Pluripremiato a livello internazionale, regista, fotografo e gallerista, Giovanni Coda (Cagliari, 1964) ha saputo mettere il proprio sguardo al servizio della memoria e dei diritti umani. Dalla folgorazione neorealista e cruda di opere universali come la trilogia della violenza di genere fino alle sperimentazioni visive nate nel silenzio sospeso del lockdown con il collettivo NostraSanctissima. La sua cifra stilistica mette da sempre al centro la plasticità del corpo, la dignità degli ultimi e la verità emotiva. In occasione della prima parte della sua mostra antologica, che raccoglie 35 anni di ricerca visiva ed etica, lo abbiamo incontrato per un bilancio, dall’esperienza in Bangladesh alle difficoltà del cinema indipendente, fino al nuovo, atteso progetto dedicato al trasformista Gianni Dettori.
Intervista al regista Giovanni Coda
Tutto ha inizio nel 1990 con una videocamera VHS-C avuta in prestito per una video installazione al Teatro dell’Arco. Quanto di quello sperimentatore vive ancora nell’autore pluripremiato di oggi?
Quello sguardo sperimentatore nato tra la fine degli Anni Ottanta e i primi Novanta continua ad attraversare il mio lavoro. Tutto è iniziato quasi per necessità, per una videoinstallazione al Teatro dell’Arco: un gesto libero, istintivo, lontano da qualsiasi idea di industria culturale. Dopo Il Passeggero — unico lavoro in pellicola, realizzato grazie al premio al Festival Internazionale del Cinema di Arezzo diretto da Fulvio Wetzl nel 1995 — compresi che il mio percorso sarebbe stato legato soprattutto alla ricerca di un linguaggio personale, capace di fondere cinema, fotografia, videoarte e installazione. Ho avuto l’opportunità di avvicinarmi a un cinema più mainstream e di trasferirmi a Roma, ma ho scelto la libertà espressiva. È stata una scelta impegnativa, ma mi ha permesso di restare fedele a una visione dell’arte come spazio aperto di ricerca, relazione e confronto umano. C’è poi da mettere in evidenza che da trentuno anni dirigo il festival cinematografico V-Art che ha sempre messo in relazione la mia attività artistica con il mio essere “operatore culturale”.
Spazi dalla fotografia alla regia, dalle installazioni alla scrittura. Come interagiscono questi linguaggi nel tuo processo creativo?
All’inizio del mio percorso ho vissuto i diversi linguaggi quasi come un’esigenza vitale. Scrittura, fotografia, teatro, video: tutto nasceva dalla necessità di trovare forme diverse per raccontare emozioni, corpi, memoria e relazioni umane. Il primo riconoscimento arrivò nel 1991 con il racconto breve Rimane la paura del dopo…, premiato al festival letterario Tiria Noa diretto da Vincenzo Pisanu. Poco dopo sentii il bisogno di trasformare le parole in immagini: prima attraverso la fotografia, poi con il video e il linguaggio cinematografico. Negli anni ho imparato a costruire personalmente ogni parte del processo creativo — ripresa, montaggio, suono, ricerca visiva — fino a trovare una sintesi naturale tra parola, musica e immagine. Oggi lavoro spesso per sottrazione, come in Il Rosa Nudo, oppure per contaminazione e ibridazione dei linguaggi, fondendo cinema, danza, teatro e performance in opere come Bullied to Death e Mark’s Diary. In fondo, il mio lavoro continua a nascere dallo stesso desiderio: cercare un dialogo autentico tra immagine, emozione e presenza umana.
Nella trilogia della violenza di genere (“Il Rosa Nudo”, “Bullied to Death” e “La Sposa nel Vento”) hai costruito un potente percorso sulla violenza e sui diritti umani. Qual è, secondo te, il ruolo del cinema oggi nel denunciare reati che la legge spesso non riesce ad inquadrare correttamente?
Credo che il cinema, così come l’arte in generale, abbia il ruolo fondamentale di osservare la realtà senza distogliere lo sguardo, mettendo in evidenza le contraddizioni, le paure e le fragilità della società contemporanea. Spesso l’arte riesce ad arrivare dove il linguaggio politico o istituzionale fatica ad arrivare, perché parla direttamente alle emozioni e alla coscienza delle persone. Con la trilogia ho cercato di porre delle domande, più che offrire risposte. Ci possiamo davvero abituare alla continua violenza contro le donne, ai femminicidi, agli episodi di odio e discriminazione verso le persone LGBTQIA+? Possiamo considerare “normale” che tanti giovani continuino a subire isolamento, aggressioni o violenze semplicemente per la loro identità o il loro orientamento affettivo? Il cinema non cambia da solo il mondo, ma può contribuire a creare consapevolezza, empatia e memoria. E credo che sia importante. L’arte ha il compito di denunciare, ma anche quello di restituire umanità alle persone e alle storie che rischiano di essere ridotte a cronaca o spettacolarizzazione mediatica.
Cosa pensi che rimanga nello spettatore alla fine di una tua proiezione?
Ho avuto la fortuna di presentare i miei film in molti paesi del mondo e una delle cose che più mi ha colpito, nel tempo, è stata la reazione profondamente emotiva di alcuni spettatori. Ricordo in particolare il silenzio che si creò mentre raccontavo la storia di Pierre Seel in occasione della proiezione de Il Rosa Nudo a Gothenburg, festival in cui il film ricevette il Film For Peace Award. Mi ha toccato vedere alcune persone commuoversi profondamente. Sensazioni simili le ho vissute anche ad Amsterdam, Londra o Melbourne. Credo che ciò che rimanga dopo i miei film sia uno spazio di riflessione. A volte un silenzio condiviso può essere più potente di molte parole. Ed è forse lì che il cinema continua a vivere: nel tempo interiore che lo spettatore porta con sé dopo la visione.
Nel 2020, epoca del lockdown, nasce il collettivo NostraSanctissima con Carla Pisu che ha trasformato oggetti quotidiani in nature morte dall’aura sacrale e dai cromatismi fluorescenti. É stato quel tempo sospeso a cambiare il tuo modo di percepire luce e colore?
NostraSanctissima nasce dal desiderio, mio e di Carla Pisu, di esplorare nuove possibilità espressive attraverso la fotografia. Il lockdown — tempo sospeso, segnato da immobilità sociale e da una forte tensione emotiva collettiva — ci spinse a guardare gli oggetti quotidiani con occhi diversi, trasformandoli in elementi quasi simbolici, sospesi tra realtà e dimensione sacrale. La mia ricerca fotografica è rimasta coerente con il percorso precedente, ma in quel periodo luce e colore hanno assunto una dimensione più intensa e visionaria. Ho fotografato ciò che avevo intorno: fiori, cibo, oggetti domestici, dettagli apparentemente ordinari che finivano per raccontare stati d’animo, fragilità e trasformazioni. Le calle nel loro ciclo vitale, le gerbere dai colori accesi, ma anche elementi più semplici e imperfetti come banane o limoni ormai segnati dal tempo. Una delle esperienze più interessanti è stata proprio la condivisione del processo creativo. Non ho mai vissuto come una perdita il fatto che un’altra artista reinterpretasse le mie immagini; al contrario, credo che il dialogo tra sensibilità differenti abbia dato forza al progetto. Le due collezioni nate da quell’esperienza hanno trovato una loro identità proprio grazie a questa visione condivisa, trasformando un momento difficile in un’occasione di ricerca, relazione e apertura verso il futuro.
L’antologica dedicata ai tuoi 35 anni di carriera mette in relazione fotografia e regia, c’è un’opera tra le 50 prodotte che consideri il cuore pulsante della tua ricerca artistica?
Trentacinque anni di percorso artistico rappresentano, prima di tutto, un lungo attraversamento umano. In questi anni ho avuto la possibilità di viaggiare, esporre e confrontarmi con culture, realtà e persone diverse. Tutto questo ha inevitabilmente trasformato anche il mio modo di guardare il mondo. Se dovessi racchiudere il cuore della mia ricerca fotografica in un’unica opera, sceglierei probabilmente il trittico dedicato alla mendicante incontrata a Sathkira, in Bangladesh, durante il viaggio umanitario realizzato insieme a Farmacisti nel Mondo ODV e ospiti della Rishilpi. In quelle immagini ritrovo molti degli elementi che hanno attraversato il mio lavoro: dignità, fragilità, resistenza, ascolto umano e attenzione verso chi vive ai margini. È un’opera che sento profondamente vicina alla mia idea di arte sociale e umanista, anche nel dialogo ideale con figure come Tina Modotti, che ho sempre ammirato e studiato con grande passione. Per quanto riguarda il cinema, credo invece che Il Rosa Nudo rappresenti il punto più profondo e universale del mio percorso. Attraverso la storia di Pierre Seel ho cercato di restituire memoria e umanità a una pagina spesso dimenticata della storia europea. Ancora oggi il film continua a essere proiettato, studiato e discusso in contesti internazionali, e questo mi emoziona profondamente. Più che un punto d’arrivo, considero queste opere una testimonianza di ciò che ho sempre cercato nel mio lavoro: costruire immagini capaci di creare relazione, memoria e consapevolezza umana.
Nel 2023 arriva un’importante sfida: la gestione della The Social Gallery, non una semplice galleria ma uno spazio collocabile tra un presidio culturale e un laboratorio di confronto per l’arte visiva indipendente. In quale modo la sua direzione ha influenzato la tua personale ricerca visiva?
La Social Gallery rappresenta per me un progetto estremamente importante, sia sul piano umano sia su quello artistico e culturale. È uno spazio che seguo ininterrottamente fin dalla sua nascita, insieme a un team di preziosi curatori, critici, artisti e collaboratori che negli anni hanno contribuito a definirne identità e visione. Fin dalle prime esposizioni il pubblico e la critica hanno risposto con grande attenzione, soprattutto per l’impostazione organizzativa e curatoriale adottata: l’idea di una galleria intesa non come semplice contenitore espositivo, ma come servizio concreto all’arte e agli artisti. Alla Social Gallery ogni progetto viene accompagnato con cura, dalla costruzione curatoriale alla comunicazione, dall’accoglienza degli artisti fino al sostegno logistico e organizzativo. Questo approccio ha permesso allo spazio di diventare nel tempo un luogo di incontro reale tra autori, tecnici, operatori culturali e pubblico, mantenendo sempre una forte indipendenza progettuale. Dirigere uno spazio di questo tipo ha inevitabilmente influenzato anche la mia ricerca visiva. In questi anni ho avuto modo di confrontarmi con poetiche, linguaggi e sensibilità differenti, entrando in relazione con artisti e professionisti provenienti da ambiti diversi. La continua produzione di mostre, installazioni, rassegne cinematografiche e progetti multidisciplinari ha arricchito il mio sguardo, alimentando ulteriormente quella contaminazione tra cinema, fotografia, arte performativa e arti visive che da sempre caratterizza il mio percorso artistico.
In questo momento stai lavorando al progetto dedicato al trasformista cagliaritano Gianni Dettori che vedremo a breve. Per citare Bergman, qual è la “stanza segreta dell’anima” che non hai ancora esplorato?
Sì, proprio in questi giorni abbiamo inaugurato il set di Kasteddu Free Night, il docufilm che dedico al mio caro amico e straordinario artista Gianni Dettori, figura capace di amplificare e reinventare i confini stessi dell’arte del trasformismo, portandola oltre la dimensione performativa tradizionale. È un progetto molto impegnativo, umano prima ancora che cinematografico, che spero possa essere accolto con il calore e l’attenzione che merita. Per citare Ingmar Bergman, credo che la “stanza segreta dell’anima” che non ho ancora realmente esplorato sia proprio la mia. Nel mio lavoro — e forse più in generale nella vita di un autore indipendente — spesso si finisce per abitare le stanze interiori degli altri, attraversando fragilità, memorie, ferite e verità che a volte ti spezzano il cuore. Molto spesso non c’è spazio per me stesso, per un tempo realmente dedicato alla mia interiorità, ma in fondo ho sempre accettato questa condizione quasi come parte integrante del mio modo di vivere il cinema e l’arte. Non si tratta di solitudine creativa, quanto piuttosto di una forma di totale adesione al lavoro artistico, che nonostante le enormi difficoltà del cinema indipendente e delle esperienze “FuoriNorma” — per usare una definizione cara al grande Adriano Aprà — continua a rappresentare per me uno spazio di libertà assoluta. Le difficoltà sono tante, gli ostacoli spesso enormi, e i tempi che stiamo vivendo appaiono sempre più complessi e attraversati da derive culturali e democratiche preoccupanti. Eppure credo ancora nella necessità di resistere attraverso l’arte, attraverso il cinema, attraverso nuove possibilità espressive. La ricerca di una nuova via creativa continua, e credo che nemmeno questi tempi bui riusciranno davvero a soffocarla.
Roberta Vanali
Quartu Sant’Elena (CA) // fino al 29 giugno 2026
AS IT IS. Giovanni Coda Solo Exhibition
EX CONVENTO DEI CAPPUCCINI – Via Brigata Sassari, 43
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