ragione. Le giostre vere non si fanno così.
Eppure, continua a funzionare.
Perché è un’opera d’arte, non una giostra. Se l’avesse progettata un giostraio probabilmente sarebbe stata più efficiente. Però non sarebbe stata questa.
Nel tuo studio ci sono ovunque disegni. Anche le sculture sembrano nascere dal disegno.
Perché io mi considero un disegnatore. Non mi sono mai sentito davvero un pittore. Anche le mie sculture sono disegni che occupano lo spazio. Il colore è una cosa molto complessa, molto importante. Per questo ne uso poco.
Molti leggono il tuo lavoro come una riflessione sull’infanzia.
Capisco perché succeda. Però a me interessa altro. Quando guardiamo un bambino finiamo quasi sempre per proiettare qualcosa di nostro. Un ricordo. Una paura. Una speranza. Per questo quelle figure funzionano. Non parlano soltanto di loro.
Durante la visita mi hai mostrato anche le miniature di te stesso che utilizzi nei modelli.
È un sistema molto semplice. Mi servono per capire le proporzioni. Conosco il mio corpo, so come guardo lo spazio. Inserendo una miniatura accanto al modello riesco a immaginare immediatamente come verrà percepita l’opera reale.
Nelle tue opere sembra esserci sempre una certa libertà lasciata allo spettatore.
Non potrebbe essere diversamente. Esiste l’artista, esiste l’opera ed esiste lo spettatore. Sono tre cose differenti. Io posso partire da un’intenzione precisa, ma nel momento in cui l’opera viene guardata inizia una storia che non mi appartiene più.
Vale anche per lavori come A Safe Place?
Certo. A prima vista vedi una bambina con un salvagente. Poi scopri che quel titolo rimanda alle operazioni di soccorso in mare e l’immagine cambia. Non perché sia cambiata l’opera, ma perché è cambiato lo sguardo.
A un certo punto hai detto una frase che mi ha colpito: “L’arte contemporanea è probabilmente l’unica forma d’arte che può sopravvivere senza pubblico”.
È una provocazione, ma fino a un certo punto. Il sistema dell’arte può sopravvivere anche con poche persone. Io, invece, continuo a essere affascinato dall’idea opposta. Mi interessa creare opere che le persone incontrino nella loro vita quotidiana.
Forse è anche il motivo per cui negli ultimi anni ti stai avvicinando sempre di più all’arte pubblica.
Sì. Mi piace l’idea che qualcuno incontri un’opera mentre sta andando al lavoro, passeggiando o guardando il mare. Senza preparazione. Senza dover sapere chi l’ha fatta. L’opera arriva prima di tutto il resto.
Che cosa speri accada quando qualcuno incontra una tua opera?
Niente di straordinario. Mi basta che si fermi per un momento. Che si faccia una domanda. Anche piccola. Se succede quello, l’opera ha già fatto il suo lavoro.
Dopo New York?
Dopo New York torno in Italia per partecipare a Narni Città Teatro, il festival multidisciplinare che avviene nella cittadina umbra dall’11 al 13 settembre con una sezione dedicata all’arte contemporanea a cura di Antonella Lizzi. Saranno le mie grandi sculture Figli degli uomini, fusioni in alluminio alte 2 metri, e una selezione di video-animazioni a dialogare con gli spazi dedicati agli spettacoli.
Antonino La Vela
New York // dal 15 luglio 2026
DAYDREAM. Air becomes art
BALLOON MUSEUM – 96 South Street
Scopri di più
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Antonino La Vela
Source link



