Delfin, Leonardo Maria diserta l’assemblea: la successione è ferma


LEONARDO MARIA DEL VECCHIO, IMPRENDITORE

La resa dei conti non c’è stata. O, forse, c’è stata proprio perché nessuno ha cambiato posizione. L’assemblea di Delfin, la holding lussemburghese attraverso la quale la famiglia Del Vecchio controlla alcune delle partecipazioni più importanti della finanza italiana ed europea, si è conclusa certificando una situazione di sostanziale immobilismo. L’assenza di Leonardo Maria Del Vecchio ha segnato simbolicamente una riunione che avrebbe dovuto aprire una nuova fase negli assetti della società e che, invece, ha fotografato una frattura ancora lontana dal ricomporsi.

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Gli altri sette soci presenti – Luca Del Vecchio, Paola Del Vecchio, Clemente Del Vecchio, Claudio Del Vecchio, Marisa Del Vecchio, Rocco Basilico e Nicoletta Zampillo – hanno comunque portato a termine i lavori approvando il bilancio 2025, respingendo l’ipotesi di aumentare in modo significativo la distribuzione degli utili e procedendo soltanto alla nomina di due dei tre nuovi commissari ai conti. Una decisione che lascia invariati gli equilibri di governance e conferma come la partita per il futuro della cassaforte di famiglia sia tutt’altro che conclusa.

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Il passaggio più delicato – secondo la ricostruzione de il Sole-24 Ore riguarda proprio il progetto di riassetto che avrebbe dovuto consentire a Leonardo Maria Del Vecchio di rafforzare la propria posizione all’interno della holding acquistando le quote detenute dai fratelli Paola e Luca. Un’operazione che richiedeva la cosiddetta lettera di patronage, indispensabile per soddisfare le richieste degli istituti finanziatori. Il consiglio di amministrazione, tuttavia, aveva già espresso in precedenza un orientamento contrario e non è tornato a riunirsi prima dell’assemblea, limitandosi a confermare quella decisione. La mancanza di una garanzia richiesta dalle banche ha di fatto bloccato l’intera operazione, riportando la holding nella situazione precedente.

Secondo la ricostruzione, sarebbe stata proprio questa scelta del consiglio a convincere Leonardo Maria Del Vecchio a non prendere parte all’assemblea. Al posto della presenza fisica è arrivata una lunga comunicazione scritta nella quale il manager, oggi chief strategy officer di EssilorLuxottica e presidente di Ray-Ban, ha spiegato le ragioni della propria posizione, indicando una serie di criticità che, a suo giudizio, sarebbero rimaste irrisolte.

Nel documento vengono contestate innanzitutto alcune decisioni del consiglio di amministrazione. Leonardo Maria punta il dito contro quella che definisce una “ingiustificabile inerzia” relativamente all’iscrizione nel libro soci di Rocco Basilico. Nella lettera trovano spazio anche le critiche alle iniziative assunte dallo stesso Basilico, descritte come una reazione “scomposta”, mentre viene respinta con decisione qualsiasi ipotesi di vendita delle partecipazioni della holding a valori inferiori rispetto al mercato, uno scenario definito “illogico” e contrario agli interessi della società.

Tra le contestazioni figura anche la mancata disponibilità della documentazione ritenuta necessaria per esaminare il progetto di bilancio 2025. Una circostanza che, secondo Leonardo Maria, non avrebbe consentito una valutazione completa dei conti e avrebbe quindi reso impossibile la partecipazione consapevole all’assemblea chiamata ad approvarli.

Negli ambienti vicini all’imprenditore viene inoltre evidenziato come l’assenza sia stata una scelta ponderata. Un voto contrario sul bilancio avrebbe potuto incidere sul risultato della riunione e irrigidire ulteriormente il confronto con gli altri soci. Da qui la decisione di affidare le proprie contestazioni a una lettera destinata sia al consiglio sia agli altri azionisti.

L’assemblea ha comunque approvato senza voti contrari il bilancio dell’esercizio 2025. I sette soci presenti hanno dato il via libera a un utile pari a 1,5 miliardi di euro, in crescita rispetto agli oltre 1,4 miliardi registrati nel 2024. A sostenere il risultato è stato soprattutto il flusso di dividendi provenienti dalle partecipazioni strategiche della holding, salito al livello record di 1,2 miliardi di euro, contro gli 1,1 miliardi dell’anno precedente.

Il patrimonio di Delfin continua infatti a poggiare su alcune delle principali società quotate italiane ed europee. La holding possiede il 32,4% di EssilorLuxottica, il 28% della società immobiliare Covivio, il 17,5% di Monte dei Paschi di Siena, partecipazione rafforzata anche attraverso il conferimento delle azioni Mediobanca nell’offerta pubblica di scambio promossa da Mps nel corso del 2025. A queste si aggiungono una quota di circa il 2,7% in UniCredit e una partecipazione del 10% nel capitale di Generali.

Sul fronte della remunerazione degli azionisti è arrivata invece una decisione destinata ad avere conseguenze dirette sul progetto di riassetto della proprietà. Soltanto pochi mesi fa, nell’assemblea del 27 aprile, era stata approvata una modifica che consentiva, nel periodo compreso tra il 2025 e il 2028, di distribuire fino all’80% degli utili, proprio per agevolare il percorso immaginato da Leonardo Maria Del Vecchio.

L’assemblea appena conclusa ha invece invertito quella scelta. I soci hanno deciso di mantenere la distribuzione minima del 10% degli utili, limitando così il dividendo complessivo a 150 milioni di euro. Ciascuno degli otto azionisti riceverà quindi una cedola di 18,75 milioni di euro, una cifra significativamente inferiore rispetto a quella che sarebbe derivata dall’applicazione del nuovo criterio approvato ad aprile.

Anche sul fronte degli organi di controllo il risultato ha confermato la difficoltà di raggiungere un compromesso. Sono stati nominati Lara Forte e Fabio Scoyni come due dei tre nuovi commissari ai conti, mentre non ha ottenuto il consenso unanime richiesto la candidatura di Marco Talarico, storico collaboratore di Leonardo Maria Del Vecchio. La stessa esigenza dell’unanimità ha impedito anche l’approvazione della possibilità per alcuni eredi di trasferire la propria quota del 12,5% nelle rispettive società personali.

L’impressione prevalente negli ambienti finanziari è che la partita non sia affatto chiusa. Anzi, il mancato accordo rende ancora più urgente individuare una soluzione capace di semplificare una struttura proprietaria diventata sempre più complessa. Tra le ipotesi allo studio continuano a circolare operazioni di liquidazione pro quota, riacquisto di partecipazioni da parte della stessa Delfin o altri strumenti che possano consentire ad alcuni soci di monetizzare il proprio investimento senza compromettere la stabilità della holding.

Per il momento, tuttavia, prevale lo stallo. La governance resta immutata, il consiglio di amministrazione mantiene il proprio ruolo e il progetto di riassetto immaginato per ridefinire gli equilibri della finanziaria viene rinviato. Una situazione che prolunga l’incertezza attorno a una delle holding più influenti del capitalismo italiano, azionista di riferimento di gruppi strategici nei settori dell’occhialeria, della finanza, del credito, dell’immobiliare e delle assicurazioni.


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 Cristina Giua

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