Preferenze, deputate divise sulla riforma elettorale


La disputa attraversa maggioranza e opposizione senza rispettare la mappa ordinaria dei gruppi. Premio al 42% e candidato premier restano nello sfondo; lo scontro passa dal nome scritto dall’elettore sulla scheda e dal costo politico che quel nome impone alle candidate.

Avviso al lettore: il C.2822-A resta una proposta in Parlamento. Fino al voto conforme di Camera e Senato, con successiva promulgazione e pubblicazione, restano valide le regole attuali.

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I nomi dell’appello e la richiesta alle colleghe

Elena Bonetti per Azione, Silvana Comaroli per la Lega, Isabella De Monte per Forza Italia, Chiara Gribaudo per il Pd e Luana Zanella per Avs hanno firmato una lettera alle deputate della Camera. La richiesta è netta: non votare l’inserimento delle preferenze nella legge elettorale in esame.


La frase su cui ruota l’appello è il giudizio sul voto di preferenza, ritenuto capace di penalizzare la presenza femminile in Parlamento. La stessa sequenza di nomi e partiti compare nelle cronache di ANSA e RaiNews, con la richiesta rivolta alle colleghe di Montecitorio.

Il meccanismo contestato dalle firmatarie

La critica prende di mira la struttura materiale delle campagne. Pesano relazioni locali già consolidate e risorse per muoversi nei territori. Conta poi l’esposizione mediatica accumulata prima della candidatura. Nel ragionamento delle firmatarie queste condizioni gravano sulle candidate che arrivano alla competizione parlamentare con reti meno radicate.

Una preferenza in un collegio ampio richiede presenza continua nel territorio e un cognome già riconoscibile, oltre a risorse per coprire spostamenti e iniziative. L’argomento delle cinque deputate lega il voto nominativo a un costo politico prima ancora che economico.

Il C.2822-A prima del voto sugli emendamenti

Il fascicolo in discussione è il C.2822-A. La Camera ha avviato la discussione generale il 26 giugno; dopo il rinvio deciso nella Conferenza dei capigruppo, il seguito d’Aula è indicato per il 14 luglio. Radio Radicale ha registrato la decisione uscita dalla capigruppo, con opposizioni critiche sui tempi.

Il testo arrivato dall’I Commissione conserva soglia del 42% per il premio, 70 seggi alla Camera, 35 al Senato, tetti di 220 deputati e 113 senatori per il blocco premiato e liste bloccate. La pagina di Sbircia del 1 luglio su Schlein e Conte contro Meloni aveva già fissato questa architettura e il nuovo calendario parlamentare.


La replica: consenso personale contro liste bloccate

Pina Picierno ha rovesciato il ragionamento partendo dalla propria esperienza nel Pd e in Europa: i listini bloccati, nella sua posizione, favoriscono la fedeltà ai vertici a danno della libertà politica. Quotidiano Nazionale riporta la stessa contrapposizione tra appello delle cinque e dissenso della vicepresidente del Parlamento europeo.

Italia Viva ha scelto una risposta ancora più frontale. Maria Elena Boschi e Raffaella Paita, capogruppo nei due rami del Parlamento, rifiutano l’idea di cancellare le preferenze e indicano la doppia preferenza di genere come via per unire scelta dell’elettore e parità nella competizione. Il testo pubblicato dal Corriere della Sera rende esplicito il punto: senza voto nominativo, sostengono, cresce il ruolo delle segreterie.

Bergamini, Biancofiore e il dissenso nel centrodestra

Nel centrodestra emergono posizioni diverse. Deborah Bergamini, vicesegretaria di Forza Italia, sostiene l’appello perché considera la rappresentanza femminile un bene da proteggere nella legge elettorale. Michaela Biancofiore si colloca invece sul versante opposto: merito e consenso personale, nella sua posizione, devono restare parte della politica parlamentare.

La spaccatura interna ha peso procedurale. Se un emendamento sulle preferenze arrivasse in Aula, il voto taglierebbe leadership femminili e appartenenze di coalizione, insieme al rapporto con il territorio. In quella prova contano disciplina dei gruppi e rapporto con chi raccoglie consenso fuori dai partiti.

Doppia preferenza di genere, norma già vagliata

La controproposta di Boschi e Paita richiama un meccanismo già esaminato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 4 del 2010. La regola prevede due preferenze facoltative nella stessa lista; quando l’elettore ne usa due, la seconda deve riguardare un candidato di sesso diverso dal primo. In caso contrario viene annullata soltanto la seconda preferenza.


Nel confronto attuale quel precedente separa due piani: voto nominativo libero e correzione di genere agganciata alla seconda scelta. Chi chiede le preferenze dispone così di una formula giuridica già passata al vaglio costituzionale; chi le respinge concentra la critica sul peso materiale delle campagne.

+Europa allarga il no all’intero testo

Antonella Soldo e Carla Taibi di +Europa condividono il rischio indicato da Bonetti sulle preferenze pur portando il dissenso sull’intero C.2822-A. La loro posizione riguarda premio di maggioranza, liste bloccate, voto fuorisede escluso e clausole sull’esonero dalla raccolta firme.

Il loro intervento spinge l’appello fuori dal solo tema femminile: le preferenze diventano una parte di un fascicolo più largo dove pesano soglia del premio, accesso alla competizione e possibilità di scegliere i candidati. Sky TG24 aveva già isolato il contrasto nella maggioranza sullo stesso capitolo, con Fratelli d’Italia più favorevole a intervenire e Lega e Forza Italia più caute.

La partita delle firme e delle candidature

La frattura sulle preferenze arriva in una riforma che disciplina anche presentazione delle liste e rapporto tra coalizioni. Per i partiti fuori dai gruppi consolidati l’esonero o la raccolta delle firme decidono l’ingresso materiale nella competizione. La posizione di +Europa lega questa soglia d’accesso al diritto di concorrere.

La pagina di Sbircia del 30 giugno su Bignami bis, preferenze e raccolta firme aveva già messo in relazione il voto personale con la clausola sulle firme. L’appello delle deputate inserisce ora la rappresentanza femminile nello stesso fascicolo parlamentare.


La divisione attraversa gli schieramenti

La mappa dei nomi smentisce una lettura per coalizioni. Firmatarie dell’appello arrivano da Azione, Lega, Forza Italia, Pd e Avs; contrarie compaiono dentro Pd, Italia Viva e area centrista di governo. La frattura corre dentro una domanda secca: la parità va affidata alla costruzione delle liste o alla selezione del nome da parte degli elettori?

La risposta non sarà teorica. Un eventuale emendamento dovrà indicare quante preferenze sono ammesse, se la seconda scelta avrà vincolo di genere e come verranno coordinati lista ordinaria, candidati legati al premio e collegi. Senza queste istruzioni, il tema resta dichiarazione politica.

La soglia istituzionale del 14 luglio

Il C.2822-A lascia oggi immutate le regole elettorali. Servono l’approvazione della Camera, il passaggio al Senato nello stesso testo, la promulgazione e la pubblicazione. Il voto del 14 luglio vale come snodo parlamentare. L’entrata in vigore richiede ancora l’intero iter costituzionalmente previsto.

La scheda delle prossime politiche dipenderà dal testo finale. Preferenze assenti significano ordine delle liste deciso prima del voto; preferenze approvate aprirebbero alla competizione fra candidati dentro la stessa lista, con tutte le regole accessorie da scrivere.



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 Junior Cristarella

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