I litigi tra genitori non giustificano l’affidamento a uno solo. Il giudice deve valutare se la bigenitorialità lede l’interesse del minore.
Quando una coppia decide di separarsi, è frequente che i rapporti personali si deteriorino fino a rendere quasi impossibile il dialogo. In queste situazioni di alta tensione, uno dei due genitori potrebbe pensare che la soluzione migliore per gestire la crescita dei figli sia escludere l’altro dalle decisioni importanti, chiedendo al tribunale di avere la responsabilità genitoriale in via esclusiva. Si crede, spesso erroneamente, che l’incapacità di andare d’accordo sia un motivo valido per allontanare l’altro genitore. Tuttavia, la legge segue una logica diversa e mette al centro il diritto del bambino a mantenere un rapporto equilibrato con entrambe le figure di riferimento. Molti utenti si chiedono: se la coppia litiga sempre ciò basta per ottenere l’affido esclusivo dei figli? La risposta è no. La giurisprudenza recente chiarisce che l’esistenza di profondi disaccordi o la difficoltà di comunicazione tra padre e madre non sono elementi sufficienti, da soli, per derogare alla regola dell’affidamento condiviso. I giudici non possono scegliere la via più semplice dell’affido a uno solo per evitare discussioni future, ma devono compiere una valutazione molto più approfondita.
I continui litigi impediscono l’affidamento condiviso?
La regola generale nel nostro ordinamento prevede che il figlio minore debba mantenere un rapporto continuativo ed equilibrato con entrambi i genitori, anche dopo la separazione. Questo principio prende il nome di bigenitorialità. Di recente, la Suprema Corte ha chiarito un aspetto fondamentale: la semplice esistenza di una conflittualità accesa tra i genitori non basta per negare l’affidamento condiviso e concedere l’affido esclusivo a uno dei due (Cass. sent. n. 32339/2025).
Non è sufficiente dimostrare che padre e madre litigano o non riescono a parlarsi per ottenere l’esclusione dell’altro dalla vita decisionale del figlio. Il giudice non può basarsi solo sul fatto che la coppia è in disaccordo. Se ci si limitasse a constatare che i genitori non vanno d’accordo, si rischierebbe di legittimare l’allontanamento di un genitore solo perché c’è un clima teso, senza analizzare le cause profonde di tale malessere.
Cosa deve accertare il giudice prima di decidere?
Il compito del magistrato è molto delicato. Non può limitarsi a osservare che i genitori litigano. Egli deve verificare concretamente se l’applicazione della bigenitorialità rappresenti una scelta contraria all’interesse del minore.
In termini pratici, l’affido esclusivo è un’eccezione e non può diventare uno strumento per risolvere i problemi di comunicazione degli adulti. Per disporre l’affido a un solo genitore, il giudice deve motivare in modo specifico perché la presenza attiva dell’altro genitore nelle scelte di vita del figlio sarebbe dannosa per il bambino stesso. Non basta dire che l’affido esclusivo serve a “semplificare le cose” o a evitare che i genitori debbano rivolgersi al tribunale per ogni disaccordo. Questo ragionamento è stato considerato errato dalla Corte di Cassazione, in quanto capovolge la logica della legge: l’obiettivo non è la comodità dei genitori, ma il benessere psicofisico del minore nel frequentare entrambi.
Un esempio pratico: quando la decisione è sbagliata?
Per comprendere meglio il concetto, possiamo analizzare un caso concreto affrontato dai giudici. Immaginiamo una situazione in cui, dopo la separazione, una madre decida di trasferirsi in un’altra Regione con la figlia e i rapporti con il padre diventino molto tesi. In un primo momento, il tribunale potrebbe stabilire l’affidamento condiviso con collocamento presso la madre, imponendo al padre di versare il mantenimento e ammonendo entrambi i genitori a collaborare con i servizi sociali per il bene della piccola.
Se però i litigi continuano e la madre chiede l’affido esclusivo, il giudice d’appello commette un errore se decide di concederlo solo per permetterle di “compiere le scelte di vita della minore al di fuori della conflittualità e dell’incomunicabilità” con il padre (Cass. sent. n. 32339/2025).
Questo tipo di motivazione non è valida. Assegnare l’affido esclusivo solo per evitare che la madre debba confrontarsi con il padre o chiedere l’intervento del giudice per ogni decisione, significa trasformare il conflitto in un “addebito” automatico verso il genitore escluso, senza averne valutato le reali responsabilità.
Come devono comportarsi i genitori in caso di scontro?
Anche quando la tensione è alle stelle, i genitori hanno il dovere di attenersi alle prescrizioni delle autorità. Spesso, nei provvedimenti giudiziari:
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si definisce il regime di visita del genitore non collocatario;
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si stabilisce l’obbligo di mantenimento;
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si ammoniscono le parti a cessare comportamenti ostili.
Nel caso preso come esempio, era stato chiesto alla madre di facilitare il rapporto padre-figlia. Il fatto che un genitore si trasferisca o che la comunicazione sia difficile non autorizza il giudice a tagliare fuori l’altro genitore. Al contrario, la relazione va coltivata, se necessario anche attraverso incontri protetti e sotto la sorveglianza dei servizi sociali, qualora ci siano rischi specifici, ma l’obiettivo resta il recupero del rapporto, non la sua eliminazione.
Perché l’affido esclusivo richiede una motivazione rinforzata?
La Corte di Cassazione ha stabilito che privare un genitore dell’affidamento condiviso richiede una prova rigorosa che tale regime sia pregiudizievole per il figlio.
Dire che “bisogna evitare il ricorso continuo all’autorità giudiziaria” non è una motivazione accettabile sull’interesse del bambino.
Se un giudice concede l’affido esclusivo senza spiegare perché la genitorialità condivisa farebbe male al minore, la sentenza rischia di essere annullata. La priorità è sempre garantire che il bambino non perda il contatto con una delle due figure, a meno che quella figura non rappresenti un pericolo oggettivo e dimostrato, ben oltre la semplice antipatia o liti tra ex coniugi.
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Angelo Greco
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