Sotto i 30 anni, il 39% della generazione Z non riesce a pagare le bollette a fine mese. Le donne guadagnano il 30% in meno a parità di ruolo. La violenza di genere costa 39 miliardi all’anno. Tre numeri che raccontano un Paese bloccato, dove la parità è ancora terreno di scontro ideologico anziché leva di sviluppo. Claudia Segre, presidente di Global Thinking Foundation, lavora per invertire questa rotta: dalle aule del Parlamento europeo ai consigli d’amministrazione, dall’educazione finanziaria digitale alle leggi sul femminicidio.
Presidente Segre, il dibattito sulla parità di genere in Italia sembra concentrarsi prevalentemente l’8 marzo. Eppure ci sono sviluppi normativi significativi. Qual è lo stato dell’arte?
Veniamo da un dibattito che si è evoluto e rafforzato grazie alle normative approvate negli ultimi anni, che hanno fatto progredire sia la Convenzione di Istanbul – nella prevenzione, protezione e sanzione – sia le politiche per diffondere una maggiore partecipazione delle donne al lavoro. Una partecipazione che deve essere lontana anni luce dai rischi inerenti alle forme di violenza: economica, psicologica, sessuale e fisica. Imprese, istituzioni e terzo settore lavorano insieme per favorire l’inclusione sociale ma soprattutto finanziaria delle donne.
Un punto spesso sottovalutato: la parità di genere conviene a tutti, non solo alle donne. Ce lo confermano i dati?
Assolutamente sì, anche se c’è grande resistenza. Le ricerche di McKinsey negli ultimi cinque anni hanno chiarito che c’è un miglioramento della produttività, maggiore fidelizzazione del personale e migliore condivisione dei risultati quando c’è una rappresentanza egualitaria. Le imprese sono impegnate a migliorare il welfare aziendale rendendolo più inclusivo: non solo ticket restaurant, ma azioni dall’ambito previdenziale a quello assicurativo sulla salute. Abbiamo dedicato un ambito dell’educazione finanziaria alla condivisione di scelte lungimiranti con le famiglie, perché il denaro è libertà, quel senso di libertà finanziaria di fare scelte più serenamente guardando al futuro.
Il pay gap di genere in Italia rimane marcato: a parità di funzioni le donne guadagnano circa il 30% in meno. Quali strumenti abbiamo?
È incredibile che accada nonostante l’articolo 37 della Costituzione. È arrivata una direttiva comunitaria importante sulla trasparenza salariale. Ma non possiamo riferirci a leggi che non hanno coerenza con l’impianto su cui lavorano le imprese. Quando parliamo di permessi genitoriali dobbiamo partire dalla contrattualistica: servono contratti per la genitorialità condivisa, esattamente come c’è per la maternità. Bisogna togliere dalla politica la parte ideologica e calarla nella realtà del mondo del lavoro.
La presenza femminile nel settore finanziario resta minoritaria. Come si spiega questa anomalia?
Dopo oltre trent’anni in finanza, vedo che le donne sono relegate negli uffici legali o nella vendita: le consulenti sono sotto il 25%, le gestrici di patrimoni ancora meno. È un problema nel momento in cui assistiamo a un passaggio generazionale dei patrimoni che vedrà per il 30% coinvolte le donne. Averle maggiormente presenti è importante anche per combattere il costo della violenza sulle donne e sulle ragazze, che rappresenta circa 39 miliardi all’anno per il nostro Paese: una cifra che supera quella di una normale finanziaria.
Le quote rosa: strumento distorsivo o necessario?
Abbiamo collaborato con Maria Pia Brixen, la deputata che ha fatto la legge sull’uguaglianza economica in Francia. Grazie al riferimento alle quote nella Borsa francese, abbiamo una partecipazione stabile non solo nelle posizioni apicali ma anche nel middle management. Le quote servono a rompere quella barriera che non permette una partecipazione egualitaria. Faccio un esempio: Stellantis, uscita dalla Borsa con il delisting, ha visto sparire le donne dal CdA. Dobbiamo ancora lavorare per una coscienza della parità di genere che includa le posizioni che decidono dell’economia del Paese.
La violenza economica: un fenomeno poco percepito e ancora non configurato come reato. A che punto siamo?
Da dieci anni lavoriamo con educazione finanziaria digitale per prevenire la violenza economica. Abbiamo disegnato le fattispecie di reato nel Libro bianco sulla violenza contro le donne e le ragazze, disponibile in 80 pagine. Negli ultimi tre anni abbiamo ottenuto sentenze esemplari, come quella del “marito tirchio”, dove quest’uomo imponeva alla moglie – una dottoressa – limitazioni sull’utilizzo della carta igienica. Sono comportamenti che privano del diritto di fare scelte autonome. Dalla violenza economica si generano le altre forme di violenza: nel momento in cui isolo economicamente una persona, esercito pressioni psicologiche che possono sfociare in qualcosa di fisico o, come nel 90% dei casi di femminicidio, generare esiti tragici.
Quali progressi concreti abbiamo fatto negli ultimi anni?
Il rafforzamento del Codice Rosso, la legge Roccella sui braccialetti elettronici, il lavoro sull’equiparazione tra codice civile e codice penale a difesa degli orfani di femminicidio. Abbiamo una legge sul femminicidio che è pietra miliare rispetto agli altri paesi europei perché include il controllo coercitivo e l’allineamento tra codice civile e penale. Un dato preoccupante: la generazione Z nel 39% dei casi sotto i 30 anni non riesce a pagare le bollette a fine mese.
È possibile superare la divisione ideologica sulla parità di genere?
Non si può utilizzare la tematica sociale per un aspetto ideologico. Lo vediamo nelle relazioni della Commissione bicamerale femminicidio: quattro relazioni votate all’unanimità da tutti i partiti. Un Paese che nei confronti della violenza di genere risponde in maniera unita. Tutte le parti politiche devono occuparsi dell’ambito sociale in maniera autentica, sincera e non strumentalizzata.
Qual è la prossima grande sfida normativa?
Abbiamo direttive comunitarie che devono andare in attuazione: la 1385/2024 sulle cyber violenze, i congedi parentali, la questione del consenso. E poi i financial influencer: ieri è stata votata una relazione al Parlamento europeo. In Francia serve un patentino come quello dei consulenti. Non si può continuare a illudere le persone di guadagni facili. Con il digitale ci sono troppe truffe e frodi finanziarie. La sfida sui financial influencer è fondamentale.
Tra dieci anni, come vorrebbe vedere l’Italia su questi temi?
Vorrei testimoniare di un Paese che ha attuato la Convenzione di Istanbul con reati di violenza economica e psicologica, che ha dato piena considerazione al ruolo delle donne nella partecipazione lavorativa. Migliorare le condizioni dei lavoratori e del welfare aziendale, indipendentemente dal genere, veramente per tutti e per tutte. Avere donne che vanno in pensione con il 36% in meno di pensione e sono le nuove povere non è degno di un Paese del G7.
L’articolo «Immobilismo, ma quanto ci costi!» proviene da Economy Magazine.
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Sergio Luciano
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