«Non voglio stare con papà»: Sarah, Alisya e l’ascolto del minore tra diritto e strumentalizzazione


Il punto di partenza è la vicenda di Sarah e Alisya, le due sorelle di 16 e 12 anni scomparse nei giorni scorsi da una casa famiglia a Civitella Alfedena e ritrovate dopo due settimane dai carabinieri a Formia, a casa di una anziana zia acquisita della loro madre. A monte, una separazione conflittuale, con una situazione talmente compromessa da portare i giudici ad allontanare le ragazze dai genitori, revocando a entrambi la potestà genitoriale. Le due ragazze sono fuori famiglia da molto tempo, dal lontano 2020. Il padre aveva perso la responsabilità genitoriale in seguito a presunte accuse di molestie e a fine maggio l’ha riavuta. Non così la madre. Le ragazze non vogliono stare con il padre, lui nega.

Anche questo caso ha diviso l’Italia, con chi ha scritto «le ragazze vogliono stare con la mamma, ascoltatele» e chi ha sottolineato che l’ascolto di un minore «non è un referendum sulla collocazione» e ricordato che il desiderio di restare con uno dei due genitori, rifiutando l’altro, pur essendo reale e da raccogliere non sempre e non automaticamente è libero: può esserci infatti dipendenza affettiva, paura, senso di lealtà, pressione, manipolazione, senso di colpa. Di fatto, queste situazioni vanno aumentando nel nostro Paese.

Ma cosa vuol dire ascoltare il minore? Cosa significa esattamente questo verbo nei procedimenti che coinvolgono un minore davanti a un Tribunale? Ne parliamo con Francesca Maci, ricercatrice e docente in servizio sociale Università di Parma e giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Milano, che tiene innanzitutto a fare una premessa: «Preferisco utilizzare le espressioni persona di minore età o minorenne, piuttosto che minore. Non è una scelta solo linguistica. Credo sia importante sottolineare che bambini e ragazzi sono persone titolari di diritti, competenze e capacità di partecipazione. Definirli esclusivamente attraverso la loro “minore età” rischia di collocarli in una posizione di minorità sul piano relazionale nel rapporto con gli adulti ma anche nel contesto sociale. Il linguaggio, invece, può aiutarci a riconoscere la loro agency, cioè la capacità di essere protagonisti del proprio percorso di crescita pur nella responsabilità che resta agli adulti di proteggerli».

Che cosa significa concretamente “ascoltare il minore” nei procedimenti del Tribunale per i Minorenni? Cosa distingue l’ascolto dal “chiedere un’opinione”?

L’ascolto della persona di minore età ha una finalità precisa, quella di consentire agli adulti chiamati a decidere di conoscere il suo punto di vista, il significato che attribuisce alle esperienze che sta vivendo, i suoi bisogni, le sue risorse ma anche le sue emozioni, paure, preoccupazioni e i suoi desideri, affinché queste dimensioni possano entrare, con il giusto peso, nel processo decisionale. L’ascolto, quindi, non è delegare la decisione al bambino o al ragazzo – sarebbe una delega del tutto inappropriata – ma aiutare gli adulti con la responsabilità di decidere a farlo al meglio, dando valore alla voce di bambini e ragazzi.

Francesca Maci

È questa la differenza fondamentale rispetto al semplice chiedere un’opinione. Chiedere un’opinione significa raccogliere una risposta a una domanda. Ascoltare significa invece cercare di comprendere autenticamente bambini e ragazzi che incontriamo nella loro complessità esistenziale, attribuire significato a ciò che raccontano, contestualizzare le loro parole nella loro storia di vita, facendolo insieme a loro e riconoscerne il valore all’interno del procedimento giudiziario. Per questo l’ascolto è prima di tutto un atto di riconoscimento. Riconoscimento del bambino o del ragazzo come persona competente rispetto alla propria esperienza di vita, portatrice di un sapere che nessun adulto può sostituire.

Professionalmente parlando, chi lo fa? Con quali strumenti e competenze?

Nel procedimento giudiziario il giudice ascolta personalmente il minorenne secondo previsto dalla legge e quando ciò corrisponde al suo interesse. Non lo si ascolta solamente perché è un obbligo ma perchè si è veramente convinti che dare voce a bambini e ragazzi faccia la differenza nella qualità delle decisioni che vengono assunte, che incidono sul corso delle loro vite. Accanto al giudice operano il curatore speciale, gli assistenti sociali, gli psicologi e gli altri professionisti coinvolti nel percorso di protezione, ciascuno con funzioni differenti ma complementari. Ovviamente servono competenze specifiche: capacità di ascolto attivo, conoscenze sullo sviluppo evolutivo, tecniche comunicative adeguate all’età, strumenti narrativi quando la parola da sola non basta, ma soprattutto la capacità di costruire una relazione di fiducia. Lo strumento principale però non è una tecnica, ma la relazione. Solo quando il bambino percepisce che l’adulto è autenticamente interessato a comprenderlo e non a confermare idee già costruite, può esprimere realmente il proprio mondo interiore.

L’ascolto non è delegare la decisione al bambino o al ragazzo – sarebbe una delega del tutto inappropriata – ma aiutare gli adulti con la responsabilità di decidere a farlo al meglio, dando valore alla voce di bambini e ragazzi.

Quanto conta la volontà espressa dal minore nelle decisioni del Tribunale? Cosa ne fanno concretamente cioè di questo ascolto giudice, curatore e servizi sociali?

La volontà della persona di minore età ha un valore imprescindibile nel procedimento di tutela, ma non coincide con il potere di assumere la decisione finale. La responsabilità della protezione resta in capo agli adulti e alle istituzioni. È un importante e delicato compito istituzionale, che non può e non deve essere delegato, altrimenti verrebbe meno il senso profondo del mandato di protezione, tutela e cura proprio del Tribunale per i Minorenni. 

L’ascolto serve proprio a questo: aiutare giudice, curatore e servizi sociali a comprendere come il bambino o il ragazzo legge la propria esperienza e a tenere nella debita considerazione questo punto di vista nel processo decisionale. Non si tratta quindi di una consultazione dalla quale discende automaticamente la scelta sulla collocazione o sui rapporti con i genitori: questo sarebbe un carico eccessivo da attribuire a un bambino e significherebbe trasferire su di lui una responsabilità che appartiene agli adulti.

L’ascolto autentico rende invece possibile una progressiva co-costruzione del percorso di protezione. Quando il minorenne comprende di essere stato ascoltato e che ciò che ha espresso è stato realmente preso in considerazione, anche le decisioni difficili possono essere progressivamente elaborate e comprese. Per questo è fondamentale che gli adulti restituiscano sempre il senso delle decisioni assunte, soprattutto quando queste non coincidono con i desideri espressi dal bambino o dal ragazzo. Spiegare non significa giustificarsi, ma riconoscere il diritto della persona di minore età a comprendere ciò che sta accadendo nella propria vita.

L’ascolto esige competenze specifiche, ma lo strumento principale non è una tecnica, bensì la relazione. Solo quando il bambino percepisce che l’adulto è autenticamente interessato a comprenderlo e non a confermare idee già costruite, può esprimere realmente il proprio mondo interiore.

L’esperienza professionale e la ricerca mostrano che decisioni costruite anche attraverso un ascolto autentico sono generalmente più appropriate, maggiormente condivise e più sostenibili nel tempo. Non perché il bambino decide, ma perché la sua conoscenza della propria storia, del proprio precorso, della cornice giudiziaria, contribuisce a migliorare la qualità della decisione adulta.

Come va letto, dal punto di vista giuridico e psicologico, il rifiuto esplicito di un genitore da parte di un adolescente o preadolescente? Quanto pesa questa dichiarazione nelle decisioni del giudice?

Il rifiuto esplicito di un genitore rappresenta sempre un elemento molto importante da valutare, ma non viene mai assunto dal giudice come un dato autosufficiente dal quale discende automaticamente una decisione. Il primo compito dell’autorità giudiziaria è comprendere insieme a bambini e  ragazzi le ragioni di quel rifiuto. Occorre interrogarsi su quando è nato, quali esperienze lo hanno determinato, se è legato a vissuti di sofferenza, paura, conflitto, delusione, lealtà familiare o altre dinamiche relazionali. È un lavoro di comprensione che coinvolge il giudice, i servizi sociali, e tutti i professionisti della rete. Per questo il rifiuto non viene semplicemente assunto come dato di fatto, ma diventa oggetto di un percorso di approfondimento.

Quando esistono le condizioni, il Tribunale propone percorsi graduali di riavvicinamento, rispettosi dei tempi e dei bisogni emotivi del minorenne. Si tratta di percorsi accompagnati dai servizi sociali e da operatori specializzati, spesso all’interno di spazi relazionalmente protetti, nei quali il ragazzo possa sentirsi sufficientemente sicuro per sperimentare nuovamente la relazione. L’obiettivo non è imporre un incontro, ma offrire la possibilità di ricostruire, quando possibile, un legame che riguarda una relazione identitaria fondamentale. Le relazioni con i genitori parlano infatti delle proprie origini, della propria appartenenza e della costruzione della propria identità.

Sono percorsi lunghi, complessi e spesso molto dolorosi, sia per i bambini e i ragazzi sia per i loro genitori. Ad entrambi le viene richiesta collaborazione e ad entrambi viene offerto sostegno. In molte situazioni, grazie a questo lavoro paziente di cura, la relazione riesce gradualmente a riattivarsi. In altre, invece, non ci sono le condizioni perchè questo spazio si crei oppure il minorenne non è nelle condizioni emotive di sostenerlo. In queste situazioni insistere rischierebbe di produrre un ulteriore pregiudizio.

Anche quando il riavvicinamento non è possibile, però, il lavoro non si interrompe. Al bambino/ragazzo viene spiegato che quel rifiuto rappresenta comunque una parte importante della sua storia e che, probabilmente, in un altro momento della vita sarà necessario tornare ad interrogarsi su quella relazione. Parallelamente si accompagna il genitore rifiutato nell’elaborazione della sofferenza e nell’accettazione di ciò che il figlio, in quel momento, è realmente in grado di sostenere. All’altro genitore viene invece chiesto di non alimentare dinamiche denigratorie e di mantenere, per quanto possibile e senza forzature, uno spazio simbolico che riconosca l’esistenza dell’altro genitore nella storia del figlio.

In questo momento storico il tema della tutela dei minori è fortemente esposto alla strumentalizzazione. A suo giudicio esiste il rischio che venga strumentalizzato anche il diritto all’ascolto? Come proteggerlo nel suo significato più autentico?

Credo che questo rischio oggi sia molto concreto e pericoloso perché mina il rapporto fiduciario tra famiglie e servizi. L’ascolto della persona di minore età è diventato una parola frequentemente richiamata nel dibattito pubblico, ma non sempre con il suo significato originario: talvolta viene evocato per sostenere tesi precostituite o per rafforzare la posizione degli adulti coinvolti nel conflitto. Così facendo, però, il diritto del bambino rischia di trasformarsi in uno strumento nelle mani degli adulti e di non rappresentare l’autentica espressione dei vissuti e della volontà di bambini e ragazzi.

La prima forma di strumentalizzazione consiste nel ridurre l’ascolto alla ricerca di una conferma: ascolto il bambino perché spero che dica ciò che avvalora e sostiene la mia posizione. Ma questo è l’esatto contrario dell’ascolto autentico.

La seconda strumentalizzazione consiste nel confondere il diritto ad essere ascoltati con il diritto a decidere. Anche in questo caso, apparentemente rispettoso dell’autonomia del ragazzo, si rischia in realtà di attribuirgli un peso che non gli appartiene. I bambini e gli adolescenti hanno diritto a partecipare ai processi decisionali, non ad assumersi da soli la responsabilità di decisioni così complesse.

Esiste poi una terza forma di strumentalizzazione, forse più sottile: utilizzare singole vicende di cronaca per delegittimare o, al contrario, idealizzare il lavoro dei servizi sociali o della magistratura minorile. In realtà ogni procedimento è il risultato di una storia unica, costruita attraverso un’istruttoria articolata, valutazioni interdisciplinari e decisioni collegiali. Ridurre tutto a una frase pronunciata da un ragazzo o a uno slogan mediatico significa tradire la complessità di queste situazioni.

Come si arginano questi rischi, proteggendo invece il reale e necessario diritto all’ascolto dei bambini e degli adolescenti?

Proteggere il diritto all’ascolto significa investire sulla qualità dell’ascolto stesso: professionisti adeguatamente formati, tempi sufficienti, spazi relazionalmente sicuri, metodologie appropriate e una cultura professionale che riconosca davvero il sapere esperienziale dei bambini e dei ragazzi.

Ma significa anche assumersi una responsabilità adulta. Ascoltare autenticamente richiede disponibilità a lasciarsi interrogare da ciò che il bambino racconta, anche quando mette in discussione le nostre convinzioni. È un esercizio di umiltà professionale prima ancora che una tecnica.

L’obiettivo finale non è mai “dare ragione” al bambino/ragazzo né all’adulto, ma costruire decisioni migliori, rispettose del benessere del minorenne e dell’evoluzione positiva del suo percorso di crescita. Decisioni che tengano insieme il diritto alla partecipazione e la responsabilità della protezione, aiutando il minorenne a comprendere il senso del percorso che gli adulti, insieme a lui, stanno costruendo.

Foto in apertura di Katie Gerrard su Unsplash, foto nel testo inviata dall’intervistata

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 Sara De Carli

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