IPO a stelle e strisce


Con il filing di Bending Spoons a New York, l’idea che solo i colossi globali possano affacciarsi a Times Square è definitivamente tramontata: la porta è aperta anche alle mid-cap italiane, ma dall’altra parte c’è un mercato che pretende struttura, trasparenza e una storia di crescita raccontata con la precisione di un prospetto, non con l’entusiasmo di una presentazione da startup.

Dall’ansia da quotazione alla domanda giusta

Molti imprenditori partono da un interrogativo quasi esistenziale: Wall Street è davvero alla portata di un’azienda italiana? «La domanda che spesso ci si pone è se un’azienda italiana possa quotarsi nei mercati azionari statunitensi come il Nasdaq o il New York Stock Exchange (NYSE). La risposta è sì e un numero crescente di aziende italiane sta approdando oltreoceano, in particolare al Nasdaq» osserva l’avvocato Gabriel Monzon Cortarelli, Head of International Practice Group dello studio Becker & Poliakoff.

Poi però, aggiunge, conviene cambiare prospettiva: «La vera domanda è se sia pronta a farlo.» Non si tratta di riservare il sogno americano alle multinazionali: «Anche aziende italiane di medie dimensioni possono valutare l’accesso a mercati come il Nasdaq o il NYSE», spiega Monzon Cortarelli. A pesare sono il settore in cui si opera e il grado di maturità: «Il mercato americano premia aziende ben strutturate, trasparenti e capaci di raccontare con chiarezza una storia di crescita convincente (la c.d. equity story).»

Gabriel Monzon Cortarelli, Head of International Practice Group dello studio Becker & Poliakoff

ADR o Flip: l’identità con cui ci si presenta

Una volta deciso di tentare l’avventura, il primo snodo è societario. «Dal punto di vista societario, le aziende italiane che vogliono approdare su uno dei mercati statunitensi hanno due principali alternative: quotare la società italiana tramite il meccanismo del American Depository Receipts (ADR) o costituire una holding americana come matricola per la quotazione USA (la c.d. Flip Transaction).»

La via ADR implica che «la procedura di ADR prevede il deposito delle azioni italiane presso una banca custode americana e l’emissione di certificati corrispondenti alle azioni della società italiana con denominazione in dollari che verranno a loro volta quotate nei mercati americani». In questo modo «la quotazione tramite ADR consente a una società italiana di mantenere lo status di Foreign Private Issuer (FPI), preservando la propria nazionalità e struttura societaria italiana ai fini della normativa applicabile della U.S. Securities and Exchange Commission (SEC)». Per Monzon Cortarelli non è una scelta neutra: «Non si tratta semplicemente di scegliere una struttura societaria. Si tratta di decidere come l’azienda intende presentarsi al mercato e quale storia vuole raccontare agli investitori.» Il regime FPI «offre alcune semplificazioni rispetto alle società americane, soprattutto in materia di reporting e obblighi informativi verso la Securities and Exchange Commission (SEC)» e consente di «raccogliere capitali negli Stati Uniti senza trasferire la sede o modificare radicalmente la struttura del gruppo», a fronte però di «minore familiarità degli investitori americani con strutture societarie italiane».

La Flip Transaction sceglie invece il travestimento “pieno” da emittente USA: «La Flip Transaction, invece, prevede la costituzione di una holding statunitense – tipicamente nel Delaware – che diventa capogruppo, permettendo alla società di presentarsi al mercato statunitense come emittente USA a tutti gli effetti, con una struttura immediatamente riconoscibile agli investitori americani», prosegue Monzon Cortarelli. Il prezzo è una trasformazione profonda: questa strada «comporta una riorganizzazione societaria più articolata con la necessità di valutare aspetti fiscali inerenti alla trasformazione societaria e un più marcato inserimento nel sistema normativo statunitense».

Il cantiere dell’IPO: bilanci, governance, SEC

Dal momento in cui si imbocca il percorso verso New York, l’azienda entra in un cantiere permanente. «Indipendentemente dalla struttura scelta, il percorso verso Wall Street prevede revisione dei bilanci, due diligence legale e finanziaria, adeguamento della governance e predisposizione della documentazione per la SEC», riassume Monzon Cortarelli. Il Nasdaq viene descritto nei materiali preparatori come il mercato dei capitali più dinamico, con «scalabilità, visibilità globale e liquidità» maggiori rispetto ai listini europei e un ecosistema in grado di offrire «maggiore visibilità, valutazioni elevate e una liquidità significativamente superiore rispetto ai mercati europei».

Per reggere l’urto, serve una squadra internazionale di specialisti. «Per lo sbarco a New York serve un consorzio internazionale. I soggetti chiave sono i Lead Underwriter (banche d’affari globali o boutique specializzate), studi legali dual-jurisdiction (italo-statunitensi), IR advisor negli USA e revisori accreditati PCAOB», spiega Roberta Marcenaro Lyon, Ceo e founder di IMARK, società italoamericana con sede a Washington.

I paletti d’ingresso non sono cosmetici: «I requisiti variano in base al segmento (es. Nasdaq Capital Market), ma impongono una capitalizzazione minima tra 50 e 160 milioni di dollari e un flottante oltre il milione di azioni», precisa. Le barriere che fanno più male sono quelle regolamentari e contabili: «Le barriere principali sono regolamentari e contabili: il passaggio agli standard US-GAAP (o IFRS) e l’adeguamento della governance alla legge Sarbanes-Oxley (SOX), con rigidi controlli interni e consiglieri indipendenti.»

Roberta Marcenaro
Roberta Marcenaro Lyon, Ceo e founder di IMARK

Dodici–ventiquattro mesi di preparazione

La timeline reale non assomiglia a una sprint race. «La preparazione dura 12-24 mesi. La proposta di mercato (Equity Story) deve dimostrare scalabilità globale e tecnologia proprietaria», dice Marcenaro Lyon. Molte realtà devono prima rimettere mano alla struttura legale: «Spesso si rende necessaria una ristrutturazione legale preventiva tramite Flip (creazione di una holding estera, es. nel Delaware, Stato più internazionale fra tutti i 50).»

Il percorso tecnico segue tappe codificate: «I passaggi chiave prevedono: 1. Due diligence e transizione contabile. 2. Filing presso la SEC con il deposito del prospetto informativo (Form F-1/S-1). 3. Roadshow e Bookbuilding per raccogliere gli ordini dei grandi fondi e definire il prezzo d’offerta prima del debutto.» Nel frattempo l’azienda si adegua ai tre pilastri tipici delle checklist per il Nasdaq: requisiti finanziari con audit US-GAAP, board indipendente e trasparenza in linea con la SEC, struttura legale coerente con una holding estera o con una piena conformità transfrontaliera.

Quanto costa davvero “suonare la campanella”

L’immaginario collettivo si concentra sulla foto a Times Square, ma prima arriva il conto. «I costi totali per le realtà minori oscillano tra il 7% e il 10% del capitale raccolto», spiega Marcenaro Lyon. Nel concreto «tra commissioni bancarie, spese legali cross-border, audit e listing fee, l’esborso iniziale è di circa 2-4 milioni di dollari, a cui si somma almeno 1 milione annuo per la compliance post-IPO».

Monzon Cortarelli invita a non cercare un tariffario universale: «Non esiste un costo standard per una quotazione sul Nasdaq o NYSE. Il miglior modo per contenere i costi di una futura quotazione non inizia il giorno in cui si decide di andare sul mercato, ma molto prima.» La differenza la fanno le fondamenta: «Società con processi interni efficienti, documentazione aggiornata e una chiara allocazione delle responsabilità tendono ad affrontare il percorso in modo più rapido e meno oneroso.» La quotazione, in questa prospettiva, diventa «un percorso di crescita e trasformazione che offre accesso a maggiore visibilità internazionale, a mercati più liquidi con investitori capaci di determinare il rischio d’impresa, e supportare nuove opportunità di sviluppo».

Il precedente Genenta: Nasdaq prima dell’unicorno

Nel dibattito italiano, Bending Spoons catalizza l’attenzione, ma il segnale che interessa le Pmi è un altro. «Sì, Wall Street non è un club esclusivo per soli giganti», sottolinea Marcenaro Lyon. E porta un caso concreto: «Se da un lato il colosso tech Bending Spoons ha recentemente depositato la richiesta al Nasdaq puntando a valutazioni multimiliardarie, la via americana è concretamente percorribile anche dalle medie imprese ad alta crescita.»

L’esempio è Genenta Science: «ESEMPIO: Genenta Science (biotech milanese), quotatasi al Nasdaq raccogliendo circa 36 milioni di dollari con una valutazione iniziale di circa 100 milioni tramite American Depositary Shares (ADS). Genenta dimostra che il mercato USA premia l’innovazione pura e i modelli scalabili ben prima dello status di unicorno, a patto di disporre di una struttura in grado di gestire la volatilità e i severi requisiti di mantenimento della SEC (come il prezzo minimo di 1 dollaro per azione).» Per le biotech, le software company e le realtà deeptech italiane, il messaggio operativo è che la soglia non è di dimensione, ma di qualità e sostenibilità del modello.

Meritocrazia americana, allergia all’improvvisazione

La sintesi di Marcenaro Lyon è brutale quanto utile per chi sta valutando il salto: «Il mercato statunitense è meritocratico e accessibile, ma non tollera l’improvvisazione.» L’errore tipico delle Pmi italiane è considerare la SEC e la quotazione come un passaggio burocratico invece che come un cambio di pelle. «Per le imprese italiane, specialmente le PMI, la vera chiave del successo non è solo superare i rigidi requisiti della SEC o sostenere i costi di sbarco, ma compiere una profonda prequalificazione e un cambio di mentalità: bisogna presentarsi a Wall Street parlando la lingua degli investitori locali, dimostrando scalabilità globale e, soprattutto, strutturando fin da subito una solida governance in loco.»

Il patto implicito con il mercato americano è riassunto in una frase: «Gli Stati Uniti premiano il nostro valore e la nostra innovazione, a patto di andare molto preparati e allineati alle loro regole del gioco.» Tra Milano e il Nasdaq, insomma, non c’è un volo diretto di comodo: c’è un percorso di 12–24 mesi in cui si riscrive la governance, si convertono i bilanci, si costruisce un racconto credibile e si accetta che la foto alla campanella arrivi solo quando la macchina interna è già tarata a standard USA.

L’articolo IPO a stelle e strisce proviene da Economy Magazine.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Marina Marinetti

Source link

Di