Dove posso mettere i miei soldi senza rischio pignoramento?


Come proteggere il patrimonio dal pignoramento in modo legale? Scopri quali beni sono pignorabili e come funzionano le tutele previste dalla legge dai creditori.

Navigare nel mare delle norme che regolano i debiti e le garanzie richiede una bussola chiara. Molti cittadini si chiedono spesso «Dove posso mettere i miei soldi senza rischio pignoramento? Come proteggere il patrimonio dal pignoramento in modo legale per evitare che i sacrifici di una vita svaniscano a causa di imprevisti economici?». La legge italiana stabilisce un principio di base rigido: il debitore risponde dei propri impegni con ogni suo bene. Questo significa che le proprietà, presenti o future, possono finire nel mirino dei creditori. Tuttavia, il sistema riconosce che alcuni risparmi hanno un valore sociale superiore al semplice diritto di credito. Esistono quindi delle eccezioni che permettono di creare scudi legali attorno a determinati capitali, a patto di rispettare regole precise e di non agire mai con l’intento di danneggiare ingiustamente chi deve ricevere un pagamento.

Quali sono i beni che il creditore può pignorare?

Il punto di partenza per ogni analisi sul patrimonio è una regola molto severa contenuta nel codice civile. In base a questa norma, quando una persona contrae un debito, mette a disposizione del creditore l’intero insieme dei suoi averi (art. 2740 cod. civ.). Non si parla solo di ciò che il soggetto possiede nel momento in cui firma un contratto o riceve un prestito, ma anche di tutto ciò che entrerà nella sua disponibilità in futuro, come una eredità, uno stipendio o l’acquisto di una nuova casa. La giurisprudenza ha confermato più volte che questa responsabilità patrimoniale è la base del sistema economico, perché garantisce a chi presta denaro di poter recuperare le somme attraverso l’espropriazione forzata [Cass. Civ., Sez. 3, n. 11626 del 03-05-2025].

Tuttavia, il legislatore ha inserito delle deroghe specifiche. Questo accade perché lo Stato vuole tutelare alcuni interessi che ritiene superiori, come la sopravvivenza dignitosa della persona o la pianificazione della vecchiaia. Per questo motivo, non tutti i beni sono aggredibili allo stesso modo. Esistono strumenti che permettono di separare una parte della propria ricchezza per destinarla a scopi specifici, rendendola di fatto invisibile o inattaccabile per i creditori [Tribunale Ordinario Rovereto, sez. S1, sentenza n. 353/2017]. Se una persona decide di investire in una determinata soluzione protetta, i suoi creditori non potranno pignorare quelle somme, a meno che non si dimostri che l’operazione è stata fatta solo per sottrarre i soldi in modo illecito.


Quando le polizze vita diventano uno scudo per i risparmi?

Tra gli strumenti più efficaci per la difesa della ricchezza personale ci sono le polizze di assicurazione sulla vita. La legge prevede per questi prodotti un regime di favore molto particolare: le somme che l’assicuratore deve pagare non possono essere oggetto di pignoramento o sequestro (art. 1923 cod. civ.). Questo significa che, se un risparmiatore versa i suoi soldi in un contratto di questo tipo, quei capitali entrano in una zona di protezione speciale [Tribunale di Cosenza, n. 1950 del 23-11-2023]. La ragione dietro questa scelta è la funzione di previdenza che la polizza svolge. Lo Stato preferisce che il cittadino metta da parte risorse per il proprio futuro o per i propri familiari piuttosto che lasciare che i creditori prendano tutto.

Bisogna però fare attenzione, perché questa protezione non è un assegno in bianco. I giudici hanno chiarito che il beneficio scatta solo se la polizza rispetta la sua vera natura. Se un contratto viene usato solo come una sorta di conto corrente camuffato per nascondere denaro, lo scudo cade. Per capire se il risparmio è al sicuro, bisogna verificare se il contratto serve davvero a far fronte ai bisogni futuri dell’assicurato o della sua famiglia [Tribunale Ordinario Arezzo, n. 13/2022]. La Corte di Cassazione descrive questi strumenti come il terzo pilastro della previdenza, che si affianca alle pensioni obbligatorie e a quelle complementari [Cass. Civ., Sez. 1, n. 9418 del 09-04-2024]. Se manca questo scopo, la tutela sparisce.

Per stabilire se un capitale è pignorabile, la magistratura guarda oltre il nome scritto sul contratto. Non basta che sulla carta ci sia scritto “polizza vita” per ottenere l’impignorabilità. La distinzione fondamentale riguarda lo scopo dell’operazione:

  • la funzione previdenziale si ha quando il contratto mira a garantire una somma o una rendita per un momento di bisogno, come la vecchiaia o il decesso dell’assicurato;

  • la funzione finanziaria-speculativa emerge invece quando il contratto è solo un modo per investire in borsa o in titoli sperando in un guadagno rapido, senza alcuna vera garanzia di protezione del capitale.

Se il giudice si accorge che la polizza è puramente speculativa, decide che essa deve essere trattata come un normale investimento finanziario [Cass. Civ., Sez. 1, n. 3785 del 12-02-2024]. In questo caso, i creditori hanno il via libera per pignorare le somme. Un esempio pratico può aiutare a capire: se un imprenditore in difficoltà versa tutti i suoi liquidi in una polizza ad altissimo rischio pochi giorni prima di un fallimento, è molto probabile che quel denaro venga considerato pignorabile perché l’obiettivo non era la previdenza ma la sottrazione del patrimonio [Tribunale di Cosenza, n. 1950 del 23-11-2023].

Le polizze unit-linked e index-linked sono sempre sicure?

Un capitolo molto complesso riguarda le polizze cosiddette di ramo III, ovvero le unit-linked e le index-linked. In questi contratti, il rendimento non è fisso ma dipende dall’andamento di fondi di investimento o indici di borsa [Tribunale Ordinario Savona, n. 841/2017]. Qui il confine tra previdenza e rischio finanziario diventa sottile. La giurisprudenza ha diviso questi prodotti in due grandi famiglie per decidere se siano pignorabili o meno:


  • le polizze pure, in cui il rischio di perdere tutto il denaro ricade interamente sul cliente. Se il fondo scende, l’assicuratore non garantisce nemmeno la restituzione di quanto versato. In questo caso non c’è protezione (art. 1923 cod. civ. non si applica) e il creditore può prendere i soldi [Cass. Civ., Sez. 1, n. 9418 del 09-04-2024];

  • le polizze garantite o parzialmente garantite, in cui la compagnia assicurativa promette che, alla scadenza o in caso di morte, restituirà almeno il capitale versato o una parte di esso.

In questa seconda ipotesi, l’assicuratore si assume quello che i tecnici chiamano rischio demografico. Poiché esiste una certezza minima sulla prestazione, la funzione previdenziale viene riconosciuta e il capitale resta protetto dalle azioni esecutive dei creditori [Cass. Civ., Sez. 1, n. 3785 del 12-02-2024]. Dunque, prima di sottoscrivere un prodotto, è fondamentale leggere le clausole sulla restituzione del capitale per sapere se si sta creando uno scudo legale o un semplice investimento esposto ai pignoramenti.

Cos’è il fondo patrimoniale e come protegge la casa?

Oltre alle polizze vita, esiste un altro strumento classico della tradizione giuridica italiana per la difesa dei beni: il fondo patrimoniale. Si tratta di un istituto che permette ai coniugi, o anche a una terza persona, di vincolare determinati beni per far fronte esclusivamente ai bisogni della famiglia (art. 167 cod. civ.). Possono entrare nel fondo i beni immobili, come la casa di abitazione, i beni mobili registrati, come automobili o imbarcazioni, e i titoli di credito [Tribunale di Lecce, n. 2135 del 08-06-2024].

L’effetto principale di questa scelta è la creazione di un patrimonio separato. In pratica, i beni inseriti nel fondo restano di proprietà dei coniugi, ma diventano una sorta di isola protetta rispetto al resto del patrimonio. Essi non possono più essere utilizzati per scopi diversi da quelli familiari e, di conseguenza, diventano molto più difficili da pignorare per i creditori [Tribunale Ordinario Ancona, sez. 2, n. 747/2015]. La legge vuole infatti evitare che le vicende economiche negative di un singolo coniuge possano distruggere la stabilità e la sicurezza del nucleo familiare [Tribunale Ordinario Rovereto, sez. S1, n. 353/2017].

La protezione offerta dal fondo patrimoniale non è assoluta ma dipende dalla natura del debito che il creditore intende riscuotere. La regola stabilisce che l’esecuzione forzata sui beni del fondo e sui frutti che essi producono, come ad esempio il canone di locazione di un appartamento vincolato, non può avvenire per debiti che il creditore sapeva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia (art. 170 cod. civ.).

Per capire se un bene è aggredibile, i giudici verificano due elementi:


  • la natura del debito, ovvero se la spesa serviva effettivamente alla famiglia;

  • la conoscenza del creditore, cioè se chi vanta il credito era consapevole, al momento della firma del contratto, che quel debito non aveva nulla a che fare con le esigenze familiari [Cass. Civ., Sez. 3, n. 11626 del 03-05-2025].

Se un genitore acquista un’auto per portare i figli a scuola o contrae un mutuo per ristrutturare la casa in cui vive il nucleo, quel debito è considerato familiare. Al contrario, se uno dei coniugi perde una grossa somma al gioco d’azzardo o compie un investimento finanziario puramente speculativo e rischioso, il creditore non può pignorare i beni del fondo, a meno che non provi di aver ignorato tale estraneità [Cass. Civ., Sez. 3, n. 17638 del 30-06-2025].

Il concetto di “bisogni della famiglia” è molto più ampio di quanto si possa pensare. Non comprende solo le spese per il cibo, i vestiti o la salute, ma riguarda tutto ciò che serve al mantenimento e allo sviluppo armonioso dei componenti del nucleo familiare, tenendo conto del tenore di vita che la coppia ha scelto di mantenere [Tribunale di Lecce, n. 2135 del 08-06-2024]. La giurisprudenza include in questa definizione anche le spese per potenziare la capacità lavorativa dei coniugi.

Un punto molto dibattuto riguarda i debiti derivanti dall’attività professionale o d’impresa. Spesso si pensa che un debito di lavoro sia sempre estraneo alla famiglia, ma non è così. Se l’attività del coniuge è la fonte principale di reddito che permette alla famiglia di vivere, allora anche i debiti contratti per far funzionare quella ditta o quello studio professionale possono essere considerati legati ai bisogni familiari [Cass. Civ., Sez. 3, n. 11626 del 03-05-2025]. I giudici analizzano ogni situazione caso per caso per capire se esiste un legame diretto tra l’obbligazione e le esigenze della vita domestica [Corte di Appello di Firenze, n. 522 del 19-03-2025].

Quando un creditore tenta di pignorare un bene che si trova all’interno di un fondo patrimoniale, si apre spesso una contestazione legale. Spetta al debitore l’onere della prova: è lui che deve dimostrare in tribunale che il debito è stato contratto per scopi estranei alle necessità familiari [Cass. Civ., Sez. 5, n. 1320 del 18-01-2022]. Non basta fare una semplice affermazione, ma serve fornire prove concrete della natura del debito e della consapevolezza del creditore [Cass. Civ., Sez. 6, n. 13784 del 06-07-2020].

Inoltre, bisogna fare attenzione ai tempi di costituzione del fondo. Se una persona crea il fondo quando ha già molti debiti, i creditori possono agire con l’azione revocatoria (art. 2901 cod. civ.). Questo strumento permette di rendere inefficace il fondo se si dimostra che è stato creato solo per sottrarre i beni alle ragioni di chi deve avere i soldi. Poiché la costituzione del fondo è considerata un atto gratuito, per i creditori è più semplice ottenerne l’annullamento entro i primi cinque anni [Cass. Civ., Sez. 3, n. 31575 del 13-11-2023].


Quanto si può pignorare dal conto corrente bancario?

Il conto corrente è spesso il primo obiettivo di un creditore, poiché permette di recuperare denaro liquido in tempi brevi. In linea generale, il saldo attivo del conto è sempre pignorabile perché rappresenta un credito che il cittadino vanta verso la propria banca [Cass. Civ., Sez. 3, n. 36066 del 23-11-2021]. Tuttavia, la legge prevede una tutela speciale per proteggere il minimo vitale del debitore, specialmente quando sul conto vengono accreditati lo stipendio o la pensione.

Le regole per il pignoramento dei conti correnti dipendono dal momento in cui le somme sono state depositate (art. 545 cod. proc. civ.):

  • per le somme già presenti sul conto prima del pignoramento, esiste una soglia di impignorabilità pari al triplo dell’assegno sociale. Solo la parte di denaro che eccede questo importo può essere bloccata dal creditore;

  • per le somme che vengono accreditate dopo la notifica del pignoramento, come lo stipendio del mese successivo, il prelievo è limitato ai minimi di legge, che solitamente corrispondono a un quinto della somma netta [Corte Cost., n. 248 del 09-12-2015].

Queste tutele servono a garantire che nessuno resti completamente privo di mezzi per mangiare o pagare l’affitto, ma non trasformano il conto corrente in uno strumento di protezione patrimoniale come le polizze o il fondo patrimoniale. Se sul conto ci sono risparmi che non derivano da lavoro o pensione, come ad esempio il ricavato di una vendita, quei soldi possono essere pignorati per l’intero importo.

Il pignoramento del conto corrente rappresenta una delle forme più comuni di espropriazione forzata. Questa procedura rientra nella categoria del pignoramento presso terzi, poiché il creditore non agisce direttamente sui beni materiali del debitore, ma su un suo credito vantato verso un soggetto esterno, come una banca o la Posta. In termini pratici, l’istituto di credito riceve un ordine legale che vieta di permettere prelievi o spostamenti di denaro al titolare del rapporto. Questa azione scatta solitamente quando il debitore non possiede case, terreni o veicoli intestati a proprio nome, lasciando il denaro liquido come unica risorsa aggredibile [Cass. Civ., Sez. 3, n. 36066 del 23-11-2021].

Prima che il blocco diventi operativo, il cittadino riceve una serie di notifiche formali:


  • il titolo esecutivo, ovvero il documento ufficiale che certifica il debito, come una sentenza, un decreto ingiuntivo o una cartella esattoriale;

  • l’atto di precetto, che rappresenta l’ultimo avviso e concede un termine massimo per saldare il debito spontaneamente;

  • l’atto di pignoramento, con il quale si avvia ufficialmente il sequestro delle somme.

A seguito della notifica alla banca, possono verificarsi tre situazioni distinte. Se il conto è vuoto o in negativo, la banca blocca il rapporto e ogni somma che dovesse arrivare in futuro, come un bonifico o uno stipendio, verrà trattenuta e versata al creditore. Se invece il saldo è inferiore o uguale alla cifra richiesta, l’intero importo viene congelato fino all’udienza in cui il giudice ne assegnerà il pagamento definitivo. Infine, se la somma presente sul conto supera il valore del debito, il debitore subisce il blocco solo per la parte necessaria a coprire la pendenza, restando libero di utilizzare il resto del denaro per le proprie necessità.

Si può svuotare il conto con un assegno circolare?

Molti risparmiatori che temono un’azione esecutiva cercano soluzioni per evitare che il proprio saldo risulti pignorabile. Spesso si scartano opzioni come il prelievo di contanti per motivi di sicurezza o il bonifico a parenti per timore di perdere il controllo della somma o di subire azioni legali di annullamento. Per questo motivo, alcuni utilizzano lo strumento dell’assegno circolare per “svuotare” virtualmente il rapporto bancario prima che arrivi la notifica del pignoramento.

L’operazione è tecnicamente semplice: il cliente si reca in banca e chiede l’emissione di un assegno circolare per un importo pari a tutto o parte del saldo presente sul conto. A differenza dell’assegno bancario tradizionale, l’assegno circolare viene emesso solo se la banca ha già prelevato i soldi dal conto del richiedente. Dal momento in cui il titolo viene stampato:

  • il denaro sparisce ufficialmente dal saldo del conto corrente;

  • la somma viene spostata dalla banca in una gestione interna, definita spesso come un cassetto senza nome;

  • il conto risulta apparentemente vuoto agli occhi di un creditore che esegue una ricerca o invia un pignoramento.

In questo modo, il debitore conserva la disponibilità dei suoi soldi sotto forma di un titolo cartaceo che tiene fisicamente con sé, mentre il creditore, al momento del pignoramento, non trova alcuna somma da bloccare presso l’istituto di credito. Si tratta di una tecnica che sfrutta la natura dell’assegno circolare come titolo di credito garantito dalla banca stessa, che agisce come custode temporaneo di una somma non più collegata al conto corrente originario.

Una volta emesso l’assegno circolare, il capitale non è perduto ma entra in una fase di sospensione temporale regolata da scadenze precise. Il titolare dell’assegno può decidere di conservarlo senza incassarlo immediatamente, utilizzandolo come una riserva di valore al riparo dalle procedure esecutive. Questo denaro non produce interessi e non è soggetto a tasse sui depositi, ma resta intatto per un periodo prestabilito dalla legge.


Esistono però dei limiti temporali da conoscere per non perdere il diritto a recuperare le somme:

  • il beneficiario dell’assegno ha un termine di tre anni per richiedere il pagamento del titolo;

  • se l’assegno non viene incassato entro i tre anni, la banca deve trasferire i fondi nel Fondo indennizzo risparmiatori gestito dallo Stato [1];

  • il richiedente dell’assegno può comunque chiedere la restituzione del denaro entro un termine di prescrizione di dieci anni dalla scadenza del primo triennio [2].

In pratica, se il debitore che ha richiesto l’assegno decide di non consegnarlo a nessuno e lo tiene per sé, ha a disposizione un tempo molto lungo per riportare il titolo in banca e chiedere che la somma venga riaccreditata o pagata in contanti. Questa procedura permette di “nascondere” il patrimonio durante le fasi più accese di una controversia con i creditori, con l’intento di rientrare in possesso della liquidità solo quando il pericolo di pignoramento è cessato o il debito è stato risolto in altro modo.

Si possono pignorare i soldi nelle cassette di sicurezza?

Molte persone ritengono che le cassette di sicurezza rappresentino un luogo inviolabile, una sorta di zona franca dove i propri averi restano al riparo da ogni sguardo. La legge, però, smentisce questa convinzione. I beni custoditi all’interno di questi spazi sono pignorabili esattamente come qualsiasi altro bene del debitore. Il creditore può scoprire l’esistenza di una cassetta di sicurezza attraverso una semplice interrogazione all’anagrafe tributaria. Questo archivio informatico non rivela il contenuto della cassetta, ma segnala in modo chiaro che il debitore ha sottoscritto un contratto per quel servizio presso un determinato istituto di credito.

Dal punto di vista tecnico, questa procedura non viene considerata un pignoramento presso terzi, come accade invece per il conto corrente. Si tratta di un pignoramento mobiliare. La differenza è sostanziale: i beni nella cassetta sono considerati nella piena ed esclusiva disponibilità del debitore. La banca mette a disposizione il locale e garantisce la sorveglianza, ma non ha il potere di accedere al contenuto. Solo il titolare possiede le chiavi o i codici per l’apertura materiale. Per questo motivo, il creditore non deve notificare l’atto alla banca come se fosse un debitore del debitore, ma deve agire direttamente sul bene mobile attraverso l’intervento dell’ufficiale giudiziario.

Come avviene l’apertura forzata della cassetta di sicurezza?

Poiché la cassetta si trova fisicamente all’interno dei locali della banca, l’ufficiale giudiziario non può entrarvi liberamente senza un provvedimento specifico. La procedura richiede la cooperazione dell’istituto di credito e, soprattutto, un’autorizzazione del giudice (art. 513 cod. proc. civ.). Questa norma serve a tutelare i luoghi che non appartengono direttamente al debitore ma che ospitano i suoi beni. Il creditore, dopo aver ottenuto un titolo esecutivo e aver notificato il precetto, deve chiedere al tribunale il permesso di accedere alla cassetta.


Una volta che il giudice concede il via libera, l’esecuzione avviene seguendo passaggi molto precisi:

  • la banca, dopo aver ricevuto la notifica del pignoramento, blocca immediatamente ogni accesso alla cassetta per evitare che il debitore possa svuotarla;

  • l’apertura avviene alla presenza obbligatoria di un funzionario della banca e dell’ufficiale giudiziario;

  • il debitore viene invitato a partecipare all’operazione per garantire la massima trasparenza, anche se la sua assenza non impedisce il proseguimento dell’atto;

  • se il debitore non collabora o non consegna le chiavi, l’ufficiale giudiziario può procedere all’apertura forzata tramite un tecnico specializzato.

Nel caso in cui la cassetta sia intestata a più persone, il giudice autorizza il pignoramento limitandolo alla quota o ai beni che appartengono esclusivamente al soggetto debitore. Se all’interno si trovano buste chiuse o pacchi sigillati, l’ufficiale può aprirli solo se ha il fondato sospetto che contengano valori, evitando invece di violare la riservatezza di semplice corrispondenza personale.

Quali oggetti possono essere prelevati dalla cassetta di sicurezza?

Ogni bene di valore rinvenuto durante l’apertura viene inventariato dall’ufficiale giudiziario. Il destino di questi oggetti dipende dalla loro natura:

  • se nella cassetta si trova denaro contante o titoli di credito come assegni circolari, il creditore può chiederne l’assegnazione immediata per coprire il debito;

  • se vengono rinvenuti gioielli, pietre preziose, orologi di lusso o monete d’oro, questi vengono prelevati e destinati alla vendita all’asta.

Il ricavato della vendita serve a soddisfare le pretese del creditore, mentre l’eventuale eccedenza viene restituita al debitore. È importante ricordare che la banca non ha il dovere di conoscere cosa ci sia dentro la cassetta, ma spesso richiede una dichiarazione di valore per fini assicurativi. Molti contratti prevedono una polizza inclusa nel canone che copre i beni fino a un certo importo, solitamente 5.000 euro. Se il debitore sceglie di non dichiarare il reale valore per risparmiare sui costi del servizio, compie un’azione rischiosa: in caso di furto non riceverebbe un indennizzo adeguato e, in sede di pignoramento, il mancato aggiornamento del valore non impedisce comunque il sequestro di ciò che viene trovato.

Inoltre, un’eccessiva sproporzione tra il valore dichiarato e quello reale potrebbe attirare l’attenzione delle autorità per verifiche legate alle normative antiriciclaggio. In sintesi, la cassetta di sicurezza offre una protezione fisica molto elevata contro i furti, ma non costituisce un rimedio legale per nascondere il patrimonio ai creditori che agiscono seguendo le regole del codice di procedura civile.


Posso spostare i soldi sul conto di un parente?

Una strategia che molti debitori mettono in atto quando sentono la pressione dei creditori è il trasferimento di denaro verso conti correnti intestati a terze persone. Si tratta di una mossa che mira a sfruttare un principio cardine delle esecuzioni forzate: il creditore può pignorare solo i beni che appartengono ufficialmente al debitore. Se il denaro viene spostato sul conto di un familiare o di un amico fidato, quel capitale diventa tecnicamente inattaccabile, poiché la banca non può bloccare un rapporto intestato a un soggetto estraneo al debito.

Tuttavia, questa operazione comporta rischi significativi sotto il profilo della proprietà. Quando si consegna il proprio denaro a un’altra persona, esiste sempre la possibilità che quest’ultima, in futuro, si rifiuti di restituirlo o lo utilizzi per scopi personali. Per evitare simili inconvenienti, è consigliabile stipulare una scrittura privata tra le parti. Questo documento serve a mettere nero su bianco che il trasferimento di denaro non è un regalo o una donazione, ma una semplice gestione per conto terzi. Per dare al documento una validità ancora più solida di fronte a contestazioni future, sarebbe opportuno procedere alla sua registrazione, così da attribuire alla scrittura una data certa.

Bisogna però tenere a mente che spostare somme ingenti senza una giustificazione valida può attirare l’attenzione delle autorità fiscali. Inoltre, se il creditore riesce a dimostrare che il trasferimento è avvenuto con l’unico scopo di frodare le sue ragioni, potrebbe tentare di impugnare l’operazione. Tuttavia, finché il denaro resta su un conto diverso da quello del debitore, l’azione di pignoramento classica presso la banca non può colpire quelle somme.

Si può accreditare lo stipendio sul conto altrui?

Molti lavoratori, temendo il blocco del proprio conto, scelgono di non far transitare le somme guadagnate su un rapporto a loro intestato. Il debitore è infatti libero di chiedere al proprio datore di lavoro che lo stipendio venga versato direttamente sul conto corrente del coniuge, di un genitore o di un altro familiare. In questo modo, nel momento in cui la banca riceve l’atto di pignoramento contro il debitore, non troverà alcuna somma in entrata, poiché i bonifici degli emolumenti mensili finiscono su un binario differente.

Questa manovra, però, non offre una protezione totale contro il pignoramento della busta paga. Esiste infatti una distinzione fondamentale tra:


  • il pignoramento del saldo del conto corrente, che avviene presso la banca;

  • il pignoramento dello stipendio alla fonte, che avviene direttamente presso il datore di lavoro.

Se il creditore decide di agire presso l’azienda o l’ente presso cui il debitore lavora, la protezione del conto corrente di un familiare diventa inutile. Ricevuta la notifica, il datore di lavoro è obbligato per legge a trattenere una quota dello stipendio prima ancora che questo venga pagato al dipendente o versato su qualsiasi conto. Tale trattenuta è generalmente limitata a un quinto della somma netta, ma la procedura impedisce che il debitore entri in possesso dell’intero guadagno mensile. Pertanto, l’accredito su un conto altrui può evitare il blocco totale della liquidità già accumulata, ma non mette al riparo dalla decurtazione mensile operata alla radice dal datore di lavoro.




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Angelo Greco

Source link

Di