l’introduzione del principio di prevalenza della locazione, una definizione più precisa di canone calmierato, che tenga conto dell’effettiva sostenibilità per le famiglie e delle differenze territoriali, l’inclusione delle cooperative di abitanti tra i soggetti attuatori del Piano casa. E, non da ultimo, la richiesta di introdurre criteri premiali e requisiti minimi vincolanti nelle politiche di investimento del Fondo, così da assicurare coerenza tra l’impiego di risorse pubbliche e le finalità sociali del Piano.
Sono alcune delle osservazioni e delle proposte di emendamento (già presentate) sul decreto che Legacoop abitanti ha portato al tavolo della discussione in un incontro in cui ha riunito i soggetti che saranno tra i protagonisti dell’implementazione del Piano casa, per discutere obiettivi e modalità attuative, con l’intento di rafforzare il carattere sociale del decreto: al centro della scena il Piano casa del Governo.
Il quadro è questo. L’iter di conversione in legge del decreto legge (via libera l’8 maggio) è fissato per l’8 luglio, e la Commissione ambiente della Camera ha valutato 389 emendamenti come ammissibili.
Da questo contesto emergono alcune anticipazioni sulle modalità di funzionamento del Fondo housing coesione, ed è stata avviata la raccolta di capitali per il Fondo destinato ai Programmi infrastrutturali di edilizia integrata.

Forti criticità
Secondo Legacoop abitanti il Piano ha avuto il merito di aver riportato «il tema abitativo al centro dell’agenda pubblica», ma nella sua formulazione attuale presenta «ancora forti criticità sul piano sociale, urbanistico e della coerenza con gli indirizzi europei in materia di housing sociale».
Accessibilità, stabilità e interesse pubblico
«La cooperazione nell’ultimo decennio», ha sottolineato Simone Gamberini, presidente di Legacoop, «ha maturato un’esperienza nell’ambito della strumentazione dei fondi, come soggetto promotore e gestore».
In secondo luogo aggiunge a proposito del documento: «Abbiamo assistito alla sua genesi e ora siamo presenti alla fase di fine corsa: gli alloggi ora vengono messi sul mercato a prezzi non sostenibili per chi li abita, per garantire i rendimenti».
Gamberini si dice non contrario all’innovazione del Partenariato pubblico privato – Ppp «e alla mobilitazione di capitali pazienti, ma vogliamo rilanciare una visione dell’abitare fondata su accessibilità, stabilità e interesse pubblico, e per ribadire che una politica efficace per la casa non può essere affidata soltanto a logiche finanziarie o a strumenti straordinari privi di un impianto sociale strutturale»
La proposta. «Serve», sostiene, «una Alleanza per l’abitare che guardi all’Europa per creare affitti più sostenibili e offrire risposte alla domanda stabile di casa. Ribadiamo la richiesta di fondi di garanzia necessari per attrarre le risorse di investimento messe in campo da Bei e Ceb che potrebbero essere parte dell’architettura del piano, magari con un sotto-pilastro dedicato».
Un piano autarchico incardinato sulla valorizzazione degli asset
Anche l’orizzonte di Rossana Zaccaria, presidente di Legacoop abitanti, è quello europeo. «Mentre l’Europa sta avviando i passaggi di implementazione dello European affordable housing plan, attraverso l’avvio il 19 giugno della housing alliance, dei primi investimenti della piattaforma paneuropea della Bei nei diversi paesi, la costituzione di hub nazionali», rimarca, «non possiamo pensare a un piano casa autarchico, con poche risorse e incardinato su un’idea di valorizzazione di asset piuttosto che sulla lettura della domanda abitativa. La differenza tra la cooperazione di abitanti e i fondi: We stay, they go».
Dove, precisa, «il noi è il mondo degli operatori limited profit e dell’alloggio sociale che, come la cooperazione di abitanti italiana, ha patrimoni che restano un bene indiviso, collettivo, di lunga durata: i nostri patrimoni hanno anche oltre 50 anni, e garantiscono, se necessario, una casa per sempre, con tassi di morosità al 3% e canoni al di sotto del 50% di quelli di mercato».
Edilizia residenziale pubblica e privati
Sul tema è intervenuta da Bruxelles anche Irene Tinagli, presidente della Commissione speciale crisi degli alloggi Ue, che sulla capacità del Piano casa del Governo di contrastare la crisi abitativa è chiara. A proposito della parte relativa all’edilizia residenziale pubblica sottolinea come, insieme alla Spagna, l’Italia ha il «più piccolo stock di edilizia residenziale pubblica», che rappresenta, «la prima linea di difesa contro il disagio», «la prima risposta che hanno i sindaci e i policy maker».
Il Piano casa «prevede un forte investimento in ristrutturazione delle case popolari e questo è un bene, però mancano risorse certe, quelle messe al bilancio sono pochissime rispetto all’obiettivo, sono di breve termine e non viene identificato né creato un fondo strutturale permanente».
Non solo. Tinagli entra nel dettaglio delle «modalità con cui viene fatta questo programma di ristrutturazione: è tutto molto centralizzato e non garantisce che l’edilizia pubblica che viene conferito a Invitalia per la ristrutturazione poi effettivamente torni nell’alveo dell’edilizia residenziale pubblica perché è possibile che venga anche utilizzato per altri fini, per altre progettualità in cui magari la componente residenziale pubblica è minore».
Senza contare, «il coinvolgimento dei privati», più teso «alla massimizzazione del profitto». In Europa, aggiunge, «le migliori pratiche coinvolgono il mondo cooperativo e del Terzo settore». soggetti che, come le fondazioni e le imprese sociali, « devono comunque avere una sostenibilità economica ma non hanno l’obbligo di massimizzare i dividendi per gli azionisti». Tutto questo manca «nel Piano casa e i privati che vengono chiamati e incentivati a partecipare sono i grandi fondi di investimento».
Le proposte nel dettaglio
Prevalenza della locazione. Tra le proposte avanzate vi è innanzitutto l’introduzione del principio di prevalenza della locazione, così da orientare con chiarezza gli interventi verso l’aumento dell’offerta di alloggi in affitto a canone accessibile e di lunga durata.
Canone calmierato. A questo si affianca la richiesta di una definizione più precisa di canone calmierato, che tenga conto dell’effettiva sostenibilità per le famiglie e delle differenze territoriali, evitando che i riferimenti generici ai valori di mercato finiscano per indebolire l’accessibilità reale degli alloggi.
La cooperazione. Un altro punto riguarda l’inclusione delle cooperative di abitanti tra i soggetti attuatori del Piano. Legacoop Abitanti sottolinea, infatti, che l’esclusione della cooperazione abitativa dai soggetti chiamati a realizzare e gestire gli interventi «contraddice l’esperienza concreta dell’edilizia residenziale sociale in Italia e contraddice la possibilità di garantire nel tempo la destinazione sociale degli alloggi».
Vincoli alle policy di investimento del Fondo. Al centro delle proposte c’è anche la richiesta di introdurre criteri premiali e requisiti minimi vincolanti nelle politiche di investimento del Fondo, così da assicurare coerenza tra l’impiego di risorse pubbliche e le finalità sociali del Piano.
Per Legacoop abitanti «senza vincoli chiari su accessibilità, reinvestimento, governance e tutela dello stock sociale, il rischio è che il Piano si configuri più come una piattaforma di investimento immobiliare sostenuta con risorse pubbliche che come un vero servizio abitativo di interesse generale».
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In apertura foto di Matt Halls per Unsplash. Nel testo foto e video di Alessio Nisi
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Alessio Nisi
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