Come funziona il diritto all’oblio e perché l’archiviazione di un caso non cancella in automatico le notizie online secondo la Cassazione.
La gestione della propria reputazione digitale è diventata una sfida quotidiana per molti cittadini. Quando un individuo finisce al centro di un’indagine che poi si conclude senza un processo, il primo desiderio è che ogni traccia di quella vicenda sparisca dai motori di ricerca. Spesso ci si chiede: come si ottiene la deindicizzazione da Google dopo un’archiviazione? Questa domanda nasce dalla necessità di proteggere la propria immagine privata e professionale da fatti che non hanno più un valore di attualità. Tuttavia, il passaggio dal tribunale al web non è così diretto come si potrebbe pensare. Anche se un giudice decide che non ci sono i presupposti per proseguire un’azione legale, la notizia di quell’indagine rimane archiviata nella memoria collettiva della rete. La legge cerca di trovare un equilibrio tra il diritto del singolo a essere dimenticato e il diritto della collettività a restare informata su eventi che hanno avuto un certo rilievo sociale. In questo contesto, la recente giurisprudenza ha chiarito che non basta un documento formale per imporre a un colosso tecnologico la rimozione immediata di ogni contenuto.
Cosa succede se il giudice dispone la deindicizzazione?
Nel sistema legale attuale, esiste una procedura specifica che permette a chi riceve un provvedimento di archiviazione di chiedere che la notizia non sia più rintracciabile facilmente. Si tratta di una misura prevista per tutelare chi esce “pulito” da una vicenda giudiziaria. In particolare, il Giudice per le indagini preliminari può inserire una nota specifica nel decreto di archiviazione (art. 64 ter disp. att. cod. proc. pen.). Questa annotazione indica la volontà dello Stato di favorire il diritto all’oblio dell’interessato. Tuttavia, la pratica dimostra che questa indicazione non produce un effetto magico o immediato.
Il caso di un docente dell’Università Mercatorum aiuta a capire meglio questa dinamica. Il professore era coinvolto in un’inchiesta riguardante le modalità di affidamento di un incarico legale. Nonostante il giudice avesse disposto l’archiviazione e inserito la nota per la deindicizzazione, il motore di ricerca non ha rimosso tutti i contenuti. Questo accade perché l’ordine del giudice è considerato un forte segnale, ma non una imposizione che scavalca ogni altra valutazione. La deindicizzazione non è una conseguenza meccanica del proscioglimento. Si tratta piuttosto di un invito che il gestore del motore di ricerca deve esaminare alla luce di altri principi generali che regolano la circolazione delle informazioni online.
Perché Google può rifiutarsi di eliminare i link?
I motori di ricerca come Google non sono semplici contenitori passivi, ma svolgono un ruolo attivo nella selezione delle informazioni. Quando ricevono una richiesta di delisting, ovvero di rimozione di determinati link dai risultati di ricerca, effettuano una valutazione autonoma. Il colosso californiano sostiene che la semplice esistenza di un provvedimento di archiviazione non cancella l’interesse pubblico che quella notizia ha generato. Anche se l’indagine è chiusa, il fatto storico che un soggetto pubblico sia stato indagato può restare rilevante per la collettività.
Il gestore del motore di ricerca agisce basandosi sul principio di bilanciamento. Da una parte c’è la tutela della privacy dell’utente, dall’altra c’è la libertà di espressione e il diritto di cronaca. Se una notizia è considerata ancora attuale o se riguarda un soggetto che ricopre un ruolo di rilievo, il motore di ricerca può decidere di mantenere i link attivi. Questa posizione è stata spesso confermata dal Garante della privacy, il quale riconosce che il diritto a essere dimenticati deve scontrarsi con la realtà della rete. Non esiste un diritto assoluto alla cancellazione della propria storia digitale solo perché una vicenda giudiziaria ha preso una piega favorevole. La verità storica di un’indagine rimane tale, anche se non sfocia in una condanna.
Quali sono i criteri per bilanciare i diritti in gioco?
Per decidere se un link deve essere rimosso o meno, le autorità e i gestori dei siti seguono criteri molto precisi. Non si guarda solo al risultato finale del procedimento, ma a tutta una serie di variabili che definiscono quanto sia ancora “giusto” che la notizia circoli. I piatti della bilancia sono occupati da diversi elementi:
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il fattore tempo trascorso dalla pubblicazione della notizia;
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la rilevanza pubblica delle informazioni trattate;
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l’attualità del fatto rispetto al momento della richiesta;
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l’esattezza dei dati riportati;
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il ruolo che l’interessato riveste nella vita pubblica.
Se è passato poco tempo dai fatti, è molto difficile che la deindicizzazione venga concessa. L’interesse della società a conoscere le vicende che riguardano persone con incarichi pubblici o professori universitari è considerato prevalente. Ad esempio, se un docente riceve contestazioni sulle modalità di affidamento di incarichi, la collettività ha il diritto di sapere come si sono svolti i fatti, almeno per un certo periodo. La notizia rimane lecita finché esistono le ragioni che ne hanno giustificato la diffusione iniziale. Solo dopo un intervallo temporale apprezzabile si può parlare di un diritto alla rimozione dei collegamenti ipertestuali (Reg. Ue 2016/679).
Come cambia la situazione con la riforma Cartabia?
La recente riforma Cartabia ha introdotto novità significative per cercare di velocizzare la protezione dei cittadini coinvolti in casi giudiziari. La norma ha previsto una sorta di corsia preferenziale per chi ottiene un proscioglimento, un’archiviazione o una sentenza di non luogo a procedere. L’idea è quella di permettere al destinatario di queste misure di rivolgersi direttamente ai motori di ricerca con un titolo giuridico più forte. Nonostante questo passo avanti, la Cassazione ha raffreddato gli entusiasmi facili. I giudici supremi hanno chiarito che la riforma non crea una “presunzione assoluta di fondatezza” della richiesta.
In parole povere, avere in mano un decreto di archiviazione con l’annotazione per il delisting non significa avere un lasciapassare automatico. Il gestore del motore di ricerca, così come l’autorità amministrativa o quella giudiziaria, mantiene il potere di valutare il singolo caso. La riforma facilita il processo, ma non elimina la necessità di pesare i diritti dell’individuo contro quelli della cronaca. La procedura rimane dunque legata a una analisi soggettiva e non a un automatismo burocratico. Chi spera di sparire dal web in un istante dopo un’archiviazione potrebbe rimanere deluso se non dimostra che l’interesse pubblico è effettivamente svanito.
Qual è la posizione della Cassazione sul diritto all’oblio?
La Suprema Corte è intervenuta con una decisione importante per mettere fine a una lunga disputa tra cittadini, motori di ricerca e Garante della privacy (Cass. 3421/2025). Il punto fermo stabilito dai giudici è che l’archiviazione non cancella il passato in modo retroattivo ai fini della reperibilità online. Una notizia che è stata inserita in modo lecito sul web può rimanere visibile fino a quando non vengono meno i presupposti della sua pubblicazione.
La sentenza sottolinea che la tutela della libertà di informazione è un pilastro che non può essere abbattuto solo da una annotazione formale del giudice. Il diritto del soggetto interessato deve essere valutato costantemente in relazione alla sua esposizione pubblica. Se un professore universitario è protagonista di una vicenda che riguarda la gestione di denaro pubblico o incarichi professionali, il suo ruolo pubblico rende più difficile l’esercizio del diritto all’oblio. La Cassazione conferma quindi che il potere di decidere sulla deindicizzazione spetta a un insieme di soggetti:
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il gestore del motore di ricerca in prima battuta;
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il Garante della privacy in sede amministrativa;
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il giudice ordinario in sede di ricorso.
Tutti questi soggetti devono verificare se l’informazione è ancora esatta e se il tempo trascorso è sufficiente a rendere quella notizia un inutile peso per la vita privata del cittadino.
Perché il ruolo del Garante della privacy è fondamentale?
Quando Google o altri motori di ricerca rifiutano di cancellare i link, il cittadino può rivolgersi al Garante della privacy. Questa autorità agisce come un arbitro. Nel caso del docente universitario citato, il Garante ha dato ragione a Google. La decisione è stata presa perché si è ritenuto che il comportamento del motore di ricerca fosse corretto nel bilanciare gli interessi. Non si tratta di una scelta arbitraria, ma di un’applicazione rigorosa dei principi europei sulla protezione dei dati.
Il Garante osserva se la notizia pubblicata risponde ancora a un bisogno di conoscenza della società. Se il fatto è ancora relativamente recente e la persona coinvolta ha una funzione sociale o educativa, la trasparenza prevale sulla riservatezza. L’obiettivo è evitare che il diritto all’oblio diventi uno strumento per riscrivere la storia o per nascondere fatti che, seppur non costituenti una condanna, descrivono comportamenti di rilievo pubblico. La deindicizzazione è un rimedio che serve a proteggere la dignità della persona quando la notizia diventa solo un inutile “rumore di fondo” del passato, privo di qualsiasi utilità per il presente. In assenza di questi presupposti, i link restano al loro posto, garantendo che la memoria digitale resti integra per chiunque voglia consultarla.
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Angelo Greco
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