Il dato giudiziario da cui partire è netto: otto custodie cautelari in carcere, tre persone indagate a piede libero e un fascicolo che descrive una rete transnazionale radicata nella Capitale e sul litorale nord laziale. La manovra camorristica nel Napoletano non è un episodio laterale: intercetta il momento in cui la droga cambia mano e converte la fiducia fra criminali in debito da riscuotere.
Avvertenza giudiziaria: le persone citate sono indagate. Le ordinanze cautelari non sono condanne e ogni posizione sarà esaminata davanti ai giudici.
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Le misure del 16 giugno tra Roma, Abruzzo, Calabria e Sicilia
Le ordinanze sono state eseguite nelle province di Roma, L’Aquila, Reggio Calabria e Catania. A firmarle è stato il GIP del Tribunale di Roma, nel fascicolo coordinato dalla DDA capitolina e condotto dai Carabinieri di Civitavecchia. Il procedimento riguarda complessivamente 11 persone, con otto destinazioni in carcere e tre posizioni a piede libero.
L’attività chiude la seconda metà di una vicenda già emersa a fine maggio, quando erano stati fermati i vertici del gruppo. L’avvio investigativo risale ad agosto 2025; da lì si è formato un tracciato che colloca la base italiana fra Capitale e litorale nord laziale, con relazioni verso criminalità calabrese e campana. La geografia non è ornamentale: Roma funge da mercato e area di comando, la Calabria entra nella lavorazione, la Campania compare come luogo di mediazione dopo il furto.
Il finto intervento nel Napoletano e il debito con i colombiani
Il segmento che cambia la temperatura del fascicolo è ambientato nel Napoletano. Esponenti della camorra napoletana avrebbero simulato un intervento delle forze dell’ordine e si sarebbero appropriati di 10 chilogrammi di cocaina appena consegnati dai fornitori colombiani. La perdita assegnata al carico è di circa 280 mila euro.
In un traffico di questo tipo la merce sottratta non sparisce mai soltanto dal magazzino criminale. Genera un credito, apre sospetti sulla lealtà degli intermediari e obbliga chi ha fornito la cocaina a recuperare denaro o prestigio. Il cartello avrebbe reagito attivando canali di relazione con la Campania e organizzando incontri per chiudere la vertenza. La finta irruzione diventa così una prova di vulnerabilità dell’intera catena: basta un varco nel momento della consegna per trasformare un carico in una crisi fra gruppi.
Guayaquil, borsoni in mare e auto con vani occultati
La cocaina seguiva più percorsi. La rotta marittima partiva anche dal porto di Guayaquil, in Ecuador, con navi dirette verso l’Europa. Durante la navigazione i borsoni venivano lanciati in mare in punti concordati e recuperati tramite coordinate GPS. La tecnica riduce il contatto fra nave e recuperatori: il carico esce dal mezzo principale prima dell’approdo e viene agganciato da chi conosce la posizione.
Il canale terrestre passava dalla Spagna attraverso autovetture modificate con doppi fondi meccanizzati, chiamati in gergo “sistema”. Per alcune consegne comparivano corrieri ovulatori, addestrati a ingerire ovuli di cocaina e a spostarsi su tratte più controllate. La rete combinava mezzi marittimi e veicoli alterati perché ogni tratta rispondeva a una diversa esigenza criminale: volume per le spedizioni maggiori, discrezione per i trasferimenti mirati.
Broker dominicano, “Presidente” colombiano e distributore romano
Gli atti assegnano ruoli distinti dentro il gruppo. Un broker internazionale di origini dominicane avrebbe seguito contatti con i fornitori esteri, logistica e flussi finanziari. Il vertice operativo colombiano, chiamato “il Presidente”, avrebbe governato i connazionali, le importazioni, il prezzario della cocaina e i rapporti con narcotrafficanti stanziali tra Spagna e Sudamerica.
Il tratto italiano passa da un broker romano incaricato di distribuire la droga nel litorale nord laziale e nel Centro Italia. Un soggetto di origini calabresi compare per la disponibilità di veicoli con vani occultati. Questa ripartizione non descrive una banda improvvisata: racconta una filiera dove ogni ruolo riduce l’esposizione degli altri, dal contatto estero fino al grossista locale.
Prezzi al chilo, nomi in codice e contabilità dei “punti”
Nel fascicolo entrano anche le cifre del mercato all’ingrosso. La cocaina veniva acquistata a circa 16-17 mila euro al chilo e rivenduta fra 21 e 24 mila euro. Il margine era indicato con il termine convenzionale “punti”: sette punti equivalevano a settemila euro di guadagno.
Il linguaggio usato nelle conversazioni seguiva codici riconoscibili. “Rosalba” o “Rosalia” indicavano la cocaina rosa, “Biancaneve” la cocaina classica, “cotta” e “cruda” la preparazione chimica. Il lessico criminale non serve soltanto a mascherare la sostanza. Serve a fissare qualità, fase di lavorazione e prezzo senza pronunciare sempre il nome della droga.
Perché 280 mila euro e forbice 16-24 mila non coincidono
Dieci chili per 280 mila euro restituiscono una cifra di 28 mila euro al chilo. Nel medesimo fascicolo compaiono trattative con acquisto a 16-17 mila e rivendita fino a 24 mila. Lo scarto nasce da due grandezze diverse: da una parte il danno assegnato al carico sottratto, dall’altra la forbice di mercato ricavata dalle conversazioni.
La contabilità criminale del furto include il valore della merce già consegnata e il credito che il cartello rivendica verso gli intermediari. La forbice 16-24 mila fotografa invece trattative all’ingrosso dentro flussi ordinari. Separare questi numeri evita una media al chilo ingannevole: il carico rubato appartiene al capitolo dei debiti, il prezzario appartiene al capitolo delle transazioni.
Los Choneros, rapimenti pianificati e intimidazioni armate
Le intercettazioni richiamate dagli investigatori indicano legami diretti fra gli indagati e i vertici dei Los Choneros, fazione criminale ecuadoriana collocata dagli atti tra i riferimenti più violenti del Paese. Il dato internazionale non è decorativo: colloca il traffico italiano dentro una catena dove la fornitura sudamericana ha propri capi, propri debiti e proprie regole punitive.
Per recuperare crediti di droga, il vertice colombiano avrebbe pianificato rapimenti. Gli atti richiamano appartamenti da usare per trattenere debitori insieme a mazze da baseball e armi da fuoco. La violenza qui non appare come reazione d’istinto. È uno strumento di riscossione previsto dentro il funzionamento economico del gruppo.
Sant’Agata del Bianco: la raffineria clandestina nel Reggino
La scoperta nelle campagne di Sant’Agata del Bianco, in provincia di Reggio Calabria, sposta il fascicolo dal trasporto alla lavorazione. Nel laboratorio clandestino sono stati sequestrati presse idrauliche, stampi, forni a microonde e oltre 500 chili di miscele destinate ad abbassare la purezza della cocaina.
La presenza di una struttura di raffinazione cambia la scala economica del gruppo. Non siamo davanti a una rete limitata al passaggio dei pacchi: il laboratorio serviva ad aumentare il prodotto vendibile e a moltiplicare il margine. In termini criminali, la Calabria non compare soltanto come luogo di appoggio logistico. Compare come area di trasformazione della merce.
Pagamenti in moneta virtuale e capitali da spostare
Il fascicolo richiama l’uso sistematico di moneta virtuale per il pagamento e il trasferimento dei capitali illeciti. La scelta serve a muovere valore fuori dai canali bancari ordinari e a lasciare meno tracce nei controlli centrali.
La droga, da sola, non basta a far vivere un cartello. Il denaro deve rientrare, cambiare forma e tornare disponibile per nuove importazioni. L’uso di moneta virtuale segnala una rete che non si limita a piazzare cocaina: cerca strumenti per spostare ricavi senza esporre subito i beneficiari.
Broker e fiducia criminale: dove la truffa ha colpito
Il finto intervento nel Napoletano ha colpito la zona più fragile di ogni traffico: il passaggio di consegna. Il fornitore sudamericano si affida a intermediari locali, gli intermediari garantiscono il ritiro, il cartello pretende pagamento o restituzione. Quando qualcuno simula una presenza delle forze dell’ordine, la scena diventa credibile proprio perché il traffico vive nel timore del controllo reale.
La camorra sfrutta così il linguaggio della legalità come travestimento criminale. Il carico scompare e i colombiani devono capire se hanno subito un sequestro vero, una sottrazione interna o una messinscena. È una frattura che costa più del valore della droga: mette in discussione affidabilità, debiti e gerarchie.
Il limite giudiziario delle accuse
Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari. Le misure cautelari incidono sulla libertà personale degli indagati ma non chiudono l’accertamento penale. Ogni contestazione dovrà reggere davanti al giudice, nel confronto fra accusa e difesa.
Questa precisazione non attenua la portata dell’inchiesta. Serve a tenere distinti il contenuto degli atti pubblici, che oggi descrivono rotte, ruoli e sequestri, dalla responsabilità personale che sarà decisa nel processo.
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Junior Cristarella
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