La retrospettiva che la Triennale di Milano dedica a Francesco Clemente (Napoli, 1952) colma un vuoto. Arriva dopo Anima Nomade, inaugurata al Palazzo delle Esposizioni di Roma nel novembre del 2024, ma si era trattato in quel caso di un’installazione immersiva costruita per l’occasione. Clemente è tra gli artisti italiani più celebrati a livello internazionale, ma di retrospettive del suo lavoro in Italia si ricordano solo quella del 2009 presso il Museo Madre di Napoli curata da Pamela Kort e quella di Palermo presso Palazzo Sant’Elia del 2013 che rientrava nel progetto La Transavanguardia italiana ideato da Achille Bonito Oliva.
La mostra di Francesco Clemente alla Triennale di Milano
Alla Triennale ora Francesco Clemente. In Between arriva come l’ultima delle iniziative legate alla presidenza di Stefano Boeri che, in un video proiettato durante la presentazione della mostra, ha tenuto a sottolinearlo. Nello specifico, Francesco Clemente. In Between si è avvalsa di due curatori – Francesca Pietropaolo e Robert Storr – che hanno attinto tanto a prestiti pubblici e privati (presente tra i relatori alla conferenza di presentazione il gallerista Vito Schnabel), quanto ad opere provenienti direttamente dallo studio dell’artista. Il visitatore si trova innanzi a una settantina di opere prodotte nell’arco di cinque decenni. Alcuni lavori mai esposti o presentati per la prima volta in Italia. Nell’insieme, una panoplia di tecniche che spaziano dal disegno a carboncino all’acquerello, dal pastello all’affresco, dalla pittura ad olio alla tempera, sino al libro d’artista. Clemente si muove così tra culture e tradizioni pittoriche plurali, che comprendono tradizioni occidentali e orientali: ne fanno parte il misticismo occidentale (cristiano e cabalistico insieme), l’induismo, il buddismo zen, a cui si è aggiunto più di recente l’interesse per le credenze legate ai rituali animistici afrobrasiliani.

Francesco Clemente tra autoritratto e ritratto
Specifica è, poi, la pratica dell’autoritratto che attraversa tutta la mostra a partire dall’Autoritratto con oro (1979) per raggiungere l’evanescente After a Poem (2024). Altrettanto importate quella del ritratto: comprende gli acquerelli che ritraggono le sue frequentazioni nuovaiorchesi con artisti come Warhol e Basquiat, il compositore Morton Feldman, il poeta Allen Ginsberg. Ma annovera pure olio su tela come Alba (1997) dedicato alla moglie e musa: qui Clemente introduce il nuovo formato orizzontale, rintracciabile anche nel più recente Alba (2024) e variato ulteriormente in Portrait of Zoë Kravitz (2025).
Il legame di Clemente con la cultura indiana
Specifica e ben nota è la sua meditazione intorno alla cultura indiana. Negli spazi della Triennale questo aspetto è sottolineato, ad esempio, nell’esposizione di miniature realizzate in collaborazione con artigiani del subcontinente indiano. Meno conosciuti risultano, invece, alcuni potenti riferimenti agli sconvolgimenti del mondo contemporaneo: come la tela 5-14-2020, realizzata durante la pandemia del Covid 19. Vivido rimane dopo la visita il ricordo del grande olio Winter Flowers in Spring II, con il quale Clemente riafferma la convinzione che anche nell’inverno del mondo e della vita creare bellezza indica volontà di resistere. Poiché sin dal suo ingresso l’allestimento si propone come un percorso orientato soprattutto dalla geografia, le domande che ho posto all’artista provano a seguire questa traccia.
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6 / 6Intervista a Francesco Clemente
I viaggi nel subcontinente indiano che hai iniziato nel lontano 1973 hanno accompagnato negli anni tutta la tua produzione. L’India di Indira Gandhi e quella di Modi appaiono però profondamente diverse. Provi ancora la stessa fascinazione?
Bruce Chatwin viaggiò negli Anni Settanta con Indira durante la sua campagna elettorale. Il manager di Indira disse: “Tutti parlano di 700 milioni di Indiani, ma chi sono? Per noi gli Indiani sono 700 e questi settecento li conosciamo tutti!”. Io amo l’India rurale, quella dei settecento milioni, oggi un miliardo. Non appartengono a Indira o a Modi, ma alla terra, alle stagioni, alle leggende, ai pellegrinaggi, ai fiumi sacri, ai simboli che qualche volta li proteggono e qualche volta no. Un immenso popolo che non è condannato a comprare prodotti effimeri, ma, invece, per passare il tempo, inventa miti, gesti, oggetti rituali.
A partire dal 2008 ti sei inoltrato in un altro “sud” del mondo, quello latino-americano. In mostra appaiono grandi formati che sembrano esprimere un’energia specifica. Cosa ti ha insegnato questo peregrinare tra Messico e Brasile?
La mia pittura vive una vita propria. Il mio compito è di spaesarmi e liberarmi così delle mie aspettative. Tradizioni come il Candomblé – una religione afrobrasiliana nata nel XIX Secolo – coltivano la stessa imparzialità verso il mondo. Mi aiutano a ricordare che il sangue è sangue, che le onde del mare sono le onde del mare.
Il misticismo orientale, i riti animisti brasiliani, il simbolismo occidentale. L’ombra del sacro sembra accompagnarti ovunque: cosa vai cercando?
Tutte le espressioni artistiche sono nate dall’esperienza della morte. La morte è incomprensibile e irriducibile. Così sono la poesia, la musica, la pittura.
C’è una frase – per me sibillina – che ti ho sentito pronunciare: “Il linguaggio è al centro di questa mostra… I nemici di tutti noi sono oggi quelli stanno distruggendo il linguaggio“. Che significa?
Articolare un linguaggio non reattivo. Descrivere invece che prescrivere. Ricordare che la pittura è anche piacere e che il piacere è anche conoscenza. Tutto questo è utile per allontanarsi dal linguaggio infantile di sopraffazione propagandato come naturale dai tristissimi cartelli criminali che oggi governano il mondo.
Prima e dopo il Brasile, c’è sempre stato il tuo studio di downtown Manhattan. Lì ti sei trasferito nel 1981, lì continui a dipingere anche oggi. Anche in America però tutto è cambiato: come vive un artista a New York oggi?
New York resta una città viva. Come a Firenze o a Venezia basta camminare una mezz’ora in più o svegliarsi un’ora più presto la mattina per essere soli, lontano dalla folla.
Sei nato a Napoli, ti sei trasferito a Roma, ma hai presto deciso di fare base altrove. E quindi arriva ineluttabile la domanda: a un giovane collega, oggi consiglieresti una vita da nomade?
Oggi è più probabile trovare l’altrove dentro di sé che viaggiando.
Aldo Premoli
Milano // fino al 6 settembre 2026
Francesco Clemente. In Between
TRIENNALE – Viale Alemagna, 6
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