Intelligenza Artificiale, Amy Bruckman: “Non serve vietarla, ripensare verifiche e attività”. Ecco come


L’intelligenza artificiale generativa sta cambiando il modo in cui gli studenti affrontano lo studio e, di conseguenza, impone una revisione del modo in cui scuole e università progettano l’insegnamento. Per Amy Bruckman, docente della Georgia Institute of Technology e ricercatrice nel campo delle comunità online, il dibattito non dovrebbe concentrarsi sul divieto di utilizzare strumenti come ChatGPT, bensì sulla necessità di ripensare la formazione.

È il messaggio al centro del suo intervento Reinventing Teaching After the Introduction of AI, presentato durante il TEDxWeber School Youth.


Per spiegare il cambiamento in corso, Bruckman parte da un episodio accaduto poco dopo l’arrivo di ChatGPT. Uno studente consegnò un elaborato che appariva chiaramente prodotto con l’intelligenza artificiale. Convocato nel suo ufficio, ammise subito di averla utilizzata.

La docente racconta di non essersi soffermata sull’infrazione in sé. Preferì verificare quanto lo studente avesse realmente appreso durante il corso. Gli chiese di spiegare i concetti fondamentali affrontati nelle prime settimane, ma il ragazzo non fu in grado di rispondere. “Non sapeva nulla”, racconta Bruckman, spiegando che proprio quell’episodio le fece comprendere come il problema non fosse il software, ma la perdita del processo di apprendimento.

La “tentazione costante” dell’intelligenza artificiale

Secondo la docente, la situazione attuale nasce dall’incontro tra due fenomeni. Da una parte gli effetti lasciati dalla pandemia sulle abitudini di studio; dall’altra la disponibilità permanente dell’intelligenza artificiale generativa.

Per descrivere questo meccanismo ricorre a un paragone con la guida assistita delle automobili. Racconta di una conversazione avuta con un conducente di Tesla, il quale le confidò che la presenza dell’automazione rendeva più forte la tentazione di distrarsi anche solo per pochi secondi.

“La tentazione è sempre presente”, osserva Bruckman, sostenendo che per molti studenti l’IA rappresenta la scorciatoia immediata davanti a ogni scadenza. Una scelta che può sembrare conveniente nel breve periodo ma che, progressivamente, riduce la capacità di affrontare autonomamente i compiti più complessi.


Perché vietare l’IA non basta

Di fronte a questo scenario, ci si potrebbe aspettare una posizione favorevole al divieto. Invece Bruckman propone l’approccio opposto.

“Ho scelto di fare il contrario”, afferma, spiegando che la continua rincorsa tra software capaci di individuare testi generati dall’IA e modelli sempre più sofisticati rende impossibile costruire un sistema di controllo davvero efficace.

La docente aggiunge anche una motivazione di carattere educativo. Non vuole trasformare il lavoro dell’insegnante in una continua attività investigativa. “Non lavoro perché voglio fare il poliziotto”, osserva, sottolineando come il compito dell’università debba restare quello di insegnare, non di cercare continuamente prove di comportamenti scorretti.

Insegnare un uso responsabile dell’intelligenza artificiale

Il ragionamento parte da una constatazione: indipendentemente dalle decisioni delle scuole, gli studenti utilizzeranno strumenti di intelligenza artificiale una volta entrati nel mondo del lavoro.

“Se gli studenti useranno l’IA nei loro lavori, perché non insegnare come usarla a scuola?”, domanda provocatoriamente.


Bruckman precisa di non voler incoraggiare un utilizzo indiscriminato della tecnologia. Ricorda, ad esempio, che esistono interrogativi aperti sul consumo energetico dei grandi modelli linguistici e sulle conseguenze sociali della loro diffusione. Tuttavia, ritiene che questi aspetti non eliminino la necessità di educare gli studenti a un impiego critico e responsabile.

Ripensare verifiche e attività

L’intelligenza artificiale, secondo la docente, obbliga anche a riprogettare gli strumenti di valutazione.

Per anni uno dei primi elaborati del suo corso consisteva nel raccontare le migliori e peggiori esperienze vissute all’interno di una comunità online. Oggi, spiega, un modello linguistico è perfettamente in grado di produrre un testo convincente su questo tema.

“Il modello linguistico può farlo, e può farlo bene”, osserva. Per questo motivo ha deciso di eliminare alcune attività facilmente automatizzabili e di sostituirle con lavori di progetto, osservazioni sul campo, attività collaborative e prove che richiedono un coinvolgimento personale degli studenti.

Accanto a queste modifiche è tornata anche a utilizzare verifiche in presenza. L’obiettivo, spiega, è poter affermare con certezza che un voto universitario corrisponda a competenze realmente acquisite.


La formazione dei futuri professionisti

Tra le questioni che Bruckman considera più urgenti c’è quella del percorso con cui si formano i professionisti.

Oggi chi possiede anni di esperienza è generalmente in grado di valutare criticamente l’output prodotto dall’IA, correggerlo e migliorarlo. Ma come potranno acquisire questa capacità coloro che stanno iniziando la carriera se molte attività formative vengono ormai svolte automaticamente dai sistemi generativi?

“Lavorare con l’IA e senza IA sono processi cognitivi diversi”, afferma, sostenendo che proprio questo rappresenta uno dei principali temi di ricerca per il futuro dell’educazione.

Più sostegno ai docenti

Nel suo intervento Bruckman richiama anche l’attenzione sulle condizioni di lavoro del personale universitario. Classi sempre più numerose, incombenze amministrative e nuovi compiti legati all’intelligenza artificiale rendono più difficile ripensare la didattica.

Per questo rivolge un appello agli amministratori accademici.


“La facoltà ha bisogno di tempo per ridisegnare i corsi. Ha bisogno di risorse”, afferma, invitando le università a investire nell’innovazione didattica invece di limitarsi a introdurre nuovi divieti.

La ricerca deve ripensare l’educazione

La docente ritiene che nessuno disponga ancora di una risposta definitiva su come insegnare nell’era dell’intelligenza artificiale generativa.

Occorre, sostiene, un grande investimento nella ricerca educativa per comprendere quali metodologie consentano agli studenti di sviluppare capacità di giudizio, spirito critico e autonomia anche in presenza di strumenti sempre più sofisticati.

“Dobbiamo reinventare il nostro insegnamento”, sintetizza.

L’invito agli studenti

Nelle conclusioni del TEDx, Bruckman si rivolge direttamente agli studenti, invitandoli a non considerare ogni compito esclusivamente come un ostacolo da superare nel minor tempo possibile.


“Quali sono i vostri obiettivi? Perché state seguendo questo corso?”, chiede al pubblico. Ogni attività, spiega, dovrebbe essere letta come un’opportunità per costruire competenze utili nel lungo periodo.


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