Gli uffici si trasformano alla ricerca dell’equilibrio tra benessere e produttività — idealista/news


L’evoluzione degli uffici, come emerge dal report di Patrigest – Gabetti Group, mostra un settore in trasformazione reale, ma non ancora compiuta. Le aziende si muovono, investono, riorganizzano. I dipendenti percepiscono i cambiamenti e li apprezzano. Eppure il divario tra aspettative e realtà persiste, alimentato da un approccio che privilegia ancora la produttività rispetto al benessere, la soluzione rapida rispetto alla visione strategica. Il passo successivo — quello verso uffici che siano davvero orientati alle persone — è già tracciato ma è da percorrere. 

Uffici, un percorso evolutivo ancora incompiuto

Negli ultimi due o tre anni la maggioranza delle aziende italiane ha messo mano ai propri spazi di lavoro: il 63% ha realizzato interventi di modifica o riorganizzazione. Eppure, a guardare meglio, il quadro è meno rassicurante di quanto sembri. La gran parte di questi interventi — il 41% — si è rivelata episodica, limitata, priva di una strategia di fondo. Solo un’azienda su dieci prevede ulteriori interventi nel breve periodo, e il cambio di sede resta una scelta marginale, dettata quasi sempre da ragioni economiche o di spazio.

A muoversi con maggiore proattività sono le aziende dei settori dell’informazione e della comunicazione, le realtà di medie e grandi dimensioni e quelle con una diffusione più consolidata del lavoro da remoto, con una presenza significativa nel Mezzogiorno. Sul fronte dimensionale emerge poi una distinzione interessante: le imprese più piccole, tra i 50 e i 99 dipendenti, si sono distinte per investimenti in sostenibilità e spazi dedicati al benessere, mentre le più grandi hanno privilegiato la ridistribuzione degli ambienti e la revisione dei layout.

La logica del risultato rapido

La direzione prevalente degli interventi rivela una logica precisa: fare presto, fare ciò che è facilmente implementabile. Le aziende hanno preferito sostituire i pc piuttosto che dotarsi di sistemi di prenotazione di sale e postazioni, adeguare la climatizzazione piuttosto che lavorare sull’acustica, creare aree relax piuttosto che quiet room individuali o spazi per l’attività fisica. Soluzioni immediate, tangibili, a basso impatto organizzativo.

Eppure, nonostante questo approccio incrementale, i dipendenti hanno generalmente apprezzato i cambiamenti. Il 21% li ha giudicati molto positivi, il 72% abbastanza positivi. Un consenso più marcato tra i lavoratori più giovani, quelli del Sud Italia e chi ricopre ruoli apicali. Il miglioramento percepito c’è, ma va contestualizzato: nasce spesso da interventi di base, non da una trasformazione reale degli ambienti.

Dotazioni sufficienti, ma non abbastanza

Sul fronte delle dotazioni e dei servizi, la valutazione media dei dipendenti si ferma a 5,2 su 10 — appena oltre la sufficienza, anche nelle aziende più avanzate. Le carenze più evidenti riguardano le tecnologie intelligenti, le aree comuni e tutto ciò che attiene alla sostenibilità. I risultati migliori si registrano invece negli spazi per il lavoro di gruppo e nelle tecnologie digitali di base.

Come osserva Luca Dondi, amministratore delegato di Patrigest | Gabetti Group, “le aziende hanno investito nella tecnologia senza però andare oltre un’offerta di dotazioni e servizi standard, concependo la gamma di servizi collettivi come supporto alla produttività, più che come leva di benessere e socializzazione”. Il salto di qualità — quello che passa da sale riunioni e wi-fi a pannelli fonoassorbenti, sensori di qualità dell’aria, palestre aziendali e asili nido — è ancora appannaggio di poche realtà d’avanguardia.

Cosa pensano davvero i lavoratori

La percezione dei dipendenti restituisce un quadro articolato. La maggioranza esprime un giudizio complessivamente positivo sul proprio ambiente di lavoro, ma i livelli di eccellenza rimangono contenuti e una quota significativa segnala insoddisfazione. Le tecnologie digitali sono l’unico ambito in cui i giudizi positivi superano sistematicamente quelli negativi. Sul fronte del comfort, invece, l’illuminazione è l’unico elemento in attivo, mentre il comfort acustico si conferma come una delle principali criticità.

Per molti aspetti — personalizzazione degli spazi, privacy, diversificazione degli ambienti in base al tipo di attività — la quota di insoddisfatti supera quella di chi esprime giudizi ottimali. Rimane però un paradosso: nonostante queste criticità, la maggioranza dei lavoratori percepisce il proprio ambiente come moderno, innovativo e attento al benessere. Un disallineamento tra percezione e realtà che segnala, più che un giudizio falsato, un processo evolutivo ancora in corso.

Le priorità che i dipendenti indicano sono concrete e quotidiane: ergonomia, qualità dell’aria, comfort acustico, pulizia, privacy. Le soluzioni più simboliche o reputazionali restano sullo sfondo. Le diverse generazioni condividono queste esigenze con sfumature diverse — i più giovani guardano all’innovazione e al wellness, le fasce più mature al comfort ambientale — ma il denominatore comune è la ricerca di miglioramenti immediati e misurabili nella qualità del lavoro giornaliero.

Lo smart working si stabilizza, ma non cresce più

Lo smart working è ormai una componente strutturale del mercato del lavoro italiano. Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, nel 2025 sono circa 3,58 milioni i lavoratori coinvolti. Superata la stagione emergenziale della pandemia, il lavoro agile si è istituzionalizzato attraverso accordi tra aziende e dipendenti, con un quadro normativo sempre più attento a salute, sicurezza ed ergonomia.

Eppure la fase di espansione sembra essersi conclusa: la diffusione ha rallentato e si è stabilizzata. La crescita recente interessa prevalentemente uomini, giovani e figure manageriali, mentre risulta in calo tra lavoratori più maturi, impiegati e donne. Chi lavora da remoto lo fa quasi sempre da casa, spesso in spazi dedicati, e nella maggioranza dei casi ha iniziato durante il lockdown. Tra i principali vantaggi del lavoro domestico, i dipendenti citano privacy, silenziosità e qualità dell’ambiente, mentre l’ufficio mantiene un vantaggio su ergonomia e dotazioni. Per molti, la modalità ibrida è ormai un elemento irrinunciabile — specie nelle grandi aziende e nei settori più evoluti.

Il mercato immobiliare: qualità e certificazioni come nuovi driver

La pandemia ha ridisegnato anche le strategie degli investitori immobiliari. Se prima il settore degli uffici rappresentava tra il 35% e il 45% del totale investito, oggi la sua quota si è stabilizzata intorno al 15%. A pesare su questo ridimensionamento sono stati la diffusione del lavoro ibrido, la crescita dell’e-commerce e la conseguente espansione del comparto logistico.

All’interno di questo scenario ridimensionato, però, cresce l’attenzione alla qualità. Le aziende cercano spazi direzionali certificati — LEED, BREEAM, WELL, WiredScore — e i principali mercati italiani, Milano e Roma, stanno rispondendo: nell’ultimo anno circa il 45% delle nuove superfici immesse sul mercato risulta già certificato o in fase di certificazione. Milano guida questa transizione, con una quota di locazioni certificate tra il 30% e il 40% del totale annuo, mentre Roma, dove gli immobili non certificati rappresentano ancora l’80-90% del patrimonio disponibile, si ferma tra il 10% e il 20%.

I settori che trainano la domanda di certificazioni sono Tech & IT, Banking & Finance, Manifattura, Farmaceutico e Consulenza. Guardando invece all’incidenza percentuale delle locazioni certificate sul totale, emergono con forza comparti come E-commerce, Food & Beverage e Utilities — realtà con una spiccata sensibilità ESG e una maggiore flessibilità nella scelta della location.


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 Floriana Liuni

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