Una lettura di Higher Power, l’opera di Chris Levine a Venezia


Chi non ha visto o sentito parlare di Higher Power? L’installazione atmosferica del celebre artista britannico Chris Levine (Ontario, 1960) che, per sette notti consecutive, dal 4 all’11 maggio 2026, ha illuminato il cielo sopra la laguna veneta con il più grande fascio di luce mai realizzato, segnando in grande stile l’apertura della Biennale di Venezia 2026. Chi non ha avuto l’occasione di vederla con i propri occhi ne sarà probabilmente rimasto ugualmente colpito attraverso le innumerevoli immagini circolate sul web e sui social network. La missione dichiarata dell’opera era quella di invitare il pubblico di Venezia, e non solo, ad alzare lo sguardo. Perché oggi tutti guardiamo costantemente verso il basso, attratti da un’altra luce che domina le nostre giornate: quella blu degli schermi.

Chris Levine , Higher Power, dal 4 all’11 maggio 2026, Venezia, San Clemente Palace, ®Pete Huggins

Higher Power di Chris Levine a Venezia

L’installazione, proiettata dall’isola di San Clemente, ha utilizzato un sistema laser di livello militare riconvertito per lo scopo. Il fascio luminoso ad alta intensità è stato sviluppato in collaborazione con ingegneri ottici tedeschi. Durante la fase di progettazione, le proiezioni di prova sono state rilevate dalla International Space Station, a circa 250 miglia (402 chilometri) sopra la Terra, confermando la straordinaria portata atmosferica dell’opera. Higher Power prosegue la lunga ricerca di Levine sulla luce come mezzo espressivo e come messaggio, operando all’intersezione tra tecnologia, percezione e spiritualità. L’installazione fa parte di una serie di opere atmosferiche basate su fasci luminosi, presentata per la prima volta a Noor Riyadh 2024 e successivamente esposta presso The Chancery Rosewood e l’Houghton Festival, con ogni nuova iterazione caratterizzata da una scala e un’ambizione crescenti. Higher Power utilizza un fascio di luce a frequenza singola progettato per catturare l’attenzione e indurre uno stato meditativo nell’osservatore. L’opera, che oscilla a 432 Hz, una frequenza tradizionalmente associata alla guarigione, è concepita come un atto collettivo di osservazione. Higher Power invita il pubblico a tornare nel qui e ora, a fermarsi, uscire all’aperto e guardare in alto, trasformando il cielo in uno spazio condiviso di connessione.

L’arte come fenomeno sociale-mediale

Tra i molteplici aspetti interessanti sollevati da quest’opera, che esce dagli spazi canonici dell’arte per abitare non soltanto lo spazio urbano come intervento di arte pubblica ma, in un certo senso, lo spazio stesso, credo sia importante soffermarsi innanzitutto sulle primissime reazioni che l’intervento ha generato. Quando non tutti avevano ancora chiaro di cosa si trattasse, si è infatti prodotta una vera e propria fibrillazione sociale e mediatica attorno al “misterioso fascio di luce” visibile da chilometri di distanza. Le cronache di quelle ore raccontavano di numerose segnalazioni da parte di cittadini increduli, di verifiche da parte delle autorità locali e di una quantità di domande senza risposta che si sono rapidamente diffuse online. Sui social network si è passati dalle ipotesi più plausibili alle teorie più fantasiose: c’era chi evocava l’arrivo degli alieni, chi immaginava fenomeni atmosferici anomali e chi, semplicemente, cercava di capire cosa stesse accadendo. L’insolita visione ha alimentato così un dibattito pubblico spontaneo attorno a un fenomeno che, per alcune ore, è esistito prima come mistero che come opera d’arte. Il climax è naturalmente arrivato nel momento in cui è stata rivelata l’origine artistica dell’intervento. Ma forse l’aspetto più interessante non è la soluzione dell’enigma, bensì l’enigma stesso. Per qualche tempo, infatti, Higher Power ha funzionato come una sorta di opera d’arte inconsapevole: un fenomeno collettivo che le persone osservavano, commentavano e interpretavano senza sapere di trovarsi di fronte a un progetto artistico.

Chris Levine , Higher Power, dal 4 all'11 maggio 2026, Venezia, alcuni screenshot di articoli a riguardo
Chris Levine , Higher Power, dal 4 all’11 maggio 2026, Venezia, alcuni screenshot di articoli a riguardo

Higher Power e la riflessione sull’attenzione contemporanea

È qui che emerge una delle questioni più interessanti sollevate dal lavoro di Levine. L’arte contemporanea, quando riesce a uscire dai propri confini tradizionali, può trasformarsi in un fenomeno di massa capace di generare conversazioni, produrre immaginari, alterare temporaneamente la percezione collettiva della realtà. Può inserirsi nel flusso delle notizie, contaminare il dibattito pubblico e stimolare nuove forme di consapevolezza. Forse si tratta di uno dei pochi linguaggi che ancora riescono, almeno in casi virtuosi come questo, a interrompere per un momento la continua guerra dell’attenzione che ogni giorno si combatte tra la nostra mente e lo smartphone che teniamo costantemente in mano.

Higher Power di Chris Levine e la luce verde de “Il grande Gatsby

A conferma dell’immediatezza e della vicinanza alla cultura pop di Higher Power, elementi che ne hanno probabilmente facilitato la trasformazione in fenomeno sociale-mediale, vi sono le numerose analogie che il celebre fascio di luce ha evocato nell’immaginario collettivo, soprattutto in ambito cinematografico e letterario. La più immediata, almeno sul piano simbolico, è forse la celebre luce verde de Il grande Gatsby. Quella piccola luce che appare in lontananza, al termine del pontile della casa di Daisy, non è importante per ciò che è materialmente. La sua forza risiede piuttosto nella capacità di condensare desideri, speranze e proiezioni. Per Gatsby quella luce rappresenta una promessa, una direzione, un futuro possibile. È il simbolo di qualcosa che sembra sempre a portata di mano e che, proprio per questo, continua a sfuggire. In fondo la luce verde non coincide nemmeno con Daisy. È molto più di lei, è la forma visibile del desiderio umano. È il sogno che prende corpo all’orizzonte. È la convinzione che esista sempre qualcosa oltre il presente, oltre ciò che possediamo e conosciamo. È la luce in fondo al tunnel, la luna riflessa nelle profondità di un pozzo, il miraggio di una vita ideale che il sognatore continua ostinatamente a considerare reale. Anche il fascio luminoso di Levine agisce in maniera simile. Non impone una narrazione univoca e non offre una spiegazione definitiva. È una presenza aperta che ciascuno può riempire con il proprio immaginario. Per alcuni può evocare un segnale, per altri una soglia, un richiamo spirituale, un portale simbolico o semplicemente un’esperienza estetica. Come la luce di Gatsby, anche Higher Power funziona come uno schermo simbolico sul quale proiettiamo aspettative, paure, desideri e possibilità.

Chris Levine , Higher Power, dal 4 all'11 maggio 2026, Venezia, San Clemente Palace, ®Pete Huggins
Chris Levine , Higher Power, dal 4 all’11 maggio 2026, Venezia, San Clemente Palace, ®Pete Huggins

Higher Power di Chris Levine e “Don’t Look Up

Un altro film che inevitabilmente viene alla mente è Don’t Look Up di Adam McKay. Anche qui Leonardo DiCaprio interpreta uno dei protagonisti di una storia che ruota attorno all’imminente impatto di una cometa con la Terra. Una vicenda che si configura come allegoria del cambiamento climatico e, al tempo stesso, come pungente satira dell’incapacità di governi, media e opinione pubblica di riconoscere ciò che è realmente importante. L’invito implicito di Don’t Look Up è paradossalmente l’opposto di quello suggerito dal titolo: guardare in alto. Sollevare lo sguardo, prendere coscienza di ciò che accade attorno a noi e sottrarci alla distrazione permanente prodotta dal ciclo incessante dell’intrattenimento e dell’informazione. Da questo punto di vista, il fascio luminoso di Levine sembra intercettare una sensibilità culturale già presente nel nostro immaginario contemporaneo. Non a caso è stato immediatamente riconosciuto, commentato e condiviso. La sua forza non deriva soltanto dall’impatto visivo, ma dalla capacità di attivare archetipi, narrazioni e riferimenti che appartengono già alla memoria collettiva. Ed è forse proprio questa capacità di dialogare simultaneamente con l’arte, il cinema, la letteratura, la spiritualità e la cultura digitale a spiegare perché Higher Power sia riuscita a trascendere il proprio statuto di installazione artistica per trasformarsi in un vero fenomeno culturale.

Chris Levine , Higher Power, dal 4 all'11 maggio 2026, Venezia, San Clemente Palace, ®Pete Huggins
Chris Levine , Higher Power, dal 4 all’11 maggio 2026, Venezia, San Clemente Palace, ®Pete Huggins

Dalla Land Art alla Sky Art

C’è da dire che anche sul piano concettuale e della classificazione all’interno dei linguaggi della storia dell’arte contemporanea, l’installazione atmosferica di Chris Levine offre interessanti spunti di riflessione. Opere che dialogano con il cielo e con lo spazio atmosferico esistono già da decenni. Tuttavia Higher Power sembra rappresentare un ulteriore tassello verso una possibile genealogia di quella che potremmo definire: “Sky Art“. Se la Land Art ha spostato l’opera fuori dal museo per confrontarla con il paesaggio terrestre, qui assistiamo a un movimento ulteriore: l’espansione dell’intervento artistico verso la dimensione atmosferica. Higher Power conserva certamente alcuni elementi tipici della Land Art, ma li proietta verso l’alto. L’estetica del laser, che per certi versi richiama la grammatica minimale della luce artificiale, basti pensare ai tubi fluorescenti di Dan Flavin, può trovare un dialogo particolarmente fertile con uno dei più celebri earthwork della storia dell’arte contemporanea: Double Negative di Michael Heizer. Realizzato nel 1969 nel deserto del Nevada, Double Negative consiste in due enormi incisioni scavate sui margini opposti di un canyon. L’opera è caratterizzata da un centro inaccessibile: il vuoto del burrone che separa le due estremità. In modo sorprendentemente analogo, anche Higher Power si struttura come un’opera fondamentalmente lineare e duale. Se in Heizer i due poli sono costituiti dai lembi del canyon, in Levine i due estremi sono la terra e il cielo. In entrambi i casi lo spazio dell’opera coincide con un luogo che non può essere realmente abitato. È uno spazio-altro che può essere attraversato soltanto attraverso lo sguardo e il pensiero. Forse è proprio in questa tensione che si trova uno degli aspetti più innovativi dell’opera. Se la Land Art interveniva sulla materia terrestre modificandone la percezione, una possibile Sky Art sembrerebbe invece operare direttamente sull’atmosfera e sull’immaginario. Non costruisce oggetti, ma condizioni percettive, non modella il paesaggio, ma l’orizzonte. Non occupa uno spazio delimitato, ma un campo visivo potenzialmente condiviso da un’intera comunità. Naturalmente esistono antecedenti importanti che possono essere riletti in questa direzione, dagli Sky Events di Otto Piene alle ricerche percettive di James Turrell, fino alle sperimentazioni atmosferiche di Tomás Saraceno. Tuttavia il lavoro di Levine sembra spingere ulteriormente questa traiettoria, trasformando il cielo stesso nel supporto dell’opera. Se la Land Art ha ridefinito il rapporto tra arte e territorio, la Sky Art potrebbe rappresentare uno dei prossimi capitoli del rapporto tra arte, atmosfera e coscienza collettiva.

Guardare in alto, insieme

Al di là delle sue qualità estetiche e tecnologiche, Higher Power ci ricorda qualcosa di fondamentale: l’arte continua a possedere una straordinaria capacità di incidere sulla realtà sociale. Non perché offra risposte, ma perché genera domande. Non perché imponga significati, ma perché crea le condizioni affinché nuove interpretazioni possano emergere. Per alcuni giorni un semplice fascio di luce ha interrotto la normalità urbana, modificato comportamenti, acceso conversazioni, alimentato immaginazione e dibattito pubblico. In un’epoca caratterizzata da una crescente frammentazione dell’attenzione, questo non è un risultato secondario. Forse il valore più attuale dell’arte risiede proprio nella sua capacità di costruire esperienze condivise e immaginari comuni. Una funzione che non dovrebbe rimanere confinata in modo autoreferenziale all’interno del sistema dell’arte, ma che potrebbe diventare una risorsa preziosa anche per territori, istituzioni, imprese e brand capaci di comprendere il potenziale culturale delle pratiche artistiche contemporanee. Per secoli monumenti, architetture e spazi pubblici hanno contribuito a costruire identità collettive. Oggi, in una società dominata dalla sovrabbondanza di contenuti e dalla competizione permanente per l’attenzione, il valore non risiede soltanto nella visibilità, ma nella capacità di produrre significato. Quando l’arte esce dai propri confini tradizionali e incontra la società nel suo spazio quotidiano, smette di essere soltanto rappresentazione e torna a essere una forza attiva di trasformazione simbolica della realtà. In fondo, il vero “potere superiore” evocato da Levine potrebbe essere proprio questo: la capacità dell’arte di farci fermare, anche solo per un istante, e guardare tutti nella stessa direzione.

Enrico Dedin

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