L’aumento dei prezzi delle memorie e le tensioni lungo la filiera dei semiconduttori stanno mettendo in discussione uno dei presupposti su cui molte aziende hanno costruito la propria strategia infrastrutturale: che acquistare hardware oggi significhi garantirsi costi prevedibili anche domani. È da questa considerazione che prende forma l’analisi di Stuart Heade, EMEA Sales Director di Nutanix Unified Storage, che esamina come l’attuale scenario stia ridefinendo il rapporto tra investimenti, gestione dello storage aziendale e flessibilità delle infrastrutture.
L’hardware costa sempre di più, ma il vero problema è la sua imprevedibilità
Il dato più evidente riguarda i prezzi. La memoria NAND flash ha registrato un incremento del 246% dall’inizio del 2025, mentre gli SSD enterprise sono destinati a rincarare ulteriormente in pochi mesi. Anche la DRAM per server segue la stessa traiettoria, con aumenti superiori al 60% su base trimestrale. Numeri che rendono molto più difficile pianificare investimenti pluriennali facendo affidamento sui tradizionali cicli di rinnovo dell’hardware.
Alla base di questa situazione non ci sono oscillazioni temporanee del mercato, ma fattori strutturali. La crescita delle infrastrutture dedicate all’intelligenza artificiale sta assorbendo grandi quantità di memoria e capacità produttiva, mentre i produttori di semiconduttori stanno privilegiando componenti destinati ai cluster GPU. Il risultato è uno squilibrio tra domanda e offerta destinato a proseguire anche nei prossimi anni.
Secondo l’analisi di Heade, questo scenario mette in difficoltà soprattutto le aziende che continuano a legare il valore della propria infrastruttura alle piattaforme hardware proprietarie. Quando funzionalità, prestazioni e possibilità di espansione dipendono dal ciclo di vita delle appliance, ogni incremento dei prezzi o ritardo nella supply chain si traduce in un costo diretto per chi deve aggiornare l’infrastruttura.
Il problema, inoltre, non si limita al prezzo iniziale di acquisto. Supporto tecnico, manutenzione e gestione di architetture separate per storage block, file e object finiscono per aumentare il costo complessivo dell’infrastruttura, spesso ben oltre quanto previsto nei piani di investimento. A questo si aggiunge un’altra criticità: avere capacità inutilizzata in una parte del sistema mentre altri ambienti raggiungono rapidamente il limite disponibile, con conseguenti inefficienze operative.
Il software-defined sta diventando una scelta sempre più strategica per lo storage aziendale
È proprio in questo contesto che, secondo Stuart Heade, assume maggiore rilevanza il modello software-defined, che separa le funzionalità dello storage dall’hardware su cui vengono eseguite. In questa impostazione, servizi come scalabilità, resilienza, sicurezza e ottimizzazione delle prestazioni vengono gestiti dal software, consentendo alle aziende di sostituire o ampliare l’hardware quando conviene realmente, senza seguire le roadmap imposte dai produttori.
Questa separazione permette anche di far convivere generazioni differenti di hardware all’interno della stessa infrastruttura. Invece di affrontare costose sostituzioni complete, le aziende possono procedere con aggiornamenti progressivi, estendendo il ciclo di vita degli asset già installati e riducendo l’esposizione alle oscillazioni del mercato.
Lo stesso principio si applica al cloud pubblico, che in presenza di tempi di consegna più lunghi o improvvisi picchi di domanda può diventare un’estensione naturale dell’infrastruttura esistente. Se il software rimane lo stesso tra data center, edge e cloud, diventa possibile spostare i carichi di lavoro senza ripensare l’intero ambiente operativo.

A rendere ancora più urgente questa evoluzione contribuiscono due elementi ormai centrali per qualsiasi infrastruttura IT. Da una parte la sicurezza, che richiede funzionalità integrate come snapshot immutabili, ripristino orchestrato e controlli basati su policy. Dall’altra la crescita dei dati generati dall’AI, che impone piattaforme capaci di scalare rapidamente e mantenere prestazioni costanti anche durante l’addestramento e l’inferenza dei modelli.
Per Heade, quindi, la questione non riguarda più la maturità dello storage software-defined, ormai consolidata negli ambienti enterprise. Il vero interrogativo è se abbia ancora senso continuare a costruire strategie di lungo periodo su infrastrutture il cui costo può cambiare radicalmente nel giro di pochi mesi e che restano fortemente condizionate dall’andamento del mercato hardware.
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Marco Brunasso
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