Il pezzo pubblicato da Sbircia il 27 giugno aveva fissato il segnale del caldo in quota e dello zero termico oltre 4.500 metri. A distanza di una settimana, la notizia ha un passo diverso: la parentesi temporalesca non ha ricostruito la protezione nevosa e il fine settimana del 4 luglio apre la strada a un nuovo rialzo, come registrato anche nel nostro meteo del 4 luglio.
Segnale del 4 luglio: il riferimento da seguire è la quota alla quale la neve residua cede e lascia lavorare il sole sul ghiaccio vivo.
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Il 4 luglio parte con ghiaccio più scoperto
La fase che si apre il 4 luglio non replica il caldo della fine di giugno. Arriva dopo una settimana in cui molte superfici glaciali hanno già perso parte della copertura chiara. Il cambio di colore conta: neve compatta e continua riflette gran parte della radiazione, ghiaccio grigio e bagnato ne assorbe molta di più.
Adnkronos ha raccolto da Vanda Bonardo di Legambiente una stima ormai entrata nel lessico glaciologico italiano: nell’ultimo secolo le Alpi italiane hanno perso tra il 50 e il 60% della superficie glaciale. La cifra serve a leggere il presente senza trattarlo come un episodio isolato. Un apparato già ridotto ha minore inerzia termica e risponde più in fretta a notti senza rigelo.
Il segnale arrivato dal Rodano
Il nuovo indizio arriva dal versante svizzero delle Alpi, vicino per quota e meccanismi fisici. Reuters ha documentato che il 29 giugno 2026 il ghiacciaio del Rodano ha raggiunto il Glacier Loss Day, cioè il momento in cui la neve accumulata in inverno è consumata e la fusione intacca il ghiaccio sottostante. È la seconda data più precoce della serie, dietro al 2022.
Quel segnale non trasferisce di per sé un numero svizzero ai ghiacciai italiani. Dice però che l’arco alpino ha già superato una soglia stagionale che di norma dovrebbe restare più lontana. Se un apparato perde la neve protettiva a fine giugno, luglio non parte da zero: parte con superficie scura, acqua di fusione e crepacci alimentati prima della piena estate.
Valle d’Aosta, Timorion e Rutor non raccontano la stessa stagione
Le misure valdostane separano il discorso per apparato. ARPA Valle d’Aosta ha chiuso la prima fase del monitoraggio 2025-2026 con due messaggi distinti: al Timorion l’accumulo nevoso è sceso sotto la media storica di lungo periodo, al Rutor la misura resta sopra la media ventennale ma inferiore alle ultime tre stagioni invernali.
La differenza tra i due apparati pesa sul modo in cui la fusione entra nell’estate. Timorion porta in luglio un margine più sottile, Rutor parte da una riserva migliore ma meno generosa del recente passato. Il meccanismo finale resta lo stesso: appena la neve perde continuità, la superficie glaciale passa da coperta riflettente a corpo assorbente.
Giugno ha lasciato calore anche in quota
MeteoSvizzera colloca giugno 2026 a circa +3,5 °C sulla norma 1991-2020 su scala nazionale e lo inserisce fra i mesi di giugno più caldi dall’avvio delle misure nel 1864. La porzione alpina italiana non coincide con la rete svizzera. Le masse d’aria di fine giugno hanno attraversato l’arco alpino con continuità sufficiente a incidere anche sui versanti italiani.
Il dato più severo per un ghiacciaio non è la massima di valle. Conta la durata delle ore sopra zero sulla superficie glaciale. Quando lo zero termico resta alto e le minime non riportano gelo, i canali d’acqua continuano a lavorare anche dopo il tramonto. Il ghiaccio non recupera compattezza e la giornata seguente riparte da una superficie già umida.
Zero termico alto: la notte perde il suo freno
ANSA ha fissato con Carlo Barbante, Cnr-Isp e Ca’ Foscari, la soglia osservata oltre 4.500 metri a fine giugno. Nella seconda metà del Novecento la linea media dello zero termico sulle Alpi era intorno a 2.950 metri; nel clima attuale si colloca più spesso nell’area 3.300-3.400 metri e durante la fiammata è salita ancora.
Per la criosfera italiana la differenza tra 3.400 e 4.500 metri non è una variazione di calendario. È il passaggio da una notte capace di indurire neve e ghiaccio a una notte in cui la fusione non si interrompe in modo netto. Nelle lingue glaciali più basse il rigelo debole significa ponti di neve meno affidabili, drenaggi rapidi e maggiore esposizione del ghiaccio già dal mattino.
Marmolada e Adamello: due forme della stessa perdita
La Marmolada rende leggibile la contrazione storica: più area perduta, meno volume, margini arretrati e un corpo glaciale spezzato in unità sempre meno capaci di conservarsi. L’Adamello-Mandrone parla con un linguaggio diverso, perché resta il maggiore ghiacciaio italiano e denuncia la perdita attraverso abbassamento della superficie e riduzione dello spessore.
Il rapporto 2025 di Carovana dei Ghiacciai indicava sull’Adamello-Mandrone un abbassamento di circa 4 metri alla quota di 2.600 metri. La cifra indica perdita verticale, oltre l’arretramento della fronte. Un ghiacciaio grande che perde spessore modifica drenaggi interni, linee di crepaccio e tempi di rilascio dell’acqua.
Acqua estiva: il serbatoio si svuota in anticipo
Nei primi giorni caldi la fusione aumenta l’acqua nei torrenti glaciali e nei canali proglaciali. L’effetto appare favorevole a valle solo finché il serbatoio conserva massa. Se il consumo comincia prima, il rilascio più generoso si sposta verso l’inizio della stagione e lascia una coda più povera nella parte finale dell’estate.
Il resoconto climatico valdostano di giugno registra precipitazioni regionali attorno a 62 millimetri contro una media di circa 84 e portate della Dora Baltea leggermente inferiori alla media del periodo. L’acqua glaciale entra in un sistema già meno ricco di pioggia della norma, con un peso più visibile nelle ore diurne e nei bacini alimentati dai versanti alti.
Versanti instabili e laghi nuovi
Il ritiro del ghiaccio non ridisegna soltanto la carta dei ghiacciai. Libera morene, lascia depressioni che raccolgono acqua e scopre pareti tenute a lungo in un equilibrio termico diverso. Dove il permafrost cede, la roccia perde cemento ghiacciato e la probabilità di crolli aumenta nelle ore calde o dopo temporali su superfici già scaldate.
The Cryosphere ha quantificato la perdita alpina di lungo periodo: dall’acme della Piccola Età Glaciale al 2015 l’area dei ghiacciai delle Alpi europee è scesa da 4.244 a 1.806 chilometri quadrati e il volume da circa 280 a 100 chilometri cubi. La stessa ricerca conta almeno 1.938 ghiacciai scomparsi. Dentro quel restringimento nascono nuove rive, nuovi sedimenti e nuove vie per l’acqua.
Dal 6 luglio il caldo torna a salire
ARPA Piemonte segnala per il 4 luglio un anticiclone esteso con temperature e disagio fisico in aumento. Sbircia ha già separato la pausa del weekend dal nuovo rialzo atteso dal 6 luglio: per i ghiacciai contano meno le massime in città della quota della massa d’aria calda sopra i rilievi.
Una nuova risalita dopo neve già consumata agisce su superfici preparate dalla fiammata precedente. La prima ondata ha tolto parte della copertura; la seconda lavora più facilmente sul ghiaccio. A parità di temperatura, un ghiacciaio scoperto assorbe più energia di uno ancora bianco e continuo.
Le misure di fine stagione diranno dove la perdita corre di più
Il bilancio di massa annuale si chiude con rilievi di fine estate, paline, densità della neve e calcolo dell’equivalente d’acqua. Nessun calcolo serio anticipa il numero finale di settembre a inizio luglio. La condizione fisica di partenza, però, è già visibile: neve residua meno continua, zero termico alto e superfici glaciali esposte prima del periodo più caldo.
Copernicus, nel capitolo europeo sui ghiacciai 2025, lega la perdita di massa a tre fattori che nel 2026 ritroviamo in sequenza: manto nevoso più sottile a fine inverno, temperature superiori alla norma e radiazione estiva. La stagione in corso andrà misurata sul terreno. La traiettoria iniziale è già entrata nella finestra peggiore per gli apparati sotto quota 3.500 metri.
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Junior Cristarella
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