La storia pop dell’icona di Santa Rosalia


Identità, comunità, ferita e rinascita, il rito come strumento di coesione e di superamento del dramma. Sono alcuni dei concetti chiave intorno a cui ruota il Festino di Santa Rosalia, che da 402 anni Palermo dedica alla sua Patrona, fanciulla vissuta tra il 1130 e il 1170, il cui spirito discese nel 1624 sulla città devastata dalla peste, salvandola dal vortice di morte e di contagi. Fu così che la contessina Rosalia Sinibaldi, resuscitata in un innesto di storia e leggenda, divenne mito fondativo cittadino al servizio della narrazione ecclesiastica: beatificazione offerta a un popolo stremato, spaventato, in cerca di riferimenti e rassicurazioni.

Antoon van Dyck, Santa Rosalia, olio su tela – 1625 ca. Museo del Prado, Madrid

Culto e festa di Santa Rosalia a Palermo

Il celebre Festino procede così di anno in anno, cambiando pelle e adeguandosi tra alti e bassi ai costumi del tempo, in un mix progressivo di sacro e profano, cultura e spiritualità, evocazioni storiche e agiografiche, turismo, intrattenimento, creatività. Una festa che attraversa i secoli, nel segno di una devozione gioiosamente spettacolare e di un’invocata grazia o risalita, là dove la memoria dell’antica tragedia ritorna nei patimenti di oggi e di domani.
Da una dimensione di fede estrovertita, divenuta collante sociale, questo resistente dispositivo antropologico rivela la sua natura straordinariamente pop: nel teatro del centro storico fiumi di persone seguono il palinsesto di acrobazie, spettacoli, orchestre, giochi di luce, tra venditori di street food e souvenir, secondo una sintesi tutta palermitana di devozione, identità, ludicità.
Di più. Per il sindaco di Palermo Roberto La Galla il Festino è ormai un “brand”, con numeri crescenti in termini di presenza turistica, grazie anche alle strategie di marketing e comunicazione rafforzate nel 2024 per i 400 anni dalla nascita del culto della Santa. Fu una specie di brand il personaggio di Rosalia, nel meccanismo di costruzione dell’icona sacra operato dalla Chiesa (il pittore fiammingo Antoon van Dyck ne interpretò il volto in alcune mirabili versioni, influenzando tanti artisti siciliani); e lo diventa oggi stricto sensu il rito religioso e insieme mondano che ruota intorno alla figura di lei, giovane eremita devota a Dio, in fuga da un matrimonio combinato, santificata cinque secoli dopo la morte allorquando se ne rinvennero le ossa in una grotta sul Monte Pellegrino, con immediato epilogo dell’epidemia.

Palermo e Santa Rosalia: storie di icone pop tra sacro e profano. Dai carri trionfali ai murales
Apparato scenico per la festa di Santa Rosalia, 1651, collezione Gallerie regionali di Palazzo Abatellis, Palermo

I carri trionfali per Santa Rosalia

Perno della festa resta il carro, monumento su due ruote che accoglie il simulacro di Rosalia procedendo nella notte tra il 14 e il 15 luglio, con musicisti, attori e danzatori al seguito. Nulla vi è di antico e di letteralmente “sacro”: nessuna reliquia condotta in processione, con carro e statua che anziché tramandarsi nei secoli vengono ogni anno ideati ex novo da artisti o architetti. Un ampio nucleo di tavole, incisioni e acquarelli, raffiguranti carri trionfali, dispositivi pirotecnici e scene della festa, fu acquisito nell’Ottocento dall’allora Museo Nazionale ed è oggi custodito nelle collezioni di Palazzo Abatellis: una testimonianza della storica attività di progettazione creativa al servizio del Festino.
Oggi, dopo anni di carri piuttosto mediocri, niente più che manufatti artigianali con qualche velleità artistica, il 2026 segna il ritorno a un importante visione d’autore. L’ultima risale al 2007, quando il grande artista Jannis Kounellis presentò il suo essenziale carro ligneo, costruito sul modello di una tradizionale barca per la pesca del tonno, con la candida vela tempestata da una pioggia di cristalli Swarovski.


Palermo e Santa Rosalia: storie di icone pop tra sacro e profano. Dai carri trionfali ai murales

Un carro d’autore per il Festino 2026

Stavolta è un architetto di fama internazionale a metterci la firma: Mario Cucinella, con il suo MCA – Mario Cucinella Architects, ha da poco annunciato il suo bio-carro, sintesi di architettura e natura, intitolato a quel sincretismo culturale che rende unica Palermo e la Sicilia tutta. Ultimamente assai presente sull’isola per via di due progetti in cantiere – il nuovo Museo Giardino Santa Rosalia, promosso dalla Fondazione Sicilia con il Comune di Palermo, e il Visitor Center voluto dalla Regione nei pressi del Grande Cretto di Burri – Cucinella racconta così la sua visione: “La notte del Festino si celebra la vita, la fede, la liberazione e l’appartenenza. Palermo ha una storia antica di tolleranza e di cultura, da cui tanto si può ancora apprendere. Con il Carro di Santa Rosalia festeggiamo l’armonia che è nata da uno scontro e da una stratificazione di differenze che hanno scritto i capitoli di una storia di bellezza. Quando il nodo normanno dialoga con la stella saladina, nasce un nuovo codice di valore che parla un linguaggio comprensibile a tutti”.

Palermo e Santa Rosalia: storie di icone pop tra sacro e profano. Dai carri trionfali ai murales
Mario Cucinella – Ph. Julius Hirtzberger

E sarà dunque un carro-eden, memoria dei rigogliosi giardini arabi e delle austere architetture normanne magistralmente fuse con elementi decorativi islamici: bosco semovente e ibrido, in cui le essenze mediterranee restituiranno l’idea di una Palermo felicissima, culturalmente vivace, fertile e inclusiva. Dalla vegetazione sboccerà la statua della Santa, simbolo di rigenerazione universale, come un arbusto nel mezzo della speranza e nel segno di una necessaria biodiversità.
Il carro dello Studio Cucinella sarà realizzato in collaborazione con il SiMuA (Sistema museale universitario) e l’Orto Botanico di Palermo. La direzione artistica è di Luca Pintacuda, mentre la produzione è affidata a Odd Agency, in partnership con Coopculture.
“Dal dramma nasce il rito, dal rito la comunità” è il sottotitolo scelto per questa edizione, in linea anche con l’Anno Europeo dei Normanni 2027 che segna il millenario della nascita di Guglielmo il Conquistatore, evento di cui Palermo è coprotagonista con il suo itinerario Unesco arabo-normanno. Il tema del rito che guarisce e della comunità che supera il dolore, così centrale nella storia della Santuzza, trova un riverbero nella vicenda di rinascita, conciliazione e dialogo interculturale che gli invasori Normanni seppero incarnare dopo una faticosa stagione di crisi, conflitti, capitolazioni; e così nel carro green di MCA l’idea di trauma e di salvezza si declina ulteriormente, spingendosi fin dentro la questione ecologica, tra inquinamento, sfruttamento delle risorse e climate change: è la grande tragedia odierna, che il miracolo delle coscienze attive può e deve arginare.

Palermo e Santa Rosalia: storie di icone pop tra sacro e profano. Dai carri trionfali ai murales
Carro di Santa Rosalia 2026 by Mario Cucinella Architects – work in progress

Il selfie di Rosalia davanti al carro del 2025

Intanto, sperando che il progetto di Cucinella inauguri una serie di carri prestigiosi, concepiti come vere installazioni pubbliche, ci si interroga sul posizionamento post festa. Se prima, al termine del suo tragitto, il carro trovava posto per tutto l’anno in uno slargo dell’ampio Foro Italico, negli ultimi anni lo si è voluto incastrare nello strepitoso scorcio di via Bonello, sul lato della Cattedrale: passaggio troppo stretto e suggestivo per impallarlo con l’enorme manufatto, il quale beneficia sì delle masse di turisti in transito – felici di concedersi un selfie con la Santa – ma che sacrifica l’equilibrio di linee prospettiche e volumi architettonici.

In questo punto sta adesso trascorrendo i suoi ultimi giorni il carro del 2025, che poi è lo stesso del 2024 riciclato e parzialmente modificato. Firmato dallo scultore palermitano Giacomo Rizzo, resta a parer nostro uno dei meno riusciti degli ultimi tempi. Un carro-barca intitolato a un kitsch baroccheggiante, penalizzato da rigidità, banalità decorative e ridondanze plastiche, con la legnosa gigantessa Rosalia piazzata al centro e un’enorme aquila nera stecchita sulla prua, come precipitata al termine di un volo rovinoso.
E però, a proposito di turisti, selfie e brand, il carro di Rizzo (criticato da alcuni, apprezzato da altri) esce di scena portandosi dietro un piccolo lascito speciale. Succede infatti che lo scorso maggio, poco prima del matrimonio palermitano di Dua Lipa, un’altra star internazionale appariva tra le vie della città. Ironica, avvezza all’intreccio di sacro e profano, la brava cantante spagnola Rosalia si immortalava dinanzi alla statua della sua celebre omonima, imitandone la posa con la mano protesa in avanti nell’atto di porgere una rosa. Doppio ritratto per le due Rosalie mediterranee, pubblicato su Instagram a giugno e decollato con effetto virale.

Rosalia omaggia Rosalia. Una canzone pop per la Santuzza

Rosalia è del resto legata a Palermo da un rapporto d’amore e ispirazione: la sua canzone Focu ranni, tratta dall’album Lux e pubblicata come singolo ad aprile 2026, è dedicata alla figura della Santuzza, che lei stessa interpreta liberamente nel videoclip del brano. Bendata, in abito da sposa, in fuga su una motocicletta nel buio di un’anonima città, si ritrova poi a cavallo fra paesaggi bucolici, dove un coro di ancelle vestite di bianco sembra citare il film Picnic ad Hanging Rock. Il riferimento – attualizzato in un storytelling pop, con accenti di ribellismo ed empowerment femminista – è proprio alla vita di Rosalia Sinibaldi, che mille anni fa scelse l’isolamento mistico per sottrarsi alle nozze coatte e seguire la via dello spirito. Quel “focu ranni” è il fuoco del dramma, del tormento, a cui preferire il rischio di un ignoto precipizio per riprendersi spazio, desiderio, indipendenza. È cantata in dialetto siciliano la chiosa: Tu / U me focu ‘ranni / Mi jittaiu nta lu nenti / Pi nun pèrdiri a libbirta’ / E l’amure senza liggi / È l’unicu c’accittassi / Mi jeccu nta lu nenti / Prima d’abbruciarimi (“Tu / Il mio fuoco grande / Mi sono gettata nel niente / Per non perdere la libertà / E l’amore senza legge / È l’unico che accetterei / Mi getto nel niente / Prima di bruciarmi”). Il disco mescola 13 lingue e dialetti, generi musicali diversi, vite di mistiche e sante, puntando sull’idea di contaminazione e sperimentazione a partire da eterogenei rimandi alla tradizione. Performer ideale per la notte del festino palermitano: ingaggiarla sarebbe stata sì una straordinaria mossa di marketing.


Palermo e Santa Rosalia: storie di icone pop tra sacro e profano. Dai carri trionfali ai murales
Igor Scalisi Palminteri, Estasi, 2026 – Palermo, quartiere Villaggio Santa Rosalia 2

Il murale di Palminteri dedicato a Rosalia

E allora tra giardini arabo-normanni, dispositivi scenici, ambientalismo, fuochi d’artificio, santi, saltimbanchi e narratori, miti da custodire e memorie da rinverdire, ci si aggrappa ai concetti di identità e di comunità, provando a farne qualcosa di convincente, di seducente, ancora di sensato. Immancabile in questo teatro popolare il linguaggio che buca ogni frontiera, accolto con trasversale acclamazione: la Street Art, nella sua odierna forma di muralismo decorativo, con il suo business su commissione e la sua attitudine al consenso, a pochi giorni dal 402simo Festino regala a Palermo una grande raffigurazione di Rosalia. Non la Santa, però: trastullandosi con il gioco delle omonimie e delle citazioni Igor Scalisi Palmiteri, nel quartiere “Villaggio Santa Rosalia” (giusto per ribadire il concetto), realizza un ritratto della cantante catalana intitolato Estasi, riproduzione di una foto contenuta nel book promozionale di Lux: mani giunte in preghiera, occhi chiusi, bocca a cuore, abito tecno-tribale tutto frange e stringhe, Rosalia assomiglia a una santa nomade, sexy, futuristica, nuova icona metropolitana sovrapposta a quella religiosa che da quattro secoli abita l’immaginario cittadino.

Palermo e Santa Rosalia: storie di icone pop tra sacro e profano. Dai carri trionfali ai murales
Rosalia, la foto riprodotta da Igor Scalisi Palminteri nel suo murale

Street art e retoriche urbane: santi, divi e vittime di mafia

Ma c’era davvero bisogno di questo ennesimo murale in una Palermo già sovraccarica di facce dipinte e celebrazioni bidimensionali? C’è davvero bisogno di questa saturazione visiva orientata alla riconoscibilità, ai buoni sentimenti, alla rappresentazione mediatica, al messaggio che gratifica e consola?
Muro dopo muro, Scalisi Palmiteri ha in larga parte connotato il paesaggio urbano palermitano, imponendo allo sguardo una quantità di opere dedicate a santi (Rosalia inclusa) e figure del quotidiano, volti di oggi e di ieri chiamati ad alimentare processi di identificazione e di comunità. Peccato che forme e contenuti non si spostino dal cliché di un muralismo ingenuo, senza guizzi né coraggio, imbevuto di messaggi positivi, di retoriche del colore e della partecipazione. Linea iconografica che convive con l’altra narrazione diffusa, quella dedicata agli eroi morti ammazzati, nella solita antimafia da raccontino illustrato. E poco importa, parrebbe, se in molti casi la mano di questo o quell’artista non sia poi così talentuosa: muri modesti, non di rado, ma che portano con sé storie edificanti, nobili propositi e volti noti. Tanto basta.

Accade ovunque, in ogni città e regione. E così sui muri di tutta Italia si celebrano personaggi della musica leggera, stelle dello showbiz, campioni sportivi, oppure vittime di omicidi e femminicidi: nomi cari a un pubblico da corteggiare, divertire, confortare. Anche a Palermo, con il gigantesco volto della cantante Rosalia, si assiste all’incomprensibile filone dei monumenti ai vivi e ai famosi, per cui giovani star, balzate da una post Instagram a una facciata cieca, si trovano a incarnare l’idolatria dell’effimero. È la cronaca dello spettacolo che si trasforma in memoriale urbano.

I grandi di Sicilia su un muro

Un’idea d’arte pubblica che non smuove e non convince: conciliante, inoffensiva, illustrativa, costruita per sollecitare ondate di acclamazione popolare. Molti click, molto onore. E l’opera vive nel rettangolo di un post, di un profilo social, di un video emozionale, pensata per funzionare come immaginetta volatile, d’impatto, inquadrata in verticale a misura di smartphone.

E se nel mare magnum di commenti entusiastici qualche critica si leva, rispetto a un neo populismo visivo che fonde religione, antimafia e divismo a buon mercato, l’industria dei muri non subisce nessuna reale messa in discussione. Per restare in Sicilia, a San Cataldo, in provincia di Agrigento, lo street artist Loste ha appena terminato un muro lungo 60 metri su cui scorrono i volti di 27 Grandi di Sicilia, tra caduti di mafia, scrittori, calciatori, cantautori, scienziati: da Falcone e Borsellino a Pippo Baudo, da Totò Schillaci ad Antonio Zichichi, da Piersanti Mattarella a Franco Battiato, da Rosario Livatino a Franco e Ciccio, da Renato Guttuso a Peppino Impastato. Solo tre donne nel minestrone celebrativo: Letizia Battaglia, Franca Viola e Rosa Balistreri. Mediocre la resa pittorica, arbitraria e infinitamente parziale la selezione dei nomi (impossibile citare tutti i grandi siciliani, dunque un’operazione gratuita), ma soprattutto didascalica la formula, ripetuta nell’ennesimo compitino monumentale.

Atteso dunque con una buona dose di curiosità e speranza il carro-installazione di Cucinella, esperimento di architettura performativa incastonato nella memoria storica e religiosa della città. Magari capace di brillare nel vuoto di sistema che Palermo sconta in fatto di arte pubblica e, in generale, di produzione e ricerca contemporanea. Al di là dei brand, dei trend, del turismo di massa e della solita retorica spalmata di muro in muro, di quartiere in quartiere.

Helga Marsala

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati



#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Helga Marsala

Source link

Di