“Sto cornuto me l’ha… ma minatu nu cazzottu e u schiattavi (mi ha dato un pugno e l’ho schiattato) (…) io l’ho picchiato non lo volevo ammazzare (…) io non volevo ammazzare a nessuno perché se lo volevo ammazzare (…) e lo squartavo fino a dentro la doccia. Io non volevo (…) è capitato perché lui forse era malato. Però devono capire pure che chi cazzo lo voleva ammazzare a questo, nu pugnu ma minatu (un pugno mi ha dato) e setto otto ci l’hai minatu iu a idu (e sette otto gli ho dato io a lui)”.
È con queste parole, captate dalle cimici degli inquirenti all’interno della cella 221, che Cataldo De Luca confida al compagno di detenzione Dimitar Dimitrov Todorov i dettagli del brutale pestaggio costato la vita ad Antonio Pugliese. Una confessione registrata il 14 novembre 2024, che spazza via i tentativi di far passare la morte di Pugliese per un tragico malore e, per gli investigatori, cristallizza le responsabilità per l’omicidio avvenuto nella Casa Circondariale “Ugo Caridi” di Catanzaro.
La notifica degli arresti per la morte di Pugliese – La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, a seguito convergenti riscontri investigativi, ha chiuso il cerchio su quanto accaduto il 7 luglio 2024. Il Giudice per le Indagini Preliminari il 25 giugno ha disposto la custodia cautelare in carcere per cinque soggetti, già detenuti, accusati a vario titolo di aver partecipato o favorito il delitto. Il principale accusato è Cataldo De Luca, 41 anni, originario di Cirò Marina, al quale viene contestato il reato di omicidio volontario aggravato dalla minorata difesa (a causa dello stato di alterazione della vittima) in qualità di esecutore materiale dell’aggressione letale. De Luca è in carcere per scontare una pena a 25 anni per l’omicidio di Gaetano Aloe e già protagonista di altre aggressioni in carcere a Paola e Reggio Calabria. Gli altri quattro indagati devono invece rispondere dell’accusa di concorso omissivo in omicidio volontario aggravato, per aver assistito alla violenza senza intervenire per impedire l’evento e di prestare soccorso alla vittima. Si tratta nello specifico di Vincenzo Malena, 46 anni, di Cirò Marina; del ventinovenne Dimitar Dimitrov Todorov, originario della Bulgaria ma residente a Crotone; di Gianluca La Forgia, 42 anni, di Crotone; e infine di Francesco Molinaro, 43 anni, originario di Lamezia Terme.
La ricostruzione dell’omicidio in carcere – Il pomeriggio del 7 luglio 2024, durante l’ora di socialità, secondo quanto riportato dai magistrati della Procura di Catanzaro, Antonio Pugliese versa in un forte stato di alterazione psico-fisica dovuto probabilmente all’ingente consumo di vino e all’assunzione di stupefacenti (THC). Fortemente agitato per una lite avvenuta in precedenza in un’altra ala dell’istituto, Pugliese si trova all’interno della cella 219 con De Luca, Malena, Todorov e La Forgia.
La scintilla scocca quando Pugliese, in preda ai fumi dell’alcol, rivolge a De Luca l’epiteto “pisciaturu“, per poi colpirlo con uno schiaffo che gli fa cadere gli occhiali a terra. Gli inquirenti ricostruiscono che la reazione di De Luca è fulminea: si avventa contro Pugliese sferrandogli una violentissima scarica di pugni e calci. Secondo le convergenze tra i filmati, l’autopsia e gli interrogatori, De Luca continua a colpire la vittima anche quando questa si trova inerme sul pavimento, calpestandolo e infierendo al volto e al torace.
Mentre si consuma il massacro, riportano gli atti dell’indagine, gli altri detenuti presenti non riescono a fermare la furia di De Luca. La Forgia e Malena provano inizialmente a dividere i contendenti, ma desistono quasi subito dopo essere stati spintonati e minacciati dall’aggressore. Malena riesce solo a trascinare Pugliese nel bagno della cella, dove però De Luca lo raggiunge per continuare a colpirlo. Nel frattempo Francesco Molinaro, rimasto nel corridoio, anziché allertare gli agenti, socchiude la porta blindata della cella per schermare la scena e nascondere il pestaggio agli occhi di eventuali soccorritori.
Pugliese lasciato agonizzante in bagno – Alle 18:37, il gruppo abbandona la cella 219. Lasciano Pugliese agonizzante a terra, immerso nel proprio sangue. All’arrivo dell’agente di Polizia Penitenziaria, gli indagati – secondo quanto emerso dall’indagine – attuano un cinico piano di depistaggio: mentono spudoratamente, affermando che Pugliese “aveva bevuto troppo” e “non si sentiva bene”, rassicurando l’agente che si sarebbe presto ripreso. Solo alle 18:45 l’agente scopre il corpo martoriato nel bagno. Pugliese, come si legge nell’ordinanza, quando viene ritrovato chiede aiuto all’agente di polizia penitenziaria dicendo, però, di essere caduto. Nonostante i disperati tentativi di rianimazione con defibrillatore, Antonio Pugliese viene dichiarato morto alle 19:35, ucciso da uno shock emorragico provocato dalla dissecazione post-traumatica dell’aorta addominale. Inizialmente il decesso viene classificato come causato da un malore. Solo l’esame autoptico rivela la violenta aggressione subita.
I motivi della misura cautelare del gip di Catanzaro – Il Giudice per le Indagini Preliminari ha fondato la decisione di disporre la misura della custodia cautelare in carcere per tutti gli indagati non solo sull’estrema gravità del quadro indiziario, descrivendo l’azione come “connotata da particolare efferatezza e caratterizzata da una dinamica ‘di branco’ alla quale gli indagati hanno preso parte, ancorché con ruoli differenziati, spalleggiandosi vicendevolmente e realizzando condotte tra loro sinergiche, sicché l’apporto di ciascuno ha oggettivamente rafforzato le condotte altrui”.
Il GipP analizza severamente la personalità dei detenuti, evidenziando come l’esperienza in carcere non li abbia affatto riabilitati. Gli indagati hanno infatti continuato a delinquere all’interno del carcere, “evidenziando una stabile impermeabilità alle finalità rieducative della pena e, dunque, un concreto rischio di reiterazione”.
A rafforzare la tesi negativa vi è il curriculum criminale degli indagati (con condanne per omicidio a carico di De Luca, Malena e Todorov, e per associazione mafiosa per La Forgia). Tali precedenti “costituiscono veri e propri indicatori prognostici della persistente pericolosità sociale e, quindi, della concretezza ed attualità del pericolo di recidiva”. Fonte: Il Crotonese
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