Ci sono espressioni che sembrano semplici modi di dire, ma custodiscono secoli di storia sociale e culturale. “Fare San Martino” è una di queste: ancora oggi, soprattutto nel Nord Italia, viene usata per indicare un trasloco o un cambio di casa. Dietro la frase si nasconde il mondo delle campagne, dei contratti agricoli, dei carri carichi di mobili e delle famiglie in viaggio lungo le strade d’autunno: una tradizione che ha attraversato il tempo fino a capire perché traslocare si dice “fare San Martino”.
Fare San Martino: il significato del termine
L’espressione “fare San Martino” indica, nel linguaggio popolare, l’atto di traslocare o, più in generale, di cambiare lavoro e residenza: si tratta di un modo di dire ancora diffuso in diverse aree del Nord Italia, soprattutto in Lombardia e in Emilia, dove spesso viene pronunciata in dialetto.
In particolare, in passato ha sempre fatto riferimento alla stagione agricola che terminava dopo la semina, quando braccianti e mezzadri rischiavano di restare senza lavoro perché il proprietario dei campi non aveva rinnovato il contratto per l’anno successivo.
Attualmente, però, l’espressione ha mantenuto un’eco anche in contesti diversi dal trasloco vero e proprio: ad esempio si usa ancora “fare San Martino” quando ci si appresta a organizzare la cantina o ordinare la cucina eliminando oggetti inutilizzati, segno di come il modo di dire si sia evoluto fino a indicare, più in generale, un’opera di sistemazione e pulizia degli spazi domestici.
Le origini contadine: quando il contratto scadeva, scadeva anche la casa
Per capire da dove nasca davvero l’espressione “fare San Martino”, bisogna tornare indietro fino alle cascine della Pianura Padana, quando il lavoro nei campi non era solo un mestiere, ma uno stile di vita che includeva anche il tetto sotto cui dormire.
I contadini abitavano in una casa concessa dal proprietario del fondo agricolo, e se il contratto veniva rinnovato per l’anno successivo, erano costretti a lasciare l’abitazione proprio l’11 novembre, giorno consacrato a San Martino di Tours. Cambiare lavoro significava automaticamente cambiare casa, con tutto ciò che la famiglia possedeva caricato su un carro.
Le disdette arrivavano già in maggio, sei mesi prima della scadenza vera e propria, lasciando ai contadini il tempo necessario per organizzare il trasferimento e trovare una nuova sistemazione prima dell’arrivo dell’inverno.
L’Estate di San Martino: quel tepore inatteso che favoriva i traslochi
C’è un motivo se l’11 novembre, e non un altro giorno qualsiasi dell’autunno, è diventato la data simbolo del cambio di casa: molto si deve alle condizioni climatiche tipiche di questo periodo dell’anno: nei primi giorni di novembre sembra infatti esserci un innalzamento delle temperature, ossia la cosiddetta estate di San Martino, prima che arrivi il vero freddo invernale.
Dopo le prime gelate di fine ottobre, un’improvvisa parentesi di temperature miti rendeva più sopportabile il viaggio su strade di campagna spesso infangate. Tutto questo ha trasformato l’11 novembre nella giornata perfetta per un trasferimento, che in pieno inverno sarebbe stato molto più duro.
San Martino è davvero il santo protettore dei traslochi?
San Martino viene considerato il santo protettore dei traslochi più per una leggenda che per un titolo attribuito in modo ufficiale: nella tradizione cattolica, Martino di Tours è venerato soprattutto per la sua opera di evangelizzazione e per un episodio di carità diventato leggendario. Durante il servizio militare vicino ad Amiens, in una notte gelida, incontra un viandante seminudo: non avendo denaro da dargli, taglia in due il proprio mantello per coprirlo dal freddo.
La notte seguente lo stesso viandante gli appare in sogno e gli rivela di essere Gesù: per ricompensarlo gli regala una giornata di caldo inatteso, proprio in pieno autunno, la cosiddetta estate di San Martino. È questo racconto, tramandato nel tempo, ad aver legato il nome del santo all’idea di cambiamento climatico e abitativo, fino a renderlo, nell’immaginario popolare, una sorta di protettore informale di chi deve cambiare casa.
Da modo di dire a frase celebre: fare San Martino sul campo di battaglia
C’è un episodio, poco conosciuto ma decisamente affascinante, in cui l’espressione “fare San Martino” esce dai campi ed entra nella grande storia: è il 24 giugno 1859, durante la battaglia di Solferino e San Martino, uno degli scontri decisivi del Risorgimento italiano tra l’esercito piemontese e quello austriaco.
Si racconta che Vittorio Emanuele II, preoccupato per l’andamento dello scontro, si sia rivolto in piemontese a una formazione di soldati della Brigata Aosta con una frase poi diventata celebre: “Ragazzi, o prendiamo San Martino o gli altri fan fare San Martino a noi”.
Un gioco di parole non casuale: il nome del paese teatro dello scontro, San Martino della Battaglia, si sovrapponeva al significato figurato del modo di dire, lasciando intendere che la sconfitta avrebbe significato una ritirata forzata, un trasloco subito e non scelto.
Da “Fare San Michele” alle altre varianti
In Italia c’è una sola lingua ma diversi dialetti: per questo non stupisce che l’espressione “fare San Martino” abbia assunto forme espressive diverse da regione a regione.
- Piemonte: in piemontese si dice “fé San Martìn“, la lingua che il re ha utilizzato insieme al francese per parlare al popolo e ai soldati.
- Lombardia: l’espressione diventa “fàa Sàn Martín“, usata correntemente per indicare lo sgombero delle cascine.
- Bologna: qui “fare San Martino” si trasforma in “fare San Michele“. Il cambiamento è dovuto alla tradizione agraria del luogo e al 29 settembre, altra data cruciale per la scadenza dei contratti colonici.
Un caso particolare è rappresentato dalla città di Napoli: qui il giorno dei traslochi coincide con il 4 maggio, una ricorrenza legata alla riscossione del pesone, ossia l’affitto, che avveniva a scadenze quadrimestrali. Chi non poteva pagare era costretto a cambiare casa proprio in primavera, una scena così radicata da entrare stabilmente tra le statuine del presepe napoletano, rappresentata dal popolano che trascina un carro colmo di masserizie.
Questo viavai è stato regolamentato per legge a partire del 1611, spostando la data a inizio maggio per evitare che i carri intralciassero le celebrazioni religiose di San Filippo e San Giacomo ad agosto.
Miti e superstizioni sui traslochi nel mondo
Cambiare casa è sempre stato un momento delicato, e non sorprende che attorno a questo gesto si sia costruito un intero repertorio di credenze e superstizioni che non coinvolge solo la cultura italiana.
- Cina: è severamente vietato traslocare durante il settimo mese lunare, noto come il mese dei fantasmi, periodo in cui gli spiriti vagano liberi sulla terra.
- Giappone: Si cerca di traslocare nei giorni denominati Taian, considerati estremamente fortunati, evitando invece i giorni Butsumetsu, sinonimo di cattivo auspicio per qualunque nuovo inizio.
- Stati Uniti: in diverse aree del Paese esiste la credenza che traslocare durante i giorni di luna piena sia propizio per la buona sorte e l’abbondanza economica.
- India: le famiglie si rivolgono a un astrologo per calcolare il muhurta, ovvero il momento astrologico perfetto in grado di garantire armonia, pace e ricchezza all’interno della nuova proprietà.
Per quanto riguarda l’Italia, esiste l’usanza di non trasferirsi in giorni ben precisi, ossia martedì e venerdì: questo deriva dal detto tradizionale secondo cui “di Venere e di Marte non si sposa, non si parte e non si dà principio all’arte”.
C’è poi una formula da pronunciare proprio nell’attimo in cui si varca la soglia per la prima volta: entrare con il piede sinistro dicendo “Entro povero, me ne vado ricco”, parole considerate di buon auspicio per chi inizia una nuova vita domestica.
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Tiziana Morganti
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