La delibera produce un mandato politico e amministrativo. La categoria Unesco richiede invece la definizione di una pratica culturale vivente, dei suoi portatori e delle misure di salvaguardia. Il lavoro comunale dovrà collegare questi due piani senza confonderli.
Denominazione ancora aperta: le comunicazioni del 18 giugno non specificano la lista o il registro Unesco verso cui indirizzare la proposta.
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La delibera approvata e lo stanziamento annunciato
La sequenza amministrativa è delimitata. Franco Perazza ha formulato la proposta, Rodolfo Ziberna l’ha accolta e la giunta l’ha fatta propria con voto unanime. Riccardo Riccardi ha espresso il sostegno regionale durante la presentazione del 18 giugno. L’atto già approvato apre il lavoro comunale. Una seconda delibera dovrà destinare le risorse economiche.
ANSA registra la separazione fra decisione politica e copertura finanziaria. La Regione Friuli Venezia Giulia documenta la presenza di Riccardi e il legame dichiarato fra Gorizia e il comprensorio di San Giovanni a Trieste. Il primo fatto produce un mandato pubblico. Il secondo dovrà stanziare le risorse per la redazione del fascicolo.
Le comunicazioni diffuse il 18 giugno non indicano una scadenza per la redazione del fascicolo né il gruppo incaricato di prepararlo. RaiNews registra l’iniziativa nella sede comunale e regionale senza riferire un passaggio già compiuto presso gli organi nazionali.
Il Comune avvia il lavoro, lo Stato presenta la proposta
La Convenzione del 2003 attribuisce la presentazione delle candidature agli Stati parte. In Italia una proposta passa dalla Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco e dai ministeri competenti. Il Comune apre l’istruttoria territoriale. Il deposito internazionale appartiene alla competenza statale.
Il Ministero della Cultura descrive l’inserimento nella Lista propositiva nazionale come tappa preliminare alla decisione del Consiglio direttivo della Commissione italiana e all’invio al Segretariato di Parigi. Prima di quel passaggio il fascicolo deve aver raggiunto una maturità documentale sufficiente e deve riportare il coinvolgimento delle comunità portatrici.
La delibera goriziana assume peso perché assegna alla città la responsabilità dell’avvio. Non attribuisce al Comune il potere di impegnare l’Italia davanti all’Unesco. Questa distinzione impedisce di scambiare un annuncio locale per una candidatura già ammessa.
Il nome «pensiero basagliano» dovrà designare pratiche vive
Pensiero basagliano è una formula politica e culturale molto ampia. La Convenzione protegge pratiche, rappresentazioni, espressioni, conoscenze e saperi riconosciuti da comunità e trasmessi nel tempo. UNESCO richiede una realtà vivente. Il fascicolo dovrà specificare chi la esercita oggi, in quali luoghi, attraverso quali attività e con quali modalità di trasmissione.
Un omaggio a Franco Basaglia o una raccolta dei suoi scritti non basterebbero. La pratica candidata dovrà emergere nella vita dei servizi, nella partecipazione delle persone, nella formazione degli operatori e negli usi civici dei luoghi legati alla deistituzionalizzazione. Il nome personale funziona come riferimento storico. La materia protetta deve avere portatori attuali.
La necessità di raccogliere materiali e predisporre un inventario è già emersa nella presentazione cittadina, circostanza registrata da Il Piccolo. Il lavoro più impegnativo sarà la delimitazione: una formula troppo larga rischia di confondere idee, norme, servizi sanitari, archivi e attività culturali che rispondono a requisiti diversi.
Le comunità devono partecipare dalla prima stesura
Il requisito R.4 della Lista rappresentativa esige la più ampia partecipazione possibile delle comunità interessate e il loro consenso libero, previo e informato. Una firma raccolta a fascicolo concluso avrebbe peso insufficiente. Le comunità devono concorrere alla definizione della pratica, alla scelta delle misure di salvaguardia e alla decisione su ciò che intendono trasmettere.
Nel caso basagliano la platea non coincide soltanto con enti sanitari e amministrazioni. La struttura del requisito richiama persone con esperienza dei servizi, familiari, operatori, associazioni, cooperative e soggetti culturali che mantengono attive le pratiche nate dal superamento dell’istituzione totale. La loro partecipazione dovrà risultare documentata e riconoscibile.
Le comunità che riconoscono, esercitano e trasmettono il patrimonio ne detengono la titolarità culturale. Il Comune conserva il coordinamento amministrativo. La Convenzione impedisce una candidatura costruita sopra le loro teste.
L’inventario nazionale precede l’invio a Parigi
Il requisito R.5 richiede l’inclusione della pratica in un inventario del patrimonio culturale immateriale presente nel territorio dello Stato proponente. Un archivio storico, una bibliografia o una delibera comunale non soddisfano da soli questa condizione. La pratica deve entrare in una scheda d’inventario compatibile con gli articoli 11 e 12 della Convenzione.
L’inventario documenta l’esistenza attuale e le modalità di trasmissione. Gli aggiornamenti devono registrare i mutamenti segnalati dalle comunità. Per il pensiero basagliano servirà una definizione capace di collegare origini storiche e pratiche odierne senza confinare tutto nella biografia dello psichiatra.
Il passaggio nazionale richiederà anche una perimetrazione geografica. Gorizia porta l’avvio della trasformazione istituzionale. Trieste porta la successiva costruzione territoriale. Una candidatura condivisa fra luoghi diversi dovrà assegnare ruoli leggibili e una responsabilità comune nella salvaguardia.
La salvaguardia riguarda una pratica attuale
Il requisito R.3 chiede misure destinate alla vitalità e alla trasmissione della pratica. Nel fascicolo basagliano la documentazione storica dovrà dialogare con formazione degli operatori, partecipazione degli utenti, accesso ai luoghi, attività culturali e continuità dei servizi territoriali.
Un programma limitato a celebrazioni e convegni avrebbe una base fragile. La candidatura acquista consistenza quando mostra pratiche osservabili, soggetti responsabili, risorse stanziate e tempi di attuazione. Il secondo atto comunale annunciato assume qui un peso misurabile: senza copertura economica le misure resterebbero dichiarazioni.
La salvaguardia richiesta dall’Unesco accompagna la trasmissione di una dottrina viva. Le comunità la adattano ai bisogni presenti. Il fascicolo dovrà esporre anche i rischi che minacciano la continuità: depotenziamento dei servizi, perdita dei luoghi, dispersione dei saperi degli operatori e impoverimento della partecipazione.
Gorizia 1961, l’origine istituzionale della riforma
Franco Basaglia arrivò a Gorizia nel 1961 come direttore dell’ospedale psichiatrico. Qui prese corpo la contestazione dell’istituzione manicomiale attraverso apertura dei reparti, assemblee, rifiuto della contenzione e riconoscimento della parola delle persone internate. Archivio Basaglia colloca in questa esperienza il nucleo del lavoro sviluppato negli anni successivi.
La centralità di Gorizia deriva da una pratica istituzionale documentata. Cambiarono le regole interne e i rapporti di potere. Anche il linguaggio clinico venne sottoposto a critica. La persona ricoverata tornò soggetto di diritti dentro uno spazio che l’aveva ridotta a oggetto amministrato.
Per il fascicolo Unesco questa genealogia offre un’origine documentata. La candidatura dovrà mostrare la continuità fra quelle azioni e le pratiche esercitate oggi. La sola vicinanza geografica all’ex ospedale non attribuisce la qualità di comunità portatrice.
Trieste 1971, il lavoro esce dall’ospedale
Basaglia assunse la direzione dell’ospedale psichiatrico di Trieste nel 1971. L’esperienza di San Giovanni estese il lavoro fuori dall’istituto e accompagnò la nascita di servizi territoriali. L’Organizzazione mondiale della sanità considera Trieste un riferimento internazionale per le reti comunitarie in ambito psichiatrico.
Gorizia e Trieste rappresentano due capitoli con funzioni diverse. La prima documenta l’apertura dell’istituzione chiusa. La seconda mostra la sostituzione progressiva dell’ospedale psichiatrico con servizi diffusi nella città. Il fascicolo dovrà evitare la fusione indistinta dei due luoghi e illustrare il contributo di ciascuno.
Il Parco di San Giovanni conserva spazi dell’ex comprensorio e ospita attività civiche e culturali. Questa continuità fra luoghi storici e uso pubblico offre materia alla candidatura. La conservazione degli edifici appartiene però al patrimonio materiale. Le pratiche svolte dalle comunità ricadono nel campo immateriale.
La legge 180 del 1978 tradusse il lavoro in diritto
La legge 13 maggio 1978 n. 180 regolò accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori e avviò il superamento dell’assetto manicomiale italiano. Il Ministero della Salute la colloca all’origine della riorganizzazione territoriale dell’assistenza psichiatrica.
I suoi contenuti confluirono pochi mesi dopo nella legge 23 dicembre 1978 n. 833 che istituì il Servizio sanitario nazionale. La Gazzetta Ufficiale documenta il rapporto normativo fra i due testi. La chiusura degli ospedali psichiatrici fu progressiva e richiese la costruzione di servizi alternativi.
Il nome popolare «legge Basaglia» restituisce il peso politico e culturale del suo lavoro. L’approvazione fu anche il risultato dell’azione parlamentare, del movimento antistituzionale, degli operatori e delle persone internate. Una candidatura ben costruita dovrà riconoscere questa pluralità di autori.
La formula pubblica non indica ancora la via Unesco scelta
Le comunicazioni del 18 giugno usano la formula ampia «patrimonio culturale immateriale». La Convenzione prevede la Lista rappresentativa e il Registro delle buone pratiche di salvaguardia. Sono meccanismi distinti e richiedono fascicoli differenti.
La Lista rappresentativa riguarda una pratica vivente riconosciuta dalle comunità. Il Registro seleziona programmi ed esperienze che mostrano esiti nella salvaguardia e una capacità di circolare oltre il territorio d’origine. La definizione della via orienterà l’architettura del fascicolo, le adesioni richieste, le prove da produrre e gli impegni economici.
La parola «pensiero» spinge verso una delimitazione severa se la scelta cadrà sulla Lista rappresentativa. Il Registro offre un’altra architettura quando la proposta viene formulata come programma di pratiche, formazione e partecipazione. La decisione appartiene all’istruttoria italiana e non è contenuta nella delibera comunale annunciata.
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Junior Cristarella
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