Seicentoquarantatré miliardi di euro. È il valore dell’export italiano dell’anno scorso, e per l’85% porta la firma di diecimila imprese. Per il 100% di poco meno di ventimila. Tutte manifatturiere, tutte industriali. E tutte – guarda caso managerializzate. Valter Quercioli, presidente di Federmanager, cita questi numeri come si cita un teorema: non per stupire, ma per dimostrare qualcosa che considera ormai indiscutibile. Perché può dimostrare che lo è: «Dove c’è il management, c’è capacità competitiva internazionale. Dove non c’è, si va dietro alle aziende che ce l’hanno, come fornitori, come satelliti». È il punto di partenza del Manifesto «Più industria, più Italia», trentadue pagine di analisi e proposte che l’associazione presenterà il 2 luglio alle forze politiche italiane. Il documento si articola su quattro assi: irrobustire l’industria, rendere competitivo il sistema-Paese, governare le nuove sfide del lavoro, ristabilire equità e coesione sociale. E con questa intervista Quercioli, pur senza “spoilerare” i dettagli, ce ne anticipa la “filosofia”.
Presidente, partiamo dal primo asse: irrobustire l’industria. Cosa significa concretamente?
Le imprese industriali managerializzate in Italia sono circa ventimila: esattamente quelle che trainano l’export, non solo nelle filiere tradizionali di moda, meccanica e agroalimentare, ma anche in quelle che il Ministero chiama nuove frontiere del Made in Italy – cosmetica, packaging, design dell’arredo. La nostra proposta è managerializzare altre ventimila piccole e medie imprese, con attenzione privilegiata ai settori emergenti. E al tempo stesso riconoscere il management per quello che è davvero: un’infrastruttura intangibile del Paese, al pari delle reti energetiche o stradali. Oggi l’Italia ha troppo pochi manager, e tutti gli indicatori europei ce lo confermano. Dove c’è il management, c’è capacità industriale, c’è successo. Dove non c’è, si segue.
Infrastruttura manageriale significa anche allargare chi rientra nella categoria?
Esattamente, e qui c’è un’anomalia che pesa da decenni. Il quadro industriale può essere licenziato esattamente come un dirigente, guadagna in media la metà, ha tutele contrattuali inferiori perché gli si applica il contratto degli impiegati. Abbiamo elaborato una proposta di revisione della legge 190 del 1985 – quarantun anni, la norma istitutiva dei quadri, una delle poche categorie professionali create direttamente per legge. Il risultato oggi è paradossale, e non regge. Bisogna dare dignità manageriale piena anche a questa figura. L’organizzazione del lavoro di oggi non è quella del 1985.
C’è poi il nodo della produttività…
Che è al tempo stesso causa ed effetto del declino industriale. L’industria genera tra i 75 e gli 82 mila euro di valore aggiunto per addetto. Il turismo tra i 24 e i 29 mila: un terzo. Eppure le risorse umane disponibili si orientano verso i settori a bassa produttività, mentre nell’industria si fatica sempre di più a trovare personale disposto a lavorarci. Non è un caso che l’Italia soffra di un problema strutturale. Se le poche risorse che hai le mandi tutte nei comparti meno produttivi, il risultato è scritto. Dobbiamo riportare il peso dell’industria sul Pil dall’attuale 15% al 20% e oltre, come era in passato. E integrare la sostenibilità non come un vincolo da subire, ma come elemento differenziante: il mercato globale chiede più rispetto ambientale e maggiore responsabilità sociale, e le nostre produzioni devono farne un vantaggio competitivo, non una zavorra.
Secondo asse: rendere competitivo il sistema-Paese. Quali leve?
Due. La prima è l’energia: costi competitivi per le imprese, nel rispetto degli obiettivi ambientali. La seconda è la stabilità normativa, e qui tengo a fare una distinzione che spesso viene ignorata. Il problema non è la complessità delle norme, che pure esiste. È che cambiano continuamente. Nelle aziende riusciamo a fare il calcolo di convenienza – se investire, se assumere, come pianificare – solo se le regole sono prevedibili. Quando cambiano di continuo, o quando c’è eccessiva libertà interpretativa da parte delle autorità, il risultato è blocco decisionale. E il blocco decisionale, nell’industria, si chiama mancata crescita.
Terzo asse: le nuove sfide del lavoro. Il Manifesto ne identifica tre.
La prima è l’intelligenza artificiale: tecnologia potente, utile, che può aiutare moltissimo. Ma ha già cominciato a creare problemi di sostituzione, soprattutto nei lavori di ingresso , quelli in cui il neoassunto impara come funziona l’azienda, come si prendono le decisioni, quali sono i valori del posto. Va governata la sua introduzione, con un principio guida chiaro: usarla per potenziare le persone, non per sostituirle. La seconda è la sicurezza sul lavoro: tre morti al giorno in media, un’emergenza sociale prima ancora che politica. Con un elemento scomodo che dobbiamo avere il coraggio di riconoscere: gli incidenti avvengono anche nelle aziende managerializzate. Abbiamo siglato un protocollo con l’Inail per lavorare sul territorio, con le aziende grandi e meno grandi, sulla cultura della prevenzione e della gestione del rischio, smettendo di trattare la sicurezza come mero adempimento burocratico.
E la terza urgenza?
La formazione continua. Il ciclo di vita delle competenze si è contratto radicalmente: trent’anni fa era di circa venticinque anni, una laurea bastava per l’intera carriera. Oggi è di tre-cinque anni. Ti devi prendere cinque lauree. I dati lo confermano in modo indiretto ma potente: gli universitari over quaranta sono raddoppiati negli ultimi tre-quattro anni, segno di una consapevolezza crescente che l’aggiornamento non è più rinviabile. Eppure c’è ancora troppa gente che non si pone il problema finché non viene licenziata perché obsoleta. E a quel punto recuperare è molto difficile.
Il quarto asse – equità fiscale e coesione sociale – è il più politicamente sensibile.
E non lo aggiro. La pressione fiscale media italiana è al 43,1%. Per i manager – lavoratori dipendenti, non azionisti, non beneficiari di regimi agevolati – sale al 53-55%. Più della metà del reddito tra imposte nazionali e locali, in un sistema in cui il 50% dei contribuenti non versa un euro di Irpef. Non ci sembra equo. Non è una rivendicazione corporativa: è una domanda di proporzionalità e di verità.
Lo stesso squilibrio si riflette sulle pensioni?
Sì. Chi supera quattro volte il minimo è diventato bersaglio di norme penalizzanti e di una retorica che considero falsa oltre che ingiusta: i cosiddetti “pensionati d’oro”. Stiamo parlando di persone che hanno versato contributi per decenni e in vent’anni hanno perso quasi il 20% del potere d’acquisto. Pensiamo a Milano, diventata palesemente una città per ultraricchi: un pensionato come fa? Il Manifesto non vuole contrapporre categorie. Vuole fare un’operazione di verità: le pensioni costruite sui contributi sono meritate, non rubate. Le altre – pensione sociale, integrazione al minimo – rispondono a una logica diversa e altrettanto legittima. Ma continuare a confonderle non fa bene a nessuno.
Il 2 luglio è la data dell’evento. Cosa ci aspetta?
La conferenza stampa di presentazione alla stampa è già in calendario per metà giugno. Il 2 luglio, dalle 10.30 alle 16.30, il Manifesto verrà discusso con la classe dirigente politica del Paese. La sessione mattutina – industria e lavoro, moderata da Ferruccio De Bortoli – punta alla presenza di Giorgia Meloni, Elly Schlein e Giuseppe Conte, con i ministri Adolfo Urso, già confermato, e Marina Calderone. Il pomeriggio sarà dedicato al welfare e alla sua sostenibilità. L’Italia può dimostrare resilienza quanto vuole. Ma se non affronta queste sfide, gli allori finiscono. E chi quelle sfide le conosce dall’interno ha qualcosa da dire che vale la pena ascoltare.
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Sergio Luciano
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